In tutto questo, il traffico che generano i siti supera ormai quello delle copie vendute e l’unica voce pubblicitaria con un “+” davanti è quella relativa al digitale. A fare da contraltare è l’instinto che contraddistingue i cda che amministrano i grandi gruppi editoriali: l’avidità in tempi di crisi. Insomma, si punta a cambiare un modello di produzione cercando, però, di risparimiare il più possibile, puntando tutto sul lavoro precario mentre si distribuiscono stipendi d’oro a chi non contribuirà mai al prodotto protagonista di un futuro talmente prossimo da essere il presente; di più, molti professionisti della carta stampata vedono la Rete come una minaccia al proprio lavoro (e alla propria posizione).
Ad un quadro già a tinte fosche si aggiunge un paradosso: editori che con una mano chiedono oboli ai motori di ricerca rei di lucrare indicizzando i propri contenuti, mentre con l’altra incassano proventi pubblicitari che crescono al crescere di numeri molto spesso frutto della stessa indicizzazione.
È dunque una matassa piuttosto intricata quella che sono ora chiamati a sciogliere, ognuno per la propria area di competenza, da un lato il legislatore (vedi l’equo compenso per i giornalisti) e dall’altra i comitati di redazione che sempre più spesso finiscono tra l’incudine e il martello. Il precario, intanto, attende e ringrazia per l’attenzione. (LSDI,AGORA)

