24 Gennaio 2026
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Le parole di padre Giuseppe Riggio nell'omelia della messa al congresso di Torino

La dimensione del testimone per il giornalista

la celebrazione della messa al congresso dell'Ucsi

Andrea Cuminatto

Si è celebrata, nel cuore della giornata congressuale, la messa celebrata dal consulente nazionale p. Giuseppe Riggio e concelebrata da p. Francesco Occhetta – che lo ha preceduto nel ruolo per 12 anni – e dai consulenti regionali presenti. Una celebrazione dell’Eucarestia non casuale né di routine, ma vissuta come parte integrante del Congresso: un segno che intende ribadire come le radici dell’associazione debbano essere profonde in Cristo.
Sottolineando un passo della seconda lettura, padre Riggio ha evidenziato come San Paolo, rivolgendosi ai Corinzi, parli dell’appartenenza a Cristo. “Io sono di cristo”, ha spiegato. “Non è possibile dire che Cristo appartenga a me, senza riconoscere che è anche nei miei fratelli nella fede. Paolo non ha paura della possibilità che ci siano opinioni diverse. Ma le opinioni diverse, quando sono inserite in un corpo unito che si riconosce nell’appartenenza a Cristo, non dividono. Questa è l’occasione per ridirci quali sono gli strumenti che ci aiutano a rimettere Cristo al centro. La fede, vissuta anche come associazione, va nutrita; la fede richiede cura continua. Una cura che non passa solo da ciò che posso fare come singolo, ma da quello che possiamo fare gli uni per gli altri”.
Il brano stesso del Vangelo di questa domenica suscita un pensiero legato alla professione giornalistica. “Nel Vangelo – prosegue il consulente – c’è la chiamata di Gesù a due coppie di fratelli. Gesù ha bisogno di avere con sé uomini e donne che sono con lui annunciatori del Vangelo. E ha bisogno di altri che siano testimoni. Ciascuno di noi, come professionista e come persona, è chiamato a vivere la dimensione dei testimoni”. Guardando all’ambiente lavorativo in cui ognuno opera quotidianamente, con le criticità che oggi la professione ci pone davanti e con la difficoltà di vivere da credenti in questa società, il rischio è quello di trovarsi soli e quindi sentirsi smarriti, deboli. “Ma Gesù chiama a due a due – conclude padre Giuseppe – e l’invito è a entrare in una fraternità dove ci sono sì le divisioni, ma non hanno l’ultima parola. Ci proponiamo di costruirla lì dove siamo, come persone, come membri della chiesa, come professionisti”.