2 Novembre 2026
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Nel laboratorio di Francesco Pira, professore di Sociologia all'Università di Messina, un'analisi dell'origine del falso moltiplicato dai nuovi media e dall'IA

La disintermediazione che crea falsi racconti della realtà

Francesco Pira sulla disntermediazione alla scuola Ucsi di Assisi

Riccardo Sciarra

«La crisi della verità che attraversiamo oggi non è una crisi di informazioni. È una crisi di mediazione». Francesco Pira, docente di Sociologia all’Università di Messina e membro del Consiglio nazionale dell’Ucsi, ha aperto con queste parole, sabato 31 ottobre, il laboratorio “Le nuove narrazioni disintermediate: IA e social media tra disinformazione e verità nascoste”, nella sala della Pro Civitate Christiana, alla Cittadella di Assisi.

L’appuntamento ha rappresentato uno dei momenti centrali della Scuola di Assisi 2026 dell’Ucsi, l’Unione cattolica stampa italiana, che dal 30 ottobre al 1° novembre ha riunito giornalisti e comunicatori attorno al tema “Al servizio della Democrazia: istruzioni per giornalisti liberi”, in un’edizione dedicata a Santa Chiara, protettrice della televisione.

Come ha spiegato Pira, la scelta dell’argomento scaturisce dalla consapevolezza che oggi un buon giornalista non può più limitarsi a saper intercettare una notizia, ma deve anche riconoscere quelle false, smontandole attraverso un’attenta opera di debunking.

La disintermediazione è la spiegazione e l’origine di tutto

Tutto nasce dalla disintermediazione: le narrazioni che circolano sono sempre meno costruite dalle redazioni e sempre più generate dentro piattaforme, algoritmi e reti di utenti. Per Pira non si tratterebbe di un semplice passaggio tecnologico, ma di un cambio culturale, che ridistribuisce il potere di raccontare e sposta di continuo il confine tra realtà verificata e verosimiglianza.

Nel modello tradizionale era il giornalista a raccogliere, verificare e presentare i fatti. Oggi chiunque può pubblicare e raggiungere grandi platee, mentre tra il fatto e il pubblico si è inserito un sistema che seleziona, ordina e amplifica i contenuti secondo una logica commerciale e tecnica, non editoriale. Un sistema che, per altro, ci restituisce ciò che ci piace e non necessariamente ciò che stiamo cercando.

I numeri della seconda edizione dell’Osservatorio Agcom sul sistema dell’informazione confermano la tendenza. Nel 2025 internet è diventato la prima porta d’accesso alle notizie per il 55,8% degli italiani, mentre la televisione è scesa al 43,2%. Chi si informa online ci arriva per il 25,1% attraverso i social network e per il 24,7% attraverso i motori di ricerca, mentre i siti e le app degli editori tradizionali si fermano al 30%. Quasi la metà degli utenti social, pertanto, apprende le notizie prima dalle piattaforme che da qualsiasi altro canale.

Anche i motori di ricerca hanno “cambiato natura”. Fino agli scorsi anni, Google restituiva un elenco di link da approfondire a seguito di una richiesta dell’utente; oggi offre subito una risposta generata dall’intelligenza artificiale. Per un giornalista che lavora con i minuti contati, ha avvertito Pira, la tentazione di prenderla per buona è forte, con il rischio concreto che quella risposta sia parzialmente errata o del tutto falsa.

Il paradosso della fiducia

Dentro questo scenario c’è però un paradosso. Le persone si informano sempre più online, ma continuano a fidarsi maggiormente dei media tradizionali, che raccolgono il 35,9% dei consensi contro il 30% delle fonti digitali. La televisione pubblica arriva al 40,5%, con punte del 56% nelle fasce d’età più adulte, mentre in fondo alla classifica si collocano gli influencer, considerati la fonte meno affidabile in assoluto. Un dato che, per Pira, rafforza il ruolo dei giornalisti, anche se resta forte la confusione tra informazione e infotainment: molti italiani ritengono programmi d’informazione trasmissioni prive di un vero lavoro giornalistico alle spalle.

Il quadro internazionale descritto dal Digital News Report 2026 del Reuters Institute va nella stessa direzione. In un solo anno social e piattaforme video sono cresciuti di tre punti come fonte di notizie, i chatbot sono già usati per informarsi dal 10% del campione globale, con quote molto più alte tra i giovani, e il traffico che dai motori di ricerca arrivava agli editori si è ridotto di circa un terzo.

È proprio sulle nuove generazioni che il cambiamento diventa, nelle parole del docente, “antropologico”. Nel 2015 il 21% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni indicava i social come fonte principale di notizie; dieci anni più tardi la quota è salita al 39%. Appena il 14% raggiunge l’informazione andando direttamente sul sito o sull’app di una testata, mentre il 40% ci arriva dai social e il 26% dai motori di ricerca. Due giovani su tre leggono notizie ogni giorno, ma in modo intermittente e casuale, mentre scorrono altri contenuti. La loro dieta informativa si costruisce così senza appartenenze editoriali, senza abitudini consolidate e senza fedeltà a una testata: sono dunque lontani i tempi in cui scegliere un quotidiano in edicola equivaleva anche ad una presa di posizione.

Un cambiamento antopologico

Per leggere la trasformazione in profondità, Pira ha chiamato in causa due filosofi. Il primo è il sudcoreano Byung-Chul Han, autore di Infocrazia, che descrive il «regime dell’informazione» come una forma di dominio in cui informazione e diffusione, attraverso algoritmi e intelligenza artificiale, finiscono per determinare i processi sociali, economici e politici. La sua tesi più radicale è che le fake news non siano semplici menzogne, ma attacchino la fattualità stessa. Una bugia classica si può smentire, poiché presuppone ancora un riferimento alla verità; una narrazione falsa che circola in un flusso continuo, invece, corrode il criterio stesso con cui distinguiamo ciò che è reale da ciò che non lo è.

Il secondo riferimento è Luciano Floridi, direttore del Digital Ethics Center della Yale University, per il quale la funzione informativa non si esaurisce nella trasmissione di fatti verificati. La verità fattuale resta una condizione necessaria, ma non sufficiente: conta l’ordinamento contestuale dell’informazione, cioè il modo in cui i contenuti vengono selezionati, messi in sequenza e presentati. L’infosfera è l’ambiente in cui viviamo e, come ogni ambiente, richiede un dovere di cura, perché ogni forma di degrado informativo produce entropia. Per questo il falso generato artificialmente non è meno efficace del vero: non compete sul terreno della verifica, ma su quello dell’emozione e della plausibilità.

Proprio qui Pira ha introdotto una distinzione che ritiene decisiva per chi scrive. L’emozione non va confusa con l’emotivismo: il racconto che emoziona parla alla vita delle persone e dà forza a ciò che si scrive, mentre l’emotivismo alimentato dai social parla “alla pancia” e tira fuori il peggio.

L’esagono delle fake news

Il cuore dell’intervento ha riguardato l’«esagono delle fake news», la teoria che Pira ha elaborato in anni di ricerca e presentato in diversi convegni internazionali. Prima di illustrarla, il docente ha richiamato una distinzione spesso trascurata: la disinformazione è il falsare il prodotto deliberatamente, sempre più spesso su scala industriale; la misinformazione è invece la condivisione inconsapevole di una notizia falsa. Una differenza che pesa sulla responsabilità di chi rilancia un contenuto: piena se lo fa avvertitamente, molto più limitata se viene ingannato.

Sei sono i lati dell’esagono, tanti quanti i fattori che permettono al falso di penetrare più a fondo del vero. Il primo è il pregiudizio di conferma: non andiamo in cerca della verità, ma di conferme a ciò che già pensiamo. Il secondo è la forma, fatta di messaggi brevi e perentori che non lasciano spazio al dubbio. Il terzo fattore è la velocità, che fa arrivare il falso prima di qualsiasi verifica; il quarto la crossmedialità, il rimbalzo da un mezzo all’altro che sfrutta gli algoritmi e moltiplica la diffusione. Il quinto è il flusso, un rumore di fondo in cui le notizie false restano a galla a lungo. L’ultimo è la forza dell’impatto: le fake news spostano percezioni e consumi e possono orientare perfino il voto, soprattutto tra gli indecisi e tra chi è meno abituato a verificare.

Il falso, ha proseguito Pira, è ormai una componente strutturale dell’ecosistema comunicativo e poggia su tre vertici che si rafforzano a vicenda. La produzione si è industrializzata: vent’anni fa servivano una struttura editoriale, un canale di distribuzione e competenze specifiche, oggi bastano un telefono, pochi minuti e un sistema generativo, dentro vere fabbriche di contenuti che prendono di mira soprattutto politica, economia e scienza. La distribuzione corre su social e app di messaggistica senza costi marginali, e in poche ore un contenuto falso attraversa confini, lingue e pubblici diversi. La ricezione, infine, avviene all’interno di flussi personalizzati, con un’attenzione frammentata e una fiducia variabile, così che la verifica diviene un gesto volontario e sempre meno praticato.

L’origine antica delle notizie false

Le notizie false non sono tuttavia un’invenzione recente, ha ricordato Pira, citando il cavallo di Troia e la propaganda napoleonica. A essere nuove sono la scala e gli strumenti. Fino a pochi anni fa contrastare la disinformazione significava confrontare testi e fonti e smascherare immagini riciclate; con l’intelligenza artificiale generativa lo scenario cambia radicalmente. Secondo i dati del Parlamento europeo richiamati nel corso dell’intervento, i deepfake raddoppiano ogni sei mesi e in pochi anni sono passati da circa 500 mila a 8 milioni. Il dato emerge anche dal lavoro dell’Osservatorio europeo sui media digitali: già a novembre 2025 il 14% degli articoli di verifica riguardava l’uso dell’IA nella disinformazione.

Per il sociologo il deepfake è prima di tutto una questione filosofica, perché la forma non è più garanzia di autenticità. Un volto, una voce, un video possono essere generati con una verosimiglianza che nessuno strumento automatico è in grado di smontare con certezza. Tale meccanismo può funzionare in due direzioni opposte: far credere vero ciò che è falso, ma anche far apparire falso ciò che è vero, come accade quando un politico liquida come “artificiale” un contenuto autentico che lo ritrae.

L’arma dell’intelligenza artificiale

L’intelligenza artificiale, però, non è soltanto un’arma della disinformazione: sta trasformando l’intero circuito della produzione giornalistica e il modo stesso in cui le persone si informano. Secondo il Pew Research Center, nell’estate 2026 il 15% degli adulti statunitensi ha usato almeno qualche volta un chatbot per informarsi, contro il 9% dell’anno precedente. Circa la metà di loro ammette di incontrare almeno “a volte” informazioni inesatte e quasi un terzo trova “difficile” distinguere il vero dal falso.

Secondo la Commissione europea, inoltre, il 79% degli europei è preoccupato per l’influenza della disinformazione sugli elettori e il 70% teme ingerenze straniere nelle elezioni. Una democrazia funziona quando i cittadini condividono un terreno comune; se quel terreno si sgretola, il confronto politico si trasforma in una contrapposizione tra universi separati. Tanto più in quello che Manuel Castells ha chiamato «individualismo connesso», dove in un ambiente informativo costruito su misura la verità si cerca nell’appartenenza più che nella verifica, e si finisce per credere a chi parla come noi e conferma la nostra visione del mondo.

Quali risposte a questa disntermediazione?

Le risposte indicate dal docente si muovono su più piani. Si comincia dalla scuola, con un’alfabetizzazione mediatica e digitale che diventi competenza stabile in ogni ciclo di studi, per formare cittadini capaci di leggere criticamente l’ambiente in cui si informano. Tocca poi al giornalismo rafforzare la verifica e la competenza investigativa, darsi protocolli chiari sull’uso dell’IA e rendere trasparenti i propri processi, perché mostrare come si arriva a una notizia accresce la fiducia. Alle piattaforme e ai regolatori spetta garantire trasparenza degli algoritmi, marcatura dei contenuti sintetici e valutazione dei rischi, applicando con continuità il modello europeo. A tutti, infine, è chiesto di recuperare il tempo del pensiero e della lettura approfondita, perché in un ecosistema che premia la reazione immediata saper rallentare diviene una forma di resistenza civile. Anche il fare rete tra giornalisti, ricercatori ed educatori può trasformare l’impegno individuale in azione collettiva.

Nessuna nostalgia per un passato idealizzato, ha precisato Pira: anche il giornalismo tradizionale ha conosciuto limiti, errori e omissioni. La sfida è ricostruire una mediazione capace di tenere insieme rigore e accessibilità, competenza e ascolto, velocità e riflessione. «La verità è un bene comune», ha concluso, «appartiene a tutti e richiede la responsabilità di ciascuno». In un tempo segnato dall’intelligenza artificiale, dunque, la posta in gioco non è solo la sopravvivenza del giornalismo, ma la qualità della convivenza democratica stessa.