24 Novembre 2025
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L'intervento della vaticanista del Tg3 Vania De Luca, prima presidente donna dell'associazione, alla scuola di Assisi raccontato da un giovane partecipante

La storia dell’Ucsi ‘spiegata’ ai giovani

la storia dell'Ucsi spiegata da Vania De Luca ai più giovani

Ludovico Falzone

«All’inizio fu un sogno di pochi, poi divenne esperienza di molti; oggi è un fiume carsico al servizio della missione culturale del giornalismo italiano». Con queste parole di padre Francesco Occhetta, già consulente eecclesiale dell’associazione, Vania De Lucaprima e, finora, unica donna presidente nazionale dell’Ucsi – ha aperto il suo intervento nei giorni scorsi alla Scuola di formazione dell’Ucsi “Gianfranco Zizola”.

Davanti a decine di giovani giornalisti, De Luca ha ripercorso i sessantasei anni dell’Unione Cattolica Stampa Italiana (nata nel 1959). E ha sottolineato come i tre desideri dei padri fondatori siano ancora la bussola per il futuro: formazione permanente, aiuto reciproco tra colleghi e preparazione delle nuove generazioni alla professione.

Dagli inizi al Concilio: il gran fermento nella storia dell’Ucsi

Un’associazione, l’Ucsi, che nacque nel clima entusiasta delle prime organizzazioni. In quel momento fiorivano sigle professionali cattoliche e l’Azione Cattolica contava milioni di iscritti. Nonostante le diverse sensibilità ecclesiali sul ruolo del giornalismo, l’Ucsi trovò un minimo comune denominatore e, già nel 1962, contribuì in modo attivo alla preparazione del Concilio Vaticano II. Durante i lavori conciliari, i suoi giornalisti furono scelti come intermediari tra la Santa Sede e la stampa internazionale; nel 1964 accompagnarono Paolo VI in Terra Santa – esperienza raccontata da Emilio Rossi, futuro direttore del Tg1 e uno dei presidenti più significativi dell’associazione.

Negli anni di piombo alcuni soci furono minacciati dalle Brigate Rosse per le posizioni assunte; negli anni Novanta l’UCSI scelse l’autonomia dalla DC («la laicità sostanziale»), si concentrò su bilanci, governance apartitica e rilancio culturale attraverso la rivista «Desk». Con la presidenza di Emilio Rossi (1999-2002) si pose alcune tra le domande cruciali, di cui si sente il bisogno ancora oggi: «Cosa e come comunicare? A chi?».

L’incontro con i Papi

Vania De Luca ha ricordato l’attualità delle parole che Benedetto XVI rivolse all’Ucsi nel 2009 per i 50 anni – «abbiate il coraggio della coerenza anche a costo di pagare di persona» – parole che oggi risuonano con particolare forza pensando ai giornalisti uccisi in guerra o sommersi da querele-bavaglio e procedimenti giudiziari.

Guardando al presente, ha sottolineato come la professione sia ulteriormente in crisi per l’intelligenza artificiale, le fake news e la polarizzazione politica, ma ha rilanciato le tre parole-chiave che devono restare al centro: comunicare, informare, educare.

«L’Ucsi non è più l’associazione potente che negli anni d’oro decideva direzioni di testate – ha concluso De Luca – ma resta una piccola comunità chiamata a tenere vivo il senso profondo del giornalismo di ispirazione cristiana: raccontare il mondo con verità, giustizia e speranza, aiutandosi l’uno con l’altro e facendo spazio ai giovani, perché senza memoria non c’è futuro e senza futuro la memoria diventa zavorra».

L’impegno di oggi dell’Ucsi

L’ex presidente ha, quindi, ricordato l’esperienza del suo mandato, iniziato nel 2016 e protrattosi ben oltre il quadriennio previsto a causa della pandemia. Il Covid bloccò il Congresso nazionale di Torino già pronto, ma diede vita a esperienze impreviste e preziose: un grande volume collettivo sulle “pandemie mediali” realizzato con università e giovani ricercatori, centinaia di corsi di formazione online in tutta Italia, Desk tematici (lavoro, migrazioni, gerarchia delle notizie) poi confluiti nella Settimana Sociale della Chiesa e un tentativo – non concluso – di snellire il modello associativo per renderlo più agile e meno rituale.

Il cuore del discorso è stato tuttavia l’allarme sul presente: in oltre trent’anni di professione non si era mai vista una polarizzazione così violenta del giornalismo italiano. Da una parte chi fa propaganda dall’interno delle redazioni, dall’altra i reporter di guerra che muoiono per documentare la verità; nel mezzo lo “spazio sacro” delle domande libere viene sempre più violato dalla politica. Serve urgentemente una via di mezzo: il “giornalista della porta accanto” che, senza vocazione al martirio né voglia di servire il potere, difenda l’indipendenza, racconti le storie che nessuno racconta e mantenga vivo lo spirito di comunità.

Richiamando il messaggio di Papa Francesco per i 60 anni dell’Ucsi (leggi qui) – parole di giustizia e solidarietà rese credibili solo dalla testimonianza coerente, capaci di generare libertà o schiavitù – Vania De Luca ha invitato l’associazione, oggi più piccola e meno influente di un tempo, a restare comunque fedele ai suoi principi storici: verità, libertà, servizio al bene comune.

Ultimo appello accorato: investire sui giovani, trasmettere competenze in modo artigianale («come i discorsi dei nonni davanti al caminetto»), fare memoria senza farla diventare zavorra e, citando il motu proprio di Francesco «Imparare a congedarsi», aiutarsi l’uno con l’altro non per fare carriera, ma per difendere insieme la dignità della professione, soprattutto nell’era dell’intelligenza artificiale e della progressiva scomparsa del passaggio di testimone tra generazioni di giornalisti.