8 Settembre 2026
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La bambina resta ai margini del racconto giornalistico di questo 'disabilicidio'

La strage di Pietralata e la piccola Bianca sullo sfondo

Vincenzo Varagona

La strage di Pietralata, a Roma, ha scosso profondamente l’opinione pubblica e i media. Bianca Abbasciano, una bambina disabile di 5 anni, è stata uccisa a colpi di pistola dai suoi genitori, Luca Abbasciano e Valentina Pambianco, che hanno ucciso anche il cane prima di togliersi la vita.

La dinamica esatta dei fatti è ancora in corso di accertamento. Dalle prime analisi della scientifica tracce di polvere da sparo sarebbero state trovate sulle mani di entrambi i genitori, da qui l’ipotesi che potrebbero aver sparato alla figlia insieme, tenendo entrambi la pistola. Non si esclude, però, che possa aver fatto tutto il padre.

Le indagini sono appena iniziate ed è ancora presto per stabilire come si sono svolti i fatti. Così come non si conoscono le motivazioni che stanno all’origine di questo omicidio-suicidio. Forse non le scopriremo mai perché è impossibile entrare nella mente di chi compie gesti di questo genere. Mentre la pietà umana e la misericordia cristiana ci insegnano a non esprimere giudizi.

La reazione della stampa alla strage di Pietralata

Se una condanna morale in questi casi va evitata, allo stesso modo però andrebbero evitate anche le facili conclusioni assolutorie, spesso formulate quasi più per noi stessi, per paura di guardare in faccia il male.

Alla strage di Pietralata la reazione immediata di buona parte della stampa e dell’opinione pubblica è stata quella di sottolineare la condizione di disperazione, mancanza di aiuti e solitudine dei genitori della bambina. Valutazioni scaturite da uno dei messaggi, tra tante lettere lasciate dai genitori per spiegare il loro gesto, in cui era scritto: “Da soli non ce la facciamo”.

Un grido di aiuto arrivato troppo tardi o una resa totale di fronte a un dramma ingestibile? Le prime testimonianze dei conoscenti della coppia hanno riferito della fatica, della corsa alle cure, anche discutibili, della riorganizzazione di tutta la casa e della disperazione soprattutto della mamma di Bianca.

La disperazione non spiega tutta la vicenda

Una situazione che i caregiver di persone con disabilità conoscono molto bene ma che non può spiegare tutta la vicenda, tantomeno giustificarla. Premesso che gli elementi concreti di quello che è accaduto ancora non li conosciamo, la commozione e lo sgomento generali hanno agevolato una retorica giustificazionista che ha fatto subito gridare alla “strage di Stato”.

È vero che gli aiuti per le famiglie che assistono una persona con disabilità sono spesso insufficienti e inadeguati, che le pratiche burocratiche per ottenere un decimo di quello a cui si avrebbe diritto seguono percorsi perversi, che ogni giorno bisogna dimostrare la propria condizione, che basta una crocetta sbagliata su un modulo per rischiare di perdere un diritto o di essere sottoposti a un interrogatorio. E la società con i suoi innumerevoli ostacoli e le barriere fisiche, mentali e culturali non aiuta.

Tutte queste condizioni, però, non possono spiegare un omicidio, l’omicidio di una bambina disabile di 5 anni, preparato e messo in atto dai suoi genitori, pur nella più terribile delle disperazioni.

L’uccisione di Bianca, ad essere precisi, è un disabilicidio, ovvero l’omicidio di una persona disabile in quanto tale.

Bianca vittima di ‘disabilicidio’

Non si può giustificare un disabilicidio con la disperazione, le fatiche e la solitudine, perché rischiamo di commettere lo stesso errore che è stato fatto (e ancora si fa) con il femminicidio: giustificare il carnefice, perché mosso dalla disperazione, e colpevolizzare la vittima.

Si potrà dire che si tratta di situazioni differenti, che nella relazione tra uomo e donna scattano le dinamiche del possesso ma lo stesso può valere anche nel rapporto genitori-figli. Tanti genitori pretendono che i figli siano come desiderano e la mancata corrispondenza a questi desideri può portare a comportamenti tossici e violenti. I figli non sono estensione né proprietà dei loro genitori. E i genitori non hanno diritto di vita e di morte sui propri figli, nemmeno quando attraversano un dramma.

Si può capire umanamente il loro dolore, non si possono legittimare le loro azioni. Perché il messaggio che mandiamo come giornalisti è quello che la sofferenza di un genitore vale più della vita del figlio disabile.

Lo squilibrio di potere, inoltre, è palese: da una parte abbiamo due adulti normodotati e dall’altra una bambina di soli 5 anni, assolutamente indifesa, in tutto e per tutto dipendente dagli adulti. Una bambina che non ha potuto scegliere per la propria vita ma ha dovuto subire una scelta che le è stata imposta con violenza.

Un racconto che lascia la piccola Bianca sullo sfondo

Quello che colpisce è che le prime cronache di questa strage si sono concentrate tutte sul dolore dei genitori, lasciando Bianca completamente sullo sfondo. Nella narrazione di questa vicenda di cronaca, è come se Bianca non esistesse o meglio esiste solo come “problema” e causa di sofferenza per gli altri. Una bambina totalmente disumanizzata.

Perché nessuno ha provato a chiedere chi era Bianca? Che bambina era? Come trascorreva le sue giornate? Che rapporto aveva con il cane di famiglia? Bianca è stata ignorata come persona, è stata vista solo in funzione del dolore dei suoi genitori, identificata con la sua disabilità e con la sua condizione patologica. Questo è abilismo, ovvero discriminazione delle persone disabili.

Sul caso è intervenuto anche il Garante dei diritti delle persone con disabilità che ha ricordato una cosa molto importante: “La disabilità di una bambina non può essere raccontata come la causa di una tragedia”.

Nel frattempo, le associazioni delle persone disabili e alcuni attivisti e influencer disabili sono intervenuti con dichiarazioni molto dure per richiamare l’attenzione su Bianca, che è la vittima della strage di Pietralata.

Di fronte agli articoli, ai servizi radiotelevisivi, alle dichiarazioni rilasciate da caregiver esausti, da istituzioni ed esperti, tutti concentrati sulle sofferenze dei genitori di Bianca, cosa avranno pensato le persone disabili? Che la loro vita non vale niente ma che è soltanto fonte di problemi, possibilmente da eliminare in fretta.