Grazie a Internet e social network, le idee viaggiano molto più facilmente che in precedenza: così regimi autocratici e gruppi di estremisti hanno trovato nuovi nemici da attaccare. Che a volte si trovano dall’altra parte del mondo.In un tempo non troppo lontano, in situazioni pericolose un giornalista poteva tirare semplicemente fuori il passaporto o il tesserino con la scritta “press” e brandirlo come un vessillo, uno scudo, per poter sperare di cavarsela senza troppi problemi. L’aura che circondava la professione, unita alla speranza che il reporter desse voce alla rivendicazioni di una o dell’altra parte, garantiva spesso un trattamento di favore. Oggi non è più così. Si moltiplicano anzi gli attacchi contro i giornalisti, che diventano obiettivi mirati, o vittime collaterali dei diversi conflitti. È la Siria ad esigere il tributo più alto. La guerra civile è costata la vita, dal 2011 ad oggi, ad almeno 69 colleghi. Nel solo 2014 – dati del Comitato per la Protezione dei Giornalisti (Cpj) – 61 appartenenti ai media sono stati uccisi come vittime collaterali in combattimento o in esecuzioni mirate (come scordare l’orrore della decapitazione in video del giornalista americano Steven Sotloff, soltanto pochi mesi orsono?). Ma la tendenza è in crescita un po’ ovunque: dal Messico, dove i narcos eliminano senza tanti problemi chi cerca di documentare i loro traffici, al Pakistan, dove i talebani cercano di zittire con la violenza le voci contrarie.
Cos’è successo, come mai i giornalisti sono diventati tutt’a un tratto uno dei principali bersagli di estremisti e terroristi di varia estrazione – come la vicenda di Charlie Hebdo tragicamente documenta – e pedine sacrificabili in caso di conflitto? La colpa è in parte, fa notare fra gli altri il direttore del Cpj, Joel Simon sul Los Angeles Times, della tecnologia, o meglio, delle possibilità che nuovi strumenti come i social media, danno a chiunque di saltare il filtro dell’intermediazione giornalistica e comunicare direttamente con il proprio pubblico.
Se è in generale un fatto positivo, e la pluralità di voci che ne consegue non può che essere vista con favore, come ogni rivoluzione anche questa ha un lato oscuro: nulla vieta infatti a un gruppo di estremisti di aprire un canale YouTube o un account su Twitter (salvo poi vederseli chiusi in breve tempo, quando i meccanismi di controllo dei social network funzionano). Anche se giornali e televisioni rimangono i principali canali di informazione per molte persone, non sono più dunque imprescindibili, e questo parrebbe avere conseguenze anche sull’imprescindibilità dei giornalisti stessi. Nella contabilità malata di un terrorista, la vita di un reporter pesa meno di una volta, anzi, appropriarsene può essere occasione di propaganda.
C’è poi un altro fattore da considerare: grazie alla rivoluzione digitale, oggi le idee viaggiano molto più facilmente che in precedenza. Ecco che regimi autocratici, come quello cinese, cercano di erigere barricate virtuali per evitare che concetti pericolosi come “democrazia”, “libertà di espressione” contaminino le menti dei cittadini. E che le parole di giornalisti scomodi possono colpire il bersaglio anche partendo da molto lontano; ben al di là, magari, di quelle che erano le intenzioni iniziali. Le vignette di Charlie, pensate per il pubblico francese, hanno suscitato l’ira dei fondamentalisti di tutto il mondo.
Nell’era in cui trattati semi-segreti come la Transatlantic Trade and Investment Partnership intendono sgombrare ogni ostacolo al movimento delle merci, anche al di là di qualsiasi controllo democratico, si erigono ancora barriere, si accendono roghi e si uccidono giornalisti eretici, nel nome dell’intolleranza alla circolazione delle idee. Due estremismi di carattere diverso – e con la fondamentale differenza che il secondo uccide e il primo no – ma entrambi sintomatici di un mondo che fatica ad accettare il dialogo, indifferente a tutto quanto non sia denaro o dogma. (LASTAMPA)

