13 Agosto 2026
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L'ideatore dell'AI Act e la sfida dell'informazione nell'era dell'IA

Le democrazie hanno bisogno dei giornalisti

le novità dell'AI Act

Ilaria Maccari

Chatbot che devono dichiararsi tali, deepfake da etichettare, contenuti sintetici da marcare: dal 2 agosto è in applicazione l’articolo 50 dell’AI Act, la norma europea sulla trasparenza dell’intelligenza artificiale. Una data che interroga da vicino chi fa informazione.
Ne abbiamo parlato con Gabriele Mazzini, ideatore ed estensore dell’EU AI Act (Regolamento UE 2024/1689) alla Commissione europea, partendo da una domanda scomoda: una legge può difendere la verità?

L’articolo 50 dell’AI Act, appena entrato in applicazione, impone la trasparenza sui contenuti generati dall’IA. Ma basta a difendere l’informazione dalla disinformazione?
Il problema dell’informazione di per sé non è affrontato dall’AI Act: la disinformazione è uno dei temi centrali del Digital Services Act, la regolamentazione delle piattaforme. Perché il problema non è legato all’origine dell’informazione, ma alla sua diffusione. La fake news c’è sempre stata, anche quando la diceva un individuo. Ci preoccupiamo dei deepfake perché qualcuno ha fatto la foto del Papa col piumino ed è diventata virale: ma è diventata virale perché ci sono le piattaforme. Questo riguarda il ruolo delle piattaforme nell’ecosistema dell’informazione, non l’intelligenza artificiale in sé.

Entriamo dentro l’articolo 50: quali obblighi di trasparenza prevede, e perché il testo scritto ne è rimasto fuori?
Nella proposta della Commissione avevamo previsto due cose su cui c’era accordo unanime: il chatbot deve essere riconoscibile, e i deepfake (immagini, suoni, video) vanno etichettati da chi li genera. Sapevamo che non sarebbe stato risolutivo: chi vuole diffondere false informazioni l’etichetta non la mette. Sul testo, alcuni colleghi volevano inserire l’obbligo di etichettatura e io mi ero opposto, ed è una battaglia che avevo vinto: se scrivo un testo con l’IA e lo pubblico con il mio account, me ne assumo la responsabilità. Se dico una stupidaggine perché ho lasciato scrivere tutto all’IA senza controllare, è colpa mia. E già anticipavamo che, con strumenti così diffusi, avremmo dovuto etichettare tutto: ormai chi è che scrive da solo? Poi il Parlamento, dopo ChatGPT, ha voluto aggiungere la marcatura, che è una cosa diversa dall’etichettatura: non è la dichiarazione di chi crea il contenuto, è un meccanismo tecnico inserito dal sistema, che permette a qualcuno, per esempio una piattaforma, di verificare se un’immagine è generata. Questo obbligo si applica dal 2 dicembre.

La marcatura tecnica prevista dall’articolo 50 funzionerà davvero? E le sanzioni possono fermare, per esempio, un deepfake politico durante una campagna elettorale?
A tutt’oggi leggo opinioni molto divergenti sul funzionamento di questi meccanismi, che richiedono una collaborazione complessa lungo tutta la catena della IA generativa, con standard interoperabili. E spesso funzionano solo se il verificatore è sviluppato dallo stesso fornitore del modello. Detto questo, il problema esiste e non lo nego: poter identificare se un contenuto è vero o falso è importante per la protezione dell’intelletto umano, per l’aspetto politico delle elezioni, ma io penso soprattutto agli aspetti forensi: se in un processo viene prodotta una prova fabbricata, devi poter sapere se quell’immagine è vera o falsa. La marcatura, che si applica da dicembre, ha molto più senso dell’etichettatura, perché l’etichetta la mette solo chi è in buona fede.

Facciamo un passo oltre la norma: il lettore ha il diritto, morale prima che giuridico, di sapere se un articolo nasce dall’intelligenza artificiale? O conta solo che l’informazione sia verificata?
Ciò che distingue il giornalismo da qualcosa che non è giornalismo è che voi avete un codice etico, una professionalità: certe notizie non le date se non sono verificate. Il valore aggiunto del giornalismo, rispetto alla notizia della piattaforma o dell’amico, è la credibilità. Facebook nessuno lo verifica; voi avete un codice deontologico che vi impone una supervisione, e se un’informazione è sbagliata fate una correzione. Per questo, se ti sei fatto aiutare dall’IA per la struttura di un articolo, ma quello che scrivi lo scrivi secondo la tua deontologia, citi le fonti, dimostri che è vero  a me che interessa? L’arte sarebbe un discorso diverso: lì, come editore, non voglio premiare chi è più bravo a fare i prompt, voglio premiare chi è più bravo a scrivere. Ma non regolamenterei una cosa del genere per legge: le sensibilità devono prima stabilizzarsi, e alla fine deciderà anche il mercato.

Quindi come cambia il mestiere del giornalista?
Il modo in cui si lavora cambia, e utilizzare l’IA secondo me è utile. Ma pensare che possa sostituire completamente il valore umano, forse soprattutto nel giornalismo, no. Il giornalismo è anche uno strumento di libertà: le democrazie hanno bisogno dei giornalisti, perché costituiscono un meccanismo di responsabilità per il politico. L’idea di affidarci completamente alle piattaforme o all’IA per le notizie mi sembra rischiosa. E c’è un motivo in più per distinguere l’attività umana da quella della macchina: queste macchine si sono nutrite di testi scritti da persone. Il giorno in cui avremo solo prodotti scritti da macchine, non credo che funzioneranno così bene.