Il secondo nodo di conclusioni non riguarda il mondo professionale ma riguarda tutti. Bio-mediatica significa che il rapporto con i media riguarda la vita, la vita di ciascuno. Quindi se esiste una bio-mediatica deve esistere anche una bio-media-etica. Basta l’aggiunta di una vocale: ma è evidente l’esigenza imprescindibile di dotare una attività vitale, che consiste nel comunicare relazionandosi con gli altri attraverso i media, non tanto di un sistema di regole, ma piuttosto di un sistema il più possibile condiviso di valutazione qualitativa, sul confronto, sul dialogo, sulla responsabilità personale.
La televisione continua ad avere un pubblico di telespettatori che coincide sostanzialmente con la totalità della popolazione (il 98,3%: +0,9% di utenza complessiva rispetto al 2011), e anche la radio resta un mezzo a larghissima diffusione di massa (la ascolta l’83,9% della popolazione: +3,7% in un anno). Ma in entrambi i casi cresce l’importanza delle forme radio-televisive che si integrano con internet: web tv, streaming, YouTube e simili.
Prosegue inoltre l’emorragia di lettori della carta stampata: i lettori di quotidiani (-2,3% tra il 2011 e il 2012), che erano il 67% degli italiani nel 2007, sono diventati oggi solo il 45,5%. Al contrario, i quotidiani on line contano il 2,1% di lettori in più rispetto allo scorso anno, arrivando a un’utenza del 20,3%.(RED)
– 10° Rapporto Censis/Ucsi sulla comunicazione (.pdf) (sintesi)
TESTO INTEGRALE INTERVENTO PRESIDENTE UCSI ANDREA MELODIA
Non credo che dieci anni fa quando Giuseppe De Rita e Emilio Rossi, allora presidente dell’UCSI, concordarono l’avvio di queste indagini annuali, potessero pensare a un esito della ricerca così radicale e sconvolgente come quello di considerare i media come una estensione delle funzioni vitali. Al CENSIS va la gratitudine dell’UCSI per avere tenuta alta questa bandiera tra tante difficoltà negli anni, e al CENSIS dobbiamo l’invenzione di questo termine, bio-mediatica, per il quale profetizzerei qualche fortuna perché ci dà una immagine convincente di cosa sta avvenendo nel sistema delle comunicazioni.
Non sono le tecnologie i driver del cambiamento: le tecnologie sono solo strumenti. Il cambiamento sta nell’uomo, nell’insieme dei suoi bisogni vitali, nei suoi comportamenti sociali, negli effetti educativi che i media determinano. Il cambiamento è antropologico, qualcuno sospetta possa divenire addirittura fisiologico. E’ l’uomo sociale ad essere rimesso in discussione dai media.
Attenzione: non ho detto dai nuovi media, ho detto dai media nel loro insieme. L’errore più frequente che oggi si incontra nei discorsi sui media è quello di chi vorrebbe individuare soltanto nei nuovi media, cioè in sostanza nella esperienza di rete, le condizioni del cambiamento, relegando tutto il mondo dei media tradizionali, stampa, broadcasting radiotelevisivo, tra le cose superate e destinate a sparire. Errore di prospettiva grave, che queste indagini hanno sempre evitato.
Un dato esemplare ci dice che la percentuale dei consumatori abituali di televisione non cala – addirittura sembra crescere, ma quando si gira intorno al 98% credo basti dire che non cala – ma che sono le condizioni, le tecnologie e quindi i modi d’uso, a cambiare profondamente, perché ormai esiste una relazione continua, direi virtuosa, tra il vecchio e il nuovo. Qualcosa che costringe il vecchio a trasformarsi per non morire, e il nuovo a non perdere di vista i risultati, i bisogni che nei vecchi media hanno trovato risposte, risposte che continuano a essere cercate.
Oggi Internet sembra a qualcuno il luogo della parcellizzazione, del soddisfacimento individuale, del piacere, quello in cui il virtuale più facilmente si allontana dal reale. Il cosiddetto “palinsesto personalizzato” altro non sarebbe che una rinuncia a rapportarsi a una comunità, la fuga dalla esigenza di coesione sociale.
Ma non è così, perché la rete non è più un medium ma un modo di rapportarsi all’insieme complesso, multiforme e strettamente correlato di tutti i media, legati sia alle vecchie sia alle nuove tecnologie. Quindi la diffusione attraverso una tecnologia piuttosto che un’altra è tendenzialmente indifferente. So bene che non lo è ancora, ma la tendenza è chiara. Ci sono anche differenze rilevanti che dipendono dall’età, dalla cultura, dal censo dei destinatari, e queste differenze purtroppo resteranno, come permangono per qualsiasi attività umana, ma saranno sempre meno legate alle diverse tecnologie e sempre più focalizzate sulla persona che le usa e le sue particolari preferenze.
La crossmedialità, la capacità dei contenuti ad adattarsi alle diverse modalità di comunicazione, è divenuta paradigma del successo comunicativo. Un altro è quello della persistenza, cioè della capacità dei contenuti, opportunamente elaborati a questo scopo, di sopravvivere al consumo istantaneo, diventando memoria condivisa e riutilizzabile.
Questo ragionamento mi pare porti a due nodi di possibili conclusioni.
Il primo nodo riguarda le attività produttive legate ai media. Non c’è dubbio che oggi chiunque può trovarsi nella condizione di produrre contenuti, a volte anche sofisticati. Ma a parte la casualità, quello che conta è ancora la qualità professionale. Ne abbiamo bisogno nella informazione, per la quale il problema del controllo delle fonti resta centrale, ne abbiamo bisogno per le immagini, che sempre più richiedono alta definizione e significanza, ne abbiamo bisogno per il testo e la narrazione, che non possono prescindere dal rispetto delle regole, direi ancora le regole aristoteliche. Sono solo esempi.
Quindi la diffusione capillare della comunicazione mediale porta un incremento del bisogno di lavoro professionale e di formazione qualificata; problemi entrambi che si scontrano con la crisi economica e con il carattere liquido, instabile del nuovo ambiente professionale in questo settore, caratterizzato da grande precariato. Ma la nostra responsabilità verso i giovani comunicatori professionali – e qui non a caso non uso il termine “giornalista”, che tende a riportarci in un mondo iper-regolato: no, penso a tutti i giovani che possono comunicare professionalmente – resta quella di aiutarli a ottenere la giusta remunerazione, accettabili condizioni di welfare e strumenti formativi adeguati.
Questo ragionamento impone ai media tradizionali una profonda e sollecita riflessione sul proprio assetto e sulle proprie abitudini professionali, perché davvero mi sembra che la lentezza di adattamento comporti rischi mortali. Penso alle televisioni generaliste, ancora toccate marginalmente dalla trasformazione e che per questo corrono i rischi maggiori, ma anche a quella parte della informazione stampata che stenta ad adeguarsi alle esigenze della newsroom digitale.
Il secondo nodo di conclusioni non riguarda il mondo professionale ma riguarda tutti. Bio-mediatica significa che il rapporto con i media riguarda la vita, la vita di ciascuno. Quindi se esiste una bio-mediatica deve esistere anche una bio-media-etica. Basta l’aggiunta di una vocale: ma è evidente l’esigenza imprescindibile di dotare una attività vitale, che consiste nel comunicare relazionandosi con gli altri attraverso i media, non tanto di un sistema di regole, ma piuttosto di un sistema il più possibile condiviso di valutazione qualitativa, sul confronto, sul dialogo, sulla responsabilità personale.
Ci sono e verranno anche le regole, ma quello che conta è la responsabilità, unita alla competenza. Non possiamo fare a meno di pretendere che la scuola, i media stessi come strumenti di educazione permanente, e la formazione professionale focalizzino l’attenzione sulla responsabilità di tutti e di ciascuno nell’uso dei media. Bio-media-etica.
Concludo: come giornalisti cattolici dell’UCSI abbiamo scelto un percorso che comprende l’apertura dell’associazione ai comunicatori professionali, anche non iscritti all’ordine dei giornalisti, e così molti giovani cominciano a interessarsi a quello che proponiamo. E il focus è l’etica dei media, non per fare le pulci moralisticamente a questo o a quello ma per costruire responsabilità sociale nell’uso dei media, a cominciare dalle attività di servizio pubblico, che oggi non può essere solo radiotelevisivo, proprio a causa della natura interconnessa del sistema mediale.
Di responsabilità nell’uso dei media, in Italia, hanno bisogno la vita politica, il sistema della giustizia, l’istituzione familiare… è solo il primo elenco che viene in mente. Di attenzione a questi temi ne circola assai poca, persino la salvaguardia dei minori a volte viene dipinta come pretesa censoria. Ma la qualità della società in cui viviamo è strettamente connessa alla qualità dei media nei quali siamo immersi ogni giorno. Se vogliamo migliorare la politica e l’immagine della società italiana, credo proprio che si debba lavorare per un sistema dei media migliore di quello che abbiamo.

