Ne ricaviamo alcune indicazioni utili per tutti i giornalisti, ma che come Ucsi sentiamo particolarmente sulle nostre corde.
1. L’impegno per una comunicazione che sappia anteporre la verità agli interessi personali o di corporazioni è innanzitutto personale.
Essere giornalista, ha detto il papa, “ha a che fare con la formazione delle persone, della loro visione del mondo e dei loro atteggiamenti davanti agli eventi. È un lavoro esigente, che in questo momento sta vivendo una stagione caratterizzata, da una parte, dalla convergenza digitale e, dall’altra, dalla trasformazione degli stessi media.”
2. Entrare nel processo di trasformazione dei media è una necessità dei nostri tempi
Facendo riferimento a un’esperienza personale, in occasione di viaggi apostolici o di altri incontri, papa Francesco invita a riflettere sulle tante differenti modalità produttive: “dalle classiche troupe televisive fino ai ragazzi e ragazze che con un telefonino sanno confezionare una notizia per qualche portale. O anche dalle radio tradizionali a vere e proprie interviste fatte sempre con il cellulare. Tutto questo dice che davvero stiamo vivendo una trasformazione pressante delle forme e dei linguaggi dell’informazione”.
3. Occorre una vigilanza sapiente, : visto che «le dinamiche dei media e del mondo digitale, […] quando diventano onnipresenti, non favoriscono lo sviluppo di una capacità di vivere con sapienza, di pensare in profondità, di amare con generosità. I grandi sapienti del passato, in questo contesto, correrebbero il rischio di vedere soffocata la loro sapienza in mezzo al rumore dispersivo dell’informazione (Enc. Laudato si’, 47).
4. In assenza di ricette, che non esistono, il Papa suggerisce tre parole: periferie, verità e speranza.
“Periferie. Molto spesso, i luoghi nevralgici della produzione delle notizie si trovano nei
grandi centri. Questo però non deve farci mai dimenticare le storie delle persone che vivono
distanti, lontane, nelle periferie. Sono storie a volte di sofferenza e di degrado; altre volte sono
storie di grande solidarietà che possono aiutare tutti a guardare in modo rinnovato la realtà.
Verità. Tutti sappiamo che un giornalista è chiamato a scrivere ciò che pensa, ciò che
corrisponde alla sua consapevole e responsabile comprensione di un evento. È necessario essere
molto esigenti con sé stessi per non cadere nella trappola delle logiche di contrapposizione per
interessi o per ideologie. Oggi, in un mondo dove tutto è veloce, è sempre più urgente fare appello
alla sofferta e faticosa legge della ricerca approfondita, del confronto e, se necessario, anche del
tacere piuttosto che ferire una persona o un gruppo di persone o delegittimare un evento. So che è
difficile, ma la storia di una vita si comprende alla fine, e questo deve aiutarci a diventare
coraggiosi e profetici.
Speranza. Non si tratta di raccontare un mondo senza problemi: sarebbe un’illusione. Si
tratta di aprire spazi di speranza mentre si denunciano situazioni di degrado e di disperazione. Un
giornalista non dovrebbe sentirsi a posto per il solo fatto di aver raccontato, secondo la propria
libera e consapevole responsabilità, un evento. È chiamato a tenere aperto uno spazio di uscita, di
senso, di speranza”.
foto: Avvenire

