Le truffe non sono più soltanto reati economici: sono diventate una lente attraverso cui osservare le trasformazioni culturali e comunicative della società contemporanea. Nell’ecosistema digitale, dove relazioni, informazioni e affetti circolano con velocità e senza confini, la fiducia assume nuove forme e, allo stesso tempo, nuove zone d’ombra.
Le truffe alla Grande Età, in particolare, rivelano con forza quanto la tecnologia e la comunicazione possano essere utilizzate non solo per connettere, ma anche per manipolare, ferire, devastare.
Un’inchiesta giornalistica rivela uno scenario impensabile
In questo quadro, la recente operazione contro una vasta organizzazione criminale specializzata in truffe agli anziani, raccontata da Il Fatto Quotidiano, non rappresenta soltanto una notizia giudiziaria[1]. È un fatto sociale, culturale e simbolico che interpella la coscienza collettiva e chiama in causa il ruolo dell’informazione.
L’inchiesta, firmata da Vincenzo Iurillo e pubblicata su Il Fatto Quotidiano, ha il merito di evidenziare una realtà spesso sottovalutata o narrata in modo frammentario. Il titolo è già di per sé un atto di responsabilità giornalistica: “Vittime devastate come se fossero state stuprate”. Una frase dura, pronunciata dal procuratore aggiunto di Napoli Pierpaolo Filippelli, che restituisce la profondità del trauma subito dalle vittime.
Come ha dichiarato il procuratore capo Nicola Gratteri, gli indagati “hanno abusato della loro fragilità, di gente malata, in difficoltà, sola in casa e con i figli lontani”, sottolineando che si tratta di “reati estremamente odiosi che riguardano la parte fragile della società”. Parole che spostano l’attenzione dal semplice danno economico alla dimensione etica e comune del crimine.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, sono 33 le truffe pluriaggravate, commesse tra maggio 2024 e gennaio 2025, con un giro d’affari di circa 300mila euro. Un’organizzazione articolata, con ruoli ben definiti: “telefonisti”, “trasfertisti” e “corrieri”, capaci di sfruttare una sceneggiatura ormai collaudata — l’incidente di un familiare, la richiesta di una cauzione — ma sempre tragicamente efficace.
Colpisce il dato umano: “Le anziane vittime di questi reati risultano devastate come fossero vittime di stupro”. Una devastazione che non riguarda solo la perdita di denaro o gioielli, ma la rottura del senso di fiducia, il sentimento di colpa, la vergogna, la paura. È qui che la cronaca giudiziaria necessita di un’analisi sociologica chiara e precisa.
Queste truffe si inseriscono in quella che potremmo definire un’“ecologia della vulnerabilità digitale”. La fragilità non è solo individuale, ma relazionale e culturale. Gli anziani, spesso meno allineati alle competenze richieste dalla società digitalizzata, diventano bersagli ideali in un ambiente in cui l’asimmetria informativa è profonda.
La tecnologia — telefonate, applicazioni di messaggistica, social network — non è neutra. Ridefinisce i confini della fiducia e rende possibile la manipolazione degli affetti.
Non è un caso che i truffatori facciano leva sui legami familiari, sulla paura e sul senso di urgenza. Come ha ricordato Gratteri, “i carabinieri non chiamano mai a casa”, eppure la forza emotiva del racconto supera spesso la razionalità.
Non solo gli anziani cadono nella rete…
Se gli anziani rappresentano il volto più evidente di questa situazione, la vulnerabilità digitale non è esclusiva di una singola fascia d’età. I giovani, immersi in social network, piattaforme di gaming e lavoro online, affrontano rischi differenti ma altrettanto insidiosi: phishing, truffe affettive, manipolazioni della reputazione digitale.
Le truffe affettive online, in particolare, mostrano come la tecnologia possa simulare relazioni, emozioni e intimità, producendo ferite anche profonde. In questi casi, il danno non è solo economico, ma riguarda la perdita di una connessione umana percepita come autentica.
L’inchiesta racconta anche di “call center” improvvisati in appartamenti e b&b, di comunicazioni via app, di riciclaggio attraverso orafi e attività commerciali. È un sistema che trova spazio nelle pieghe della rete e che chiama in causa la responsabilità delle piattaforme digitali, delle istituzioni e dei meccanismi di regolazione tecnologica.
Accanto alla repressione, emerge con forza il tema della prevenzione culturale. Come ha sottolineato il colonnello Marco Alesi, molte di queste truffe utilizzano “trucchi vecchi e noti”, eppure continuano a funzionare. Segno che l’informazione e l’educazione digitale restano strumenti essenziali e ancora insufficienti.
Il ruolo dell’informazione nel raccontare le truffe
In questo scenario, l’informazione assume un valore che va oltre la cronaca: diventa uno strumento di tutela sociale. Raccontare le truffe con precisione e continuità significa sottrarre terreno all’inganno e restituire ai cittadini strumenti di difesa. Il silenzio, al contrario, favorisce l’isolamento delle vittime e rafforza il potere di chi sfrutta paura e disinformazione. Una comunicazione responsabile contribuisce a trasformare l’allarme in consapevolezza, e la paura in conoscenza condivisa. È in questo spazio che il giornalismo può e deve esercitare una funzione educativa, soprattutto nei confronti delle fasce più esposte.
Bisogna riaffermare un racconto giornalistico attento alla persona, capace di leggere i fatti alla luce delle dinamiche sociali e culturali, senza cedere alla spettacolarizzazione del dolore.
Le truffe agli anziani, come emerge con forza dall’inchiesta de Il Fatto Quotidiano, non sono solo un fenomeno criminale, ma un sintomo delle tensioni profonde della società digitale. Capire queste dinamiche è il primo passo per costruire una società digitale più consapevole, equa e sicura.
Una società in cui la tecnologia non diventi strumento di violenza sociale, ma occasione di inclusione, e in cui il giornalismo continui a svolgere il suo ruolo essenziale di presidio etico e culturale.
Immagine di Gerd Altmann da Pixabay


