E’ giusto condannare per diffamazione l’autore di un romanzo se i personaggi descritti in termini negativi assomigliano troppo a delle persone non famose vive o già morte. L’ha stabilito la Corte europea dei diritti umani. I giudici di Strasburgo hanno assolto il Portogallo dall’accusa di aver violato il diritto alla libertà d’espressione dell’autrice di un romanzo, condannata per aver diffamato alcuni parenti di suo marito, dopo che questi si sono riconosciuti nei personaggi del racconto.La vicenda prende il via nel dicembre del 2000, quando Maria de Fatima Almeida Leitao Bento Fernandes, utilizzando uno pseudonimo, stampa 100 copie del suo romanzo ‘Il palazzo delle mosche’ che distribuisce gratuitamente a parenti e amici. Nella prefazione l’autrice ringrazia le persone che l’hanno ispirata chiarendo che i fatti raccontati sono frutto della sua immaginazione e che qualsiasi somiglianza alla realtà è pura coincidenza. Ma alcuni parenti del marito, tra cui la madre e la sorella, ritengono che alcuni dei personaggi del romanzo, descritti assai negativamente, gli somiglino troppo e quindi denunciano l’autrice per diffamazione.
La donna viene quindi condannata a pagare una multa di 4mila euro e a versare 53mila euro per danni morali ai parenti del marito. I tribunali portoghesi la ritengono colpevole di aver diffamato cinque membri della famiglia e di aver leso l’onore di altri due già deceduti. La Corte di Strasburgo ha ora stabilito che questa condanna è stata “giustificata” (perché i reati commessi sono previsti dalla normativa nazionale) ed ha perseguito uno scopo legittimo, cioè quello di proteggere i diritti dei parenti.
Secondo la Corte i togati portoghesi hanno dato il giusto peso a tutti gli elementi a loro disposizione e bilanciato correttamente i diritti in causa. In particolare è stato riconosciuto che è stato raccolto un numero di prove sufficienti per determinare che i parenti avevano ragione a riconoscersi nei personaggi. E che, nel quantificare la multa e i danni morali, è stato presi correttamente in considerazione lo status economico della donna. La Corte ha anche sottolineato che gli Stati hanno un ampio margine nel decidere come comportarsi quando a essere diffamate sono persone che non godono di notorietà pubblica. (ANSA)

