Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto» (Matteo, 20)
Il modo migliore per scoprire se ci si può fidare di qualcuno è di dargli fiducia scriveva Ernest Hemingway. In fondo è anche quello che hanno fatto e fanno milioni di utenti cliccando “accetta” o “consenti” sui form e sui moduli on line per aprire un profilo o una fanpage su un social network a volte, purtroppo, senza leggere le condizioni e i termini di utilizzo.
La vecchia vicenda di Cambridge Analytica e dei dati raccolti per profilare gli elettori durante la campagna elettorale Usa del 2016 sollevò già tanti dubbi e molte perplessità, ma soprattutto generò un senso di sfiducia in centinaia di migliaia di persone nei confronti di Facebook, il più popolare e diffuso social network a livello planetario con oltre 2,2 miliardi di utenti attivi. L’inchiesta dell’Observer e successivamente gli altri articoli pubblicati dal The Guardian, dal New York Times, dalla Bbc e da centinaia di testate giornalistiche in tutto il mondo, oltre a dare la notizia del crollo di Facebook a Wall Street, contribuirono a far riflettere su quanto effettivamente Facebook abbia fatto e stia facendo per proteggere i nostri dati personali.
La coda lunga di quel dibattito non era tanto la consapevolezza di fondo sul fatto che in Rete ci si espone e che la vita di ciascuna persona che decide di stare dentro ai social mostra il suo lato pubblico, ma bensì, al di là dei livelli e delle capacità di utilizzo degli strumenti da parte degli utenti, la presa di coscienza che il rapporto fiduciario tra persona-utente e social network sia stato tradito.
Al di là dell’impulsività scaturita da quanto accadde allora, tutto ciò deve far riflettere sul mondo che ruota attorno ai “big data”. Quanto accaduto con la vicenda Cambridge Analytica allora aveva posto diversi interrogativi: qual è lo stato di salute dell’ecosistema europeo di protezione dei dati personali? Quanto effettivamente le imprese e gli enti pubblici degli Stati membri dell’Unione Europea sono preparati? Qual è il grado di maturità dei cittadini in termini di sicurezza e protezione dei dati personali?
Domande che si pongo, con ancora maggiore attualità, a dieci anni di distanza.
Tutto ciò mette in evidenza quanto siano rilevanti i fattori culturale ed educativo sull’uso delle reti sociali che investono non solo i nativi digitali, ma anche i migranti digitali. Una cultura all’uso responsabile che parte dalla famiglia e dalla scuola per ogni singola persona ma che coinvolge anche coloro che operano all’interno di enti e di istituzioni private e pubbliche.


