31 Maggio 2026
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La strada che indica è quella di un giornalismo capace di fare sintesi, di connettere sapientemente la pluralità dei saperi e delle storie con una pratica etica e umana, che sappia contribuire a costruire società più giuste, inclusive e consapevoli.

Morin, il pensiero complesso come guida per il giornalismo

l'eredità che ci lascia Edgar Morin

Francesco Pira

La scomparsa nelle ultime ore di Edgar Morin, avvenuta a Parigi all’età di 104 anni, segna la perdita di una figura eminente del pensiero contemporaneo. Sociologo, filosofo, epistemologo, Morin ha attraversato un secolo di storia con uno sguardo lucido e profondamente umano, illuminando più di una generazione con la forza del suo approccio interdisciplinare e con l’idea rivoluzionaria del “pensiero complesso”. Ho avuto il privilegio di conoscerlo personalmente e il suo insegnamento rappresenta da sempre una fonte primaria nella mia formazione e nelle mie ricerche scientifiche. Morin, insieme a figure come Zygmunt Bauman, ha segnato la mia riflessione sui processi culturali e comunicativi, guadagnandosi un posto di rilievo nei miei scritti e nel mio percorso di studi.

Era uno spirito universale”, ha dichiarato il presidente francese Emmanuel Macron nel ricordarlo, sintetizzando la straordinaria capacità di Edgar Morin di attraversare i confini disciplinari e geografici per costruire un pensiero che è insieme globale e radicato nelle profondità dell’esperienza umana. Sua moglie, Sabah Abouessalam Morin, ha voluto sottolineare la sua attenzione al mondo e agli altri, un’attenzione che non si mai spenta, neanche negli ultimi giorni di vita, accompagnata da un rigore morale e da una speranza che ancora oggi ci guida.

Morin fu antifascista convinto e protagonista della Resistenza, e mai ha smesso di interrogare i grandi temi dell’umanità: la conoscenza e la verità. Come osserva l’ex presidente François Hollande, la sua opera “parte dalla scienza per giungere a una riflessione sull’uomo diversa dalla sociologia tradizionale”, capace di connettere i saperi e superare le rigidità del pensiero frammentato. La sua definizione di “pensiero complesso” come capacità di collegare ciò che appare separato e di identificare ciò che unisce gli esseri umani, è una lezione fondamentale per chi, come me, studia la comunicazione sociale.

La necessita di ricercare il senso nella comunicazione secondo Morin

In un’epoca dominata dalla rapidità e dalla sovrabbondanza di informazioni, il pensiero di Morin ci esorta a non abbandonare la ricerca del senso in favore della superficialità. Nell’ecosistema mediale oggi predominante — che ho analizzato nei miei lavori a partire dal processo di mediatizzazione — assistiamo infatti a una tensione tra una comunicazione veloce, spesso frammentata e senz’anima, e il bisogno di narrazioni che restituiscano la ma anche l’umanità dei fenomeni sociali. Morin ci rammenta che “l’unica realtà di cui siamo sicuri è la rappresentazione, cioè l’immagine, cioè la non-realtà” e proprio per questo la responsabilità nella produzione e nella trasmissione delle rappresentazioni diventa centrale. Il rischio è che la rappresentazione si trasformi in distorsione, creando mondi paralleli fatti di stereotipi, fake news e appiattimenti culturali.

Non si tratta soltanto di un problema teorico o accademico: la complessità di oggi si traduce direttamente nella vita delle persone, nella capacità delle società di affrontare crisi globali come la pandemia, i cambiamenti climatici, le disuguaglianze crescenti, le migrazioni, le tensioni identitarie.

Una delle prove più recenti e cruciali che la nostra società deve affrontare, e che interpella direttamente il pensiero di Morin, è quella dell’Intelligenza Artificiale (IA). In un mondo sempre più governato da algoritmi e processi automatici che filtrano, selezionano e propongono contenuti, la molteplicità delle dinamiche si intreccia con una rapidità e una scala senza precedenti.

La nuova sfida dell’IA e l’etica dell’intelligenza

L’IA è infatti uno strumento potentissimo ma ambivalente: può assistere nella gestione dell’enorme quantità di dati, ma può anche rinforzare bolle di filtro, amplificare pregiudizi e distorsioni, favorire la disinformazione e la polarizzazione. Il pensiero complesso moriniano ci insegna qui che non basta sviluppare l’efficienza tecnica: serve un’etica dell’intelligenza, una visione che consideri le implicazioni sociali, culturali e umane delle tecnologie. È urgente inserire negli sviluppi dell’IA una riflessione critica e multidisciplinare che eviti conseguenze negative e che sappia valorizzare la natura articolata dell’essere umano, della società e della conoscenza.

Per il giornalismo, si apre così una nuova frontiera: da un lato deve saper utilizzare questi nuovi strumenti per potenziare l’accuratezza, l’immediatezza e la capacità analitica; dall’altro deve mantenere uno sguardo vigile e riflessivo per non cadere nella trappola della dipendenza dal dato numerico o dall’algoritmo senza senso critico.

In questo scenario, il giornalismo, luogo di costruzione dell’immaginario pubblico, svolge una funzione cruciale e delicata. Morin stesso ha rimarcato l’importanza di riconoscere che la realtà mediatica è sempre articolata e va rappresentata in tutte le sue dimensioni. Il giornalista moderno si trova a contrastare la corsa planetaria delle notizie, le pressioni del mercato e la diffusione capillare di contenuti digitali, senza rinunciare però allo spessore e alla precisione.

Le trasformazioni del giornalismo indotte dalla tecnologia

Non è un caso che io abbia spesso richiamato Morin nei miei studi sulla mediatizzazione, evidenziando come la televisione e altri media abbiano trasformato la relazione tra parola, immagine e realtà, annullando spesso la capacità di astrazione e di riflessione critica del pubblico. Come lui affermava, partecipiamo a una realtà fatta di rappresentazioni: il giornalismo ha quindi la responsabilità di rendere queste rappresentazioni non manipolative, non riduttive, ma capaci di restituire complessità senza perdersi in sovraccarichi d’informazioni o in un estetismo vuoto.

Il giornalista deve essere un operatore di fiducia sociale e un mediatore culturale, capace di integrare dati, testimonianze, contesti, e di mettere in luce le contraddizioni senza cadere nel sensazionalismo o nella banalizzazione. Deve salvaguardare la dignità delle persone coinvolte, contrastare la spettacolarizzazione del dolore e della violenza, restituire voce a chi spesso ne è privo, e promuovere riflessioni collettive anziché promuovere panico o individualismo.

In un’epoca in cui l’infodemia e le fake news minacciano la stessa tenuta democratica, il giornalismo può rispondere con una “buona educomunicazione”, una pratica che ho approfondito nelle mie ricerche, capace di costruire cittadini consapevoli e comunità resilienti. L’insegnamento di Morin suona qui come un richiamo urgente e necessario: non esiste conoscenza e non esiste democrazia senza informazione di qualità.

Quel che ci lascia Edgar Morin

La vita e l’opera di Edgar Morin rappresentano un patrimonio prezioso per tutti noi, e in particolare per chi, come me e gli operatori dell’informazione, è chiamato a narrare un mondo in continua trasformazione. Nel ricordarlo abbracciamo la responsabilità di proseguire una strada che oggi è quanto mai necessaria: quella di un giornalismo capace di fare sintesi, di connettere sapientemente la pluralità dei saperi e delle storie con una pratica etica e umana, che sappia contribuire a costruire società più giuste, inclusive e consapevoli.

Edgar Morin ci lascia un messaggio di speranza e impegno: guardare il mondo con occhi capaci di accogliere la diversità, con cuori che non si arrendono di fronte alle difficoltà, e con menti pronte a costruire ponti anziché alzare muri. Per noi, giornalisti e comunicatori, è un monito a essere protagonisti responsabili e coraggiosi del cambiamento sociale.