La crisi di credibilità dei giornalisti
Oltre la metà dell’opinione pubblica italiana considera i giornalisti poco affidabili (49,8%) e poco oggettivi (53,2%). Ancora più consistente è la percentuale di quelli che li considerano poco indipendenti (67,2%) , e inoltre sono gli stessi giornalisti ad ammettere che il sistema dei media è condizionato dalla politica.
Se in generale ai giornalisti italiani sono mancate le condizioni per essere liberi e indipendenti, diventare faziosi e autoreferenziali sono state invece scelte precise […]. Non a caso molte trasmissioni televisive sono pensate come arene moderne in cui il giornalista, invece di essere arbitro, gioca il ruolo del «gladiatore» e scende in campo per lottare e vincere. Queste potranno fare audience ma non cultura, inoltre se l’incontro diventa sistematicamente scontro e la parola urlata sostituisce quella condivisa, il confronto democratico viene svilito e messo in pericolo. In questa logica, nata una quindicina di anni fa, la parola dei direttori delle grandi testate in trasmissioni come Ballarò, Annozero, L’infedele, è ancora più autorevole di quella di rappresentanti di cariche istituzionali.
Rimane però una domanda: quando si lede l’onore e si condiziona la vita di una persona o di una istituzione, il danno chi lo risarcisce? L’Italia è tra i pochi Paesi europei in cui non esistono organismi di difesa del lettore e dell’ascoltatore; l’Ordine dei giornalisti, che ha il potere di sanzionare, si è rivelato debole e timido […].
Verso una nuova credibilità basata sul servizio pubblico
In cosa consiste dunque la credibilità del giornalista? Si può dire che un giornalista è credibile nel momento in cui è creduto?
Tre sono le priorità su cui basare la deontologia del giornalismo: la responsabilità (saper valutare gli effetti e le conseguenze della notizia); la preparazione rigorosa (conoscere e saper applicare le tecniche della professione); la credibilità (rispettare la verità sostanziale dei fatti), […].
Nel convegno organizzato dall’Ucsi il 28 gennaio 2012 a Caserta, mons. Crociata, segretario generale della Cei, ha enunciato tre passi che chiamano in causa la responsabilità personale, affinché la professione del giornalisti riacquisti credibilità . Il primo passo è quello di «rigenerare il linguaggio». La lingua-slogan e la lingua-etichetta «ottundono la nostra capacità di ascolto e comprensione del mondo, “chiudendo” i significati in formule di facile presa, ma riduttive e mortificanti. È necessario dunque compiere l’operazione contraria, o, come scriveva il gesuita François Varillon, «spezzare le parole», «da un lato per rompere le incrostazioni e i luoghi comuni che indeboliscono la loro capacità di significare, dall’altro perché possano essere condivise, generando comunicazione e comunione».
Il secondo passo è la «parresia», che significa «dire con coraggio la verità, a ogni costo». La difesa a ogni costo del diritto di informazione «pretende di richiamarsi a questa virtù antica, la quale però ha una forma che le somiglia ma che è opposta nella sostanza: l’ipocrisia. L’ipocrita è chi sostiene di dire la verità per amore del vero, ma in realtà mira soltanto a ottenere un qualche vantaggio; il “parresiasta” dice la verità che ha conosciuto, a costo di pagare altissimi costi personali, in alcuni casi fino alla morte».
Il terzo passo comporta la testimonianza del giornalista: «Il parresiasta infatti è un testimone, non pretende di conoscere tutta la verità, ma sa qualcosa di essa, e sente il dovere di dirlo. È un soggetto in doppia relazione: con la verità, e con gli altri ai quali non può non comunicarla, a costo appunto di un danno personale. È un soggetto che si prende una responsabilità, un’iniziativa, che è disposto ad assumersi le conseguenze della propria scelta». L’onestà informativa richiederebbe di non pretendere di «riportare i fatti», perché nessun fatto può esistere a prescindere da un senso, e questo non può essere riportato ma solo cercato e condiviso. L’onestà informativa invece chiede di trasformarvi «da reporter a testimoni: cercatori della verità, […] dove l’altro non è l’oggetto della mia curiosità, o una minaccia da controllare, ma un fratello che condivide un’esistenza che ci è stata donata, e che con me può contribuire alla ricerca della verità che ci rende umani».
Lo sguardo profetico del giornalista
La vocazione del giornalista rimane quella di essere «servizio pubblico», tema al quale l’Ucsi ha dedicato il suo ultimo Congresso nazionale. Due parole cariche di significato: «servizio» come possibilità aperta a tutti di accedere all’informazione e «pubblico» che include la costruzione di un’informazione sia democratica sia popolare, cioè condivisa.
Per ottenere questo occorre uno sguardo profetico capace di vedere «controcorrente». In realtà si tratta di essere capace di vedere la verità profonda che è davanti agli occhi di tutti e che nessuno riesce ad interpretare. Per questo esistono giornalisti che sacrificano la vita per descrivere ciò che vedono.
Dal 1992 ad oggi i giornalisti uccisi nel mondo sono stati 890, il 58% di loro si occupava di politica. […]
Il giornalismo di ispirazione cattolica
Il giornalismo cattolico, che non è necessariamente migliore di altri, ha una responsabilità in più: dovrebbe in forza della fede che lo nutre comunicare «la vita buona del Vangelo». Francesco Zanotti, presidente della Fisc (Federazione italiana stampa cattolica), ha precisato che «si stanno raccontando due Italie diverse: quelle dei circuiti mediatici nazionali e quella del territorio, quella che ruota su Roma e l’altra che gravita sui territori. Il caso di Oristano e il movimento dei forconi in Sicilia rappresentano due modelli di informazione». […].
Anche la stampa cattolica non è esente dalla crisi dovuta ai tagli dell’editoria che obbligano a numerosi licenziamenti di giornalisti. Circa settanta testate cattoliche sulle 190 in totale che aderiscono alla Fisc, stanno ripensandosi per affrontare i tagli ai fondi per l’editoria ridotti del 30% nel 2011.
Guido Mocellin, caporedattore del Regno, ritiene che per riuscire a farlo è necessario abbandonare «moralismi, astrattezza, difesa istituzionale, pretesa di avere l’esclusiva della trattazione del tema religioso». […]. Su alcuni temi, come quello della morte violenta che entra nelle case attraverso i media, Mocellin è convinto che il giornalista cattolico può dire una parola diversa dalle altre. Vengono alla memoria le grandi catastrofi naturali, i corpi martoriati di Gheddafi e di Marco Simoncelli, il modo in cui è stata trattata la morte di Eluana Englaro. Queste notizie dovrebbero «trovare molto più spesso i soggetti ecclesiali capaci e solleciti a prendere la parola, proprio in nome della vita, e della vita buona che vogliamo comunicare e a cui vogliamo educare. Se sapremo dire una parola di senso, di comprensione, di ascolto e di consolazione davanti alla morte, e a certe morti, sarà più udibile la parola che legittimamente pretendiamo di dire a tutela del diritto primario alla vita a partire dal suo concepimento fino al suo termine naturale».
Un esempio di buona notizia è stata quella su Carlo Castagna, l’uomo che nella cosiddetta «strage di Erba» del 2006, ha perduto la moglie, la figlia e il nipote, e che ha pubblicamente e ripetutamente perdonato gli assassini dei suoi cari […].
Alcune proposte aperte
Ci sembra matura la costituzione di un Comitato nazionale di Mediaetica per il giornalismo italiano recentemente proposta da Andrea Melodia, presidente dell’Ucsi (Unione stampa cattolica italiana), in occasione del Congresso nazionale, «una sorta di authority che potrebbe razionalizzare competenze disperse in tema di protezione dei minori, interventi dissuasivi, forse anche incentivazioni». Serve individuare criteri e regole condivise altrimenti tutto sembra lecito (per i forti). Quanto al futuro dell’Ordine dei giornalisti Melodia lo ritiene di utilità pubblica «se le sue capacità formative e dissuasive possono essere più efficaci: autogestione responsabile di un sistema a iscrizione obbligatoria, non arroccamento corporativo». Riguardo alla Rai ha proposto di imitare la scelta della Bbc con un solo telegiornale: «Tornare alla testata unica come principio di base all’interno del quale costruire e difendere il pluralismo. La sintesi nel rappresentare le opinioni discordi deve avvenire nelle redazioni, non possiamo richiederla soltanto alla volontà del pubblico. Il rispetto di questo delicatissimo ruolo di sintesi giustifica l’esistenza della concessione di servizio pubblico. La Rai deve meritare la sua condizione monopolistica come concessionaria». Le proposte sono destinate a far discutere, ma almeno costituiscono un punto di partenza per un dibattito che manca.
Rimane una strada da percorrere. Non è quella dei codici deontologici: l’Ordine ne ha approvati 15, ma sono troppi e poco rispettati. All’interno dei mondi vitali del giornalismo sarebbe utile ritornare a riflettere sull’antropologia, sul modello di uomo e di società che si vuole promuovere, servire e difendere nello spazio pubblico.

