Per rispondere alle minacce di Erdogan ci hanno messo la faccia. A riempire una storica prima pagina del quotidiano laico Cumhuriyet c’erano le foto di giornalisti, intellettuali e artisti, insieme ad altre decine di nomi, sotto un titolo secco: “Il responsabile sono io”. Tutti pronti a schierarsi pubblicamente a fianco del direttore Can Dundar, cui il presidente turco ha promesso che “pagherà un caro prezzo”, accusandolo di “spionaggio”. La colpa di Dundar è lo scoop con cui venerdì aveva denunciato la presenza di armi su alcuni camion dei servizi segreti di Ankara diretti in Siria nel gennaio 2014, con foto e video a documentarlo. Uno scossone clamoroso a pochi giorni dalle cruciali elezioni politiche di domenica prossima, visto che le autorità turche avevano sempre giurato che nei tir c’erano solo aiuti per i civili turkmeni. Oggi i legali di Erdogan hanno fatto partire una denuncia nei confronti di Dundar con l’accusa di aver pubblicato “immagini e informazioni false”. Dal canto suo, il giornalista ha rilanciato con un editoriale in cui propone 20 domande a Erdogan sul ‘tir-gate’. Ma c’è chi teme che per lui e altre voci scomode possa esserci in serbo ben di peggio. Come la ‘gola profonda’ Fuat Avni, l’account Twitter che ha più volte anticipato le mosse di Ankara e che adesso prevede arresti di massa di giornalisti e dissidenti alla vigilia del voto: “I magistrati hanno ordinato alla polizia penitenziaria di assicurarsi che ci sia abbastanza posto”, ha suggerito oggi.Un clima da caccia alle streghe contro cui hanno deciso di ribellarsi i giornalisti di Cumhuriyet e la società civile turca. Mentre sui social network veniva lanciato l’hashtag #CanDundarYalnizDegildir (Can Dundar non è solo), per Erdogan giungeva anche la condanna degli osservatori internazionali.
“Smetta di fare il bullo con i giornalisti solo perché non gli piace quello che scrivono”, lo ha accusato il ‘Committee to Protect Journalists’. Parole simili a quelle usate da ‘Reporters sans frontières’: “Il pubblico ha diritto di sapere. Se il governo si trova ora con le spalle al muro non può dare la colpa a Cumhuriyet, che ha solo fatto il suo lavoro”.
Uno scontro che arriva mentre Erdogan è già ai ferri corti con la stampa internazionale. A partire dal New York Times, accusato esplicitamente di ingerenze nella politica turca e sostegno alla confraternita Hizmet di Fethullah Gulen, l’ex imam e magnate in auto-esilio negli Usa che secondo Erdogan avrebbe costituito uno ‘stato parallelo’ per rovesciarlo. Facendo eco al presidente, il quotidiano filo-governativo Sabah ha ripreso gli articoli del Nyt contro i leader turchi a partire dal sultano Abdul Hamid II nel 1887, parlando di “odio centenario”. Ma nei giorni scorsi anche il Guardian ha denunciato un rischio di “autocrazia”, mentre l’Economist si è schierato apertamente a favore del partito filo-curdo Hdp, considerato l’ultimo baluardo per evitare una definitiva deriva autoritaria del Paese. (ANSAMED)

