17 Febbraio 2026
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linguaggio, potere e responsabilità della narrazione olimpica

Quando la voce tradisce lo sport

Dentro questa vicenda, si può cogliere anche un segnale incoraggiante. Il fatto che una redazione scelga di esporsi, di dichiarare pubblicamente il proprio disagio, di rivendicare standard professionali elevati, indica che esiste ancora un senso vivo della dignità del mestiere. È la prova che l’informazione, quando è consapevole del proprio ruolo, sa interrogarsi e, se necessario, correggersi

l voce e il linguaggio nello sport hanno un grande peso culturale

Francesco Pira

Le Olimpiadi si misurano in tempi, distacchi e podi. Ma si misurano anche nel linguaggio. Ogni grande manifestazione sportiva è, prima ancora che una competizione, una rappresentazione condivisa di valori: una storia costruita insieme che prende forma attraverso le immagini e soprattutto attraverso le espressioni scelte da chi racconta. I termini adottati dai cronisti non sono mai semplicemente descrittivi: orientano lo sguardo e costruiscono significato. In questi giorni, mentre l’attenzione del pubblico era rivolta alle gare e alle cerimonie dei Giochi invernali di Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026, sotto osservazione è finito anche il modo in cui lo sport viene rappresentato dal servizio pubblico.

La voce dei giornalisti del servizio pubblico

Ho trovato particolarmente interessante l’articolo pubblicato da Il Post dal titolo “I giornalisti di Rai Sport non firmeranno i servizi delle Olimpiadi, per protesta contro la telecronaca del direttore Paolo Petrecca”, perché non si limita a riportare una tensione interna alla redazione, ma apre uno squarcio su una questione più ampia: la funzione culturale dell’informazione sportiva e il delicato equilibrio tra ruolo istituzionale, competenza professionale e credibilità pubblica.

Nel testo si legge che “i giornalisti e le giornaliste di Rai Sport hanno detto che, in segno di protesta contro la disastrosa telecronaca del direttore Paolo Petrecca per la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Milano Cortina, ritireranno le firme dai servizi, dai collegamenti e dalle telecronache, dalle 17 di lunedì 9 febbraio fino alla fine dei Giochi: a quel punto ci saranno tre giorni di sciopero”. Togliere la firma significa sottrarre il proprio nome a un prodotto editoriale. È un gesto forte. È il modo con cui una redazione dichiara pubblicamente di non riconoscersi in una conduzione percepita come inadeguata.

Il comitato di redazione, si legge ancora, “ha chiesto la lettura del comunicato sindacale nei telegiornali delle Olimpiadi e nelle trasmissioni Mattina Olimpica e Notti Olimpiche”. Il comunicato si apriva con parole nette: “da tre giorni siamo tutti in imbarazzo, nessuno escluso e non per colpa nostra. È tempo di far sentire la nostra voce perché siamo di fronte alla figura peggiore di sempre di Rai Sport all’interno di uno degli eventi più attesi di sempre, l’Olimpiade invernale di Milano Cortina”. Espressioni che raccontano un disagio diffuso, non una polemica individuale.

L’articolo ricorda che il direttore, Paolo Petrecca, “è stato contestato anche dal sindacato di tutti i giornalisti della Rai, l’USIGRai, e dai partiti di opposizione”. E ancora: “Durante la telecronaca aveva fatto errori marchiani e commenti ritenuti da molti inappropriati e non all’altezza dell’evento”. Inoltre, è stato escluso dalla narrazione della cerimonia di chiusura.

Il testo ricostruisce anche il contesto: Petrecca era subentrato all’ultimo momento al commento della cerimonia al posto del vicedirettore Auro Bulbarelli, escluso dopo un’anticipazione impropria sul ruolo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Erano stati proposti altri nomi, ma il direttore avrebbe insistito per assumere personalmente la conduzione, nonostante alcune perplessità interne.

Il cortocircuito tra funzione pubblica e affidabilità professionale

Al di là della cronaca, ciò che colpisce è il cortocircuito tra funzione pubblica e affidabilità professionale. Il servizio pubblico radiotelevisivo è chiamato a rappresentare il Paese in uno dei momenti di massima visibilità internazionale. In questo senso, la telecronaca di una cerimonia olimpica non è un semplice commento tecnico: è un dispositivo culturale che contribuisce a costruire l’immagine dell’Italia davanti al mondo e davanti a sé stessa.

Le scelte linguistiche, infatti, non sono mai soltanto forma. Lo abbiamo visto anche in altre circostanze di queste stesse Olimpiadi. Alcune modalità narrative hanno suscitato perplessità non solo per imprecisioni fattuali, ma per l’angolatura adottata nel presentare atlete e atleti.

Il punto, allora, non è soltanto la singola gaffe o il singolo commento inopportuno. Il nodo è culturale. Quando una prestazione viene rappresentata attraverso categorie che spostano l’attenzione dal merito sportivo ad altri elementi – estetici, relazionali, familiari – si compie una scelta espositiva che riflette e insieme alimenta una certa visione del mondo. Il linguaggio contribuisce a stabilire cosa è centrale e cosa è accessorio, cosa è norma e cosa è eccezione.

In una riflessione che interpella da vicino il mondo dell’informazione, questa vicenda offre uno spunto prezioso. Il giornalismo sportivo non è un genere minore: è uno dei principali laboratori in cui si forma l’immaginario collettivo. In esso si intrecciano storie di imprese e sacrifici, identità nazionale, emozioni e sensazioni. Proprio per questo richiede rigore, equilibrio, consapevolezza.

Il grande peso che hanno le parole

La deontologia professionale invita a distinguere i fatti dalle opinioni, a verificare le informazioni, a evitare stereotipi e discriminazioni.  Ma chiede anche qualcosa di più sottile: la capacità di comprendere il peso delle parole adottate. In un’epoca in cui ogni frase può essere rilanciata in tempo reale sui social network, il dovere del cronista si amplifica. Una narrazione televisiva non è più confinata a un momento transitorio: diventa archivio permanente, traccia digitale, frammento di memoria collettiva.

Le Olimpiadi sono uno spazio di rappresentazione globale, in cui si mettono in scena valori come il merito, la disciplina, la solidarietà, la competizione leale.  Se la costruzione mediatica scivola nell’approssimazione o nel sensazionalismo, si incrina anche la fiducia nel patto tra pubblico e informazione. L’autorevolezza è un bene che si costruisce nel tempo e può essere compromessa rapidamente.

E tuttavia, dentro questa vicenda, si può cogliere anche un segnale incoraggiante. Il fatto che una redazione scelga di esporsi, di dichiarare pubblicamente il proprio disagio, di rivendicare standard professionali elevati, indica che esiste ancora un senso vivo della dignità del mestiere.  È la prova che l’informazione, quando è consapevole del proprio ruolo, sa interrogarsi e, se necessario, correggersi. Le Olimpiadi continueranno a regalare vibrazioni emotive, storie di fatica e di riscatto, lacrime e sorrisi.  Ma accanto alle medaglie, resterà anche la lezione di questi giorni: lo sport si gioca sulle piste, sul ghiaccio, sulle montagne; la cultura si gioca nel modo in cui scegliamo di narrarlo.  Ogni parola può essere un ponte o una barriera, un riconoscimento o una riduzione.

Se sapremo farne tesoro, quanto accaduto sarà un’occasione di crescita per l’intero sistema mediatico. Perché un’informazione più attenta, più rispettosa, più consapevole è una necessità democratica. E forse la medaglia più importante, per chi racconta lo sport, non è quella che brilla sul podio, ma quella invisibile che si conquista ogni giorno scegliendo con cura il linguaggio da utilizzare.