Non parlerò del caso Ranucci, ma di quello che esso svela sulle condizioni del servizio pubblico della comunicazione, che in Italia si chiama RAI.
Le pagine dei giornali e tutti i media si sono scatenati per parlarne; abbiamo dovuto leggere e ascoltare opinioni molto diverse, con poche eccezioni, da quelle che ci sarebbero piaciute, anche a causa di omissioni dovute soprattutto, ancora una volta, a disinteresse verso il ruolo del servizio pubblico; dunque, lo abbiamo fatto malvolentieri.
Da una parte, c’è l’ipocrisia di chi approfitta del momento di debolezza di un avversario per metterlo da parte, fingendo di farlo per il bene dell’azienda, e naviga alla giornata senza alcun progetto di riforma strutturale adeguata alle necessità dei tempi. Dall’altra parte, c’è la cecità di una visione massimalista che non si accorge della pochezza del danno subito, si adagia nella propria presunta supremazia ideologica ed evita con cura di mettere in discussione l’immagine di sé, che è anche tra le cause del suo declino.
Il caso Ranucci e i compiti del servizio pubblico
È inutile riflettere sul caso Ranucci senza collocarlo nella complessa cornice del momento storico attuale. Vediamo mutamenti rapidissimi, addirittura rivoluzioni epocali come quella della intelligenza artificiale, ma anche schemi ideologici che sopravvivono al secolo trascorso. Avrei dovuto parlare di destra e di sinistra? Fatico ormai a usare questi termini, dopo un attimo di riflessione, anche se l’età mi rende difficile separarmene.
Mi chiederete cosa c‘entra l’intelligenza artificiale con il caso Ranucci. A me pare ci sia una connessione chiara. Oggi occorre accompagnare i processi della comunicazione con metodi e strumenti adeguati alla velocità di trasformazione in generale, e soprattutto alla quantità di dati processati. Un programma come Report si colloca nell’area delle inchieste di controinformazione destinate, principalmente, a un pubblico adulto se non anziano, consapevole e radicato nei suoi buoni principi ideologici. Svolge un ruolo apprezzabile, che va difeso dalle prevaricazioni censorie, ma che è limitato, nel complesso, dalla sua forte connotazione tradizionale e analogica, oltre che dalla sua forte identificabilità ideologica. Le sue inchieste non intaccano il mare di manipolazioni che circolano sui social e che ormai sono l’ingrediente quasi esclusivo delle convinzioni dei meno giovani, e praticamente esclusivo dei giovani. Certo, anche da Report escono buoni contenuti che circolano in rete, ma si tratta di un prodotto secondario.
L’esperienza personale, al TG1 più forte e ascoltato
A questo punto permettetemi una digressione personale. Ho lavorato tanti anni al TG1, il nucleo informativo più forte e ascoltato della RAI negli anni d’oro. La direzione di Emilio Rossi, che ha caratterizzato quel momento del post-riforma del 1976 che viene ricordato come il più alto del servizio pubblico, ma anche – come lo stesso Rossi aveva previsto – l’inizio della decadenza, è stata un esempio di professionalità e di autonomia, nell’ottica del servizio. I germi della lottizzazione all’interno, e le lusinghe della televisione commerciale dall’altra, hanno lentamente eroso il patrimonio di credibilità faticosamente costruito nei primi 25/30 anni di TV pubblica.
Il TG1, dunque, ha una tradizione da rispettare. Non voglio dare voti, lascio al lettore ogni valutazione in proposito: voglio invece ricordare ai colleghi della testata principale della RAI, come a tanti di testate diverse, ciascuna con il suo patrimonio tradizionale più o meno rispettato, ciascuno affezionato al proprio orticello, che la loro attuale struttura tradizionale costituisce un serio ostacolo a chiunque volesse davvero affrontare l’enorme problema di trasformare la RAI, come si dice, in una media company di servizio pubblico, cioè in una compagnia che produca per tutti i media, e soprattutto per la rete, contenuti capaci di demistificare, riordinare, aiutare a discernere il vero dal falso, l’utile dall’inutile, ciò che aiuta verità, giustizia, equità, progresso, rispetto ai loro opposti.
I retaggi del passato e le sfide per il futuro
Dunque, non solo e non tanto di redazioni blasonate ha bisogno la RAI, non di TG1 o non di Report, cioè di corpi troppo compatti, troppo confidenti in sé, troppo intoccabili, mentre servirebbero fucine di algoritmi ben governate, capaci di inondare la rete di contenuti corretti e credibili. Serve una RAI che a una forte presenza territoriale accompagni una robusta struttura integrata di rielaborazione e diffusione dei contenuti su tutti i media.
L’attuale struttura in testate è certamente un peso del passato. Mi rendo conto che viviamo in un’epoca di transizione, nella quale le vecchie soluzioni hanno ancora un ruolo da giocare. Però sono convinto che si stia perdendo tempo prezioso nell’affrontare gli enormi problemi di oggi.
Le guerre e le tensioni politiche che oggi affliggono l’umanità, nonché la questione delle migrazioni e quella delle ineluttabili integrazioni culturali conseguenti, trovano sempre origini e risposte nei processi comunicativi. Il giornalismo è un nodo centrale, non l’unico, di questi processi comunicativi.
Il ruolo, oggi, del servizio pubblico
Il servizio pubblico della comunicazione deve tornare ad essere lo stimolo e la tutela di una buona comunicazione. Credo vada ripensato, motivato, comunicato, ampliato. Non farlo, sarebbe molto pericoloso. Se c’è qualcuno, nella maggioranza o all’opposizione, che lo capisce, questo è il momento di agire.
Da qualche tempo dubito ormai che un simile compito si possa affidare soltanto alla RAI di oggi, anche se l’azienda ne può e deve restare il nucleo centrale. L’obbiettivo è alto e complesso, le soluzioni per raggiungerlo non sono scontate. Fa bene l’Europa a occuparsene, stimolando i Paesi a sviluppare l’autonomia professionale e l’indipendenza economica dei servizi pubblici di comunicazione. Ma anche questo intervento si mostra, nei fatti, troppo timido e prudente.
Di certo, va fatto di più per favorire nuovi approcci anche transnazionali, nella speranza di ottenere risultati prima che quello della comunicazione possa diventare, come progressivamente sta accadendo, una questione essenzialmente militare: capitolo, questo, che meriterebbe un lungo approfondimento.
Ecco, dunque, i motivi per i quali, per me, la sopravvivenza di Report e la sua necessaria libertà e autonomia sono auspicabili, oltre ad essere atto di giustizia, ma sostanzialmente non modificano il quadro dei problemi che il servizio pubblico della comunicazione, come esigenza civile di uno Stato moderno, deve affrontare.
Per la RAI, risolvere il problema Ranucci semplicemente affossando Report, in assenza di una reale volontà di cambiamento che non è stata manifestata e che non può essere improvvisata nell’occasione, sarebbe, anzi sarà, solo un ulteriore indebolimento.


