La immaginate una bambina di cinque anni, seduta sulla sediolina “dei piccoli”, in attesa che alla tv arrivasse il suo programma preferito? Avete idea dell’eccitazione, dell’entusiasmo, della felicità, tipici di quella meravigliosa età dell’innocenza, che riempiono i tempi dell’attesa? E sapete qual era il suo programma preferito? Il telegiornale del primo canale e, in particolare, il collegamento da Alessandria d’Egitto condotto da Michele Lubrano.
Qualcuno lo ricorda Lubrano? Un cronista di razza, dallo stile chiaro, composto, elegante, che tuttavia non faceva sconti alla narrazione dei fatti. Sadat, il canale di Suez, Camp David, crisi petrolifera divennero parole familiari al pari di matita, fata, bicicletta, perché quel signore sapeva “spiegare le cose”. E quella bimba, nella cucina della sua casa di San Lorenzo in Campo, un paesino di meno di duemila anime in provincia di Pesaro, decise che quel giornalista era molto più affascinante del principe azzurro e che, a differenza delle favole, il sogno di “raccontare le cose, spiegandole bene” poteva diventare realtà. Anche per lei.
Poi la vita, che ha più fantasia di noi e va avanti da sola, aggiunse un capitolo che nessuna favola avrebbe osato inserire. Il padre della bimba, Pierfrancesco, che lavorava in una società del gruppo Eni, si trovò proprio in quel periodo ad Alessandria d’Egitto, per un sopralluogo del tracciato che doveva contenere il metanodotto in progettazione e conobbe personalmente Michele Lubrano.
Ascoltata dalla voce di un papà la storia di quella piccola fan di nome Egizia, il giornalista, non avendo altro modo per ringraziarla e incoraggiarla, estrasse dal portamonete una sua fototessera e ci scrisse sopra una dedica: era rimasto sinceramente colpito che una bimba di cinque anni avesse una simile passione per le notizie.
I bambini non sbagliano: scelgono sempre l’autenticità, riconoscono i valori veri prima ancora di saperli nominare. Quella bambina ero io. E la mia passione per il giornalismo è nata lì, davanti a un uomo che raccontava il mondo con onestà. Quella fototessera la custodisco ancora: mi ricorda, ogni giorno, per chi e perché vale la pena fare questo mestiere.


