4 Giugno 2010
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RUOLO E RESPONSABILITA’ DEL CATTOLICO GIORNALISTA NEL NUOVO UNIVERSO MASSMEDIALE

di Andrea Melodia Ha ancora senso distinguere le responsabilità dei giornalisti nel mondo della comunicazione rispetto a quelle degli altri cittadini? Non viviamo forse in un mondo in cui tutti comunicano? E allora non c'è pari responsabilità per tutti? Questo punto di vista ha il merito di sottolineare la presenza di problemi crescenti di responsabilità nel mondo contemporaneo riguardo alla comunicazione. Gli autori dei blog, oppure chiunque usa Facebook o Twitter, o i ragazzi che si scambiano decine di SMS, o addirittura che fotografano e filmano ovunque si trovano, e usano e distribuiscono parole e immagini in un modo spesso inconsapevole della loro portata e del loro potere, sono destinati a produrre livelli di comunicazione talmente elevati, certamente crescenti nel tempo, che finiranno inevitabilmente per raggiungere un livello di responsabilità oggettiva nella comunicazione paragonabile forse a quello dei comunicatori professionali. Non è un caso che il cardinale Tettamanzi, in un suo recente incontro con i giornalisti milanesi, abbia aperto l'incontro con una domanda quasi provocatoria: "ai tempi di internet, serve ancora la professione giornalistica?"

 

La risposta del cardinale è abbastanza articolata. Racconta con molta partecipazione le difficoltà e i rischi della professione e l’invadenza di campo della comunicazione non professionale; alla fine sostanzialmente mi pare che la conclusione sia questa: “se la professione giornalistica serve ancora, tutto dipende da voi giornalisti”. Dipende dalla nostra capacità di essere diversi dagli altri nel solo aspetto che conta, quello della qualità, cioè del livello professionale e soprattutto del rispetto dell’etica.

Tettamanzi ce lo ricorda definendo quello del giornalista un “mestiere”, nel senso di “ministerium”, di servizio. Di servizio agli altri. Un “servizio pubblico” aggiungerei io, per usare una definizione molto civile e laica che rischia di divenire desueta quasi quanto quella di “mestiere”. Dice Tettamanzi “avete il potere e il compito di ordinare la realtà, quasi per ricrearla, modellarla: non per falsarla, ma per offrirne una interpretazione”; dovete “essere testimoni della realtà e narrarla”.

Testimonianza e racconto sono responsabilità specifiche del giornalista. Sono i percorsi attraverso i quali il suo lavoro produce effetti sociali. Oggetto del suo lavoro è raccontare la realtà, non produrre effetti sociali, né buoni né cattivi; tuttavia gli effetti sociali sono certi e inevitabili, la responsabilità deve estendersi alla loro conoscenza e al loro controllo.

Questi due termini, testimone e narratore, specificano la dimensione del mestiere giornalistico, che è fatto da una parte la ricerca di un rapporto stretto, intimo con la realtà degli eventi che devono essere testimoniati; dall’altro di una elaborazione efficiente e rispettosa, sempre filtrata dall’uso dei diversi linguaggi, che consiste nell’interpretarli, ordinarli, raccontarli e renderli comprensibili. Quindi sia un “lavoro sul campo”, sia una rielaborazione che esige competenza tecnica. Tutte operazioni che devono mettere in gioco, fino in fondo, le nostre qualità umane.

Dunque dobbiamo riconoscere che ancora una volta queste competenze, queste responsabilità non riguardano in modo esclusivo la professione giornalistica, perché il mondo contemporaneo progressivamente allarga il campo, e tutti possono essere comunicatori. Naturalmente non conosciamo fino in fondo la velocità del fenomeno, e non sappiamo se e quando la professione, il mestiere giornalistico verrà a disciogliersi in una società di comunicatori. Ma per il momento, se siamo responsabili, dobbiamo riconoscere che pure nelle sue grandi difficoltà, nella sua crisi di immagine e di ruolo nel mondo contemporaneo, il giornalismo resta una condizione professionale relativamente solida e privilegiata e quindi carica di responsabilità.

Perché privilegiata? Sostanzialmente, perché abbiamo rapporti di contiguità con il potere. Questo è un privilegio, ma anche una condanna. La contiguità è accresciuta dal fenomeno della popolarizzazione e della personalizzazione della vita politica, che rende sempre più i politici “attori entusiasti nel mondo della comunicazione”. In tutto il mondo occidentale, non solo in Italia, politica e comunicazione sono interdipendenti, e molte sono le analisi che lo dimostrano. Ma interdipendenza non deve significare soggezione. Ci deve essere un equilibrio, una dialettica equilibrata tra giornalisti e politici. Se manca, se la comunicazione è sottomessa alla politica, sarà in pericolo il sistema democratico.

Questa non è una mia opinione o una invenzione dell’UCSI. Lo dice il Compendio della dottrina sociale della Chiesa. Cito testualmente:

L’informazione è tra i principali strumenti di partecipazione democratica. Non è pensabile alcuna partecipazione senza la conoscenza dei problemi della comunità politica, dei dati di fatto e delle varie proposte di soluzione. Occorre assicurare un reale pluralismo in questo delicato ambito della vita sociale, garantendo una molteplicità di forme e strumenti nel campo dell’informazione e della comunicazione e agevolando condizioni di uguaglianza nel possesso e nell’uso di tali strumenti mediante leggi appropriate. Tra gli ostacoli che si frappongono alla piena realizzazione del diritto all’obiettività nell’informazione, merita attenzione particolare il fenomeno delle concentrazioni editoriali e televisive, con pericolosi effetti per l’intero sistema democratico quando a tale fenomeno corrispondono legami sempre più stretti tra l’attività governativa, i poteri finanziari e l’informazione.”

Ne deriva l’estrema delicatezza di un problema che non riguarda le caste, i giornalisti o i politici, ma tutti i cittadini. A volte qualcuno ha l’impressione che ci sia un eccesso di enfasi nel richiamare il problema dell’autonomia dell’informazione dalla politica, soprattutto in Italia; io credo sia uno sbaglio, perché siamo di fronte a un rapporto delicatissimo perché non ci può essere distanza tra i due mondi ma certamente occorre un equilibrio, un grande rispetto reciproco, una netta separazione dei compiti.

Da questa contiguità di fatto, dal continuativo esercizio di una azione informativa operata attraverso media istituzionali, a volte media di massa, i giornalisti ricavano la propria specificità anche in termini di responsabilità nel servizio. E dunque, finché questo ruolo esisterà, i giornalisti hanno il dovere di intervenire attivamente per sottometterlo all’etica e alla deontologia professionale e per allontanarlo dalla sottomissione al potere.

Come cattolici giornalisti questi obblighi non cambiano, diventano solo più stringenti. Forse perché possiamo disporre di qualche sostegno esplicito della dottrina.

La professione giornalistica deve essere vissuta come necessità civile, e dunque come esigenza democratica, di praticare l’informazione rispettando regole e standard qualitativi, e quindi di ricercare e approfondire da una parte le motivazioni etiche dei giornalisti, dall’altra i processi di selezione e di formazione permanente che introducono e accompagnano l’iter professionale.

Su questi temi siamo impegnati come UCSI, avendo come obbiettivi essenziali un processo di allargamento dell’associazione ai giovani professionisti, spesso poco tutelati o addirittura non riconosciuti, e dall’altra l’avvio di nuove occasioni di natura formative attente alla qualità, alla deontologia, all’etica.

L’UCSI ha una tradizione da questo punto di vista. Una decina d’anni fa propose, senza successo nonostante autorevolissimi plausi, la istituzione di un Comitato nazionale di media-etica. Una più recente iniziativa I è la redazione, a cura del prof. Adriano Fabris, docente di Etica della comunicazione e Filosofia morale all’Università di Pisa, del “Manifesto per un’etica dell’informazione”. Si tratta di uno strumento professionale cui tutti gli informatori e i comunicatori possono aderire. L’adesione si può perfezionare anche sul nostro sito.

Gli obiettivi del Manifesto sono due: rilanciare il significato dell’etica della responsabilità e dell’agire consapevole.

Non bastano le sole disposizioni dei codici deontologici della professione. Occorre aderire ad alcuni princìpi che fino ad ora non sono stati autoregolamentati o che si collocano in una sorta di «zona intermedia», apparentemente neutra dal punto di vista morale. Pertanto le finalità del Manifesto vogliono essere quelle di creare un’alleanza trasversale nel mondo dell’informazione, per fondare un nuovo tipo di cultura e di testimonianza.

Ecco i dieci punti del Manifesto. Mi ispiro per raccontarlo alla sintesi che ne ha fatto su “La civiltà cattolica” il nostro assistente ecclesiastico padre Francesco Occhetta.

1) Difendere la verità della notizia. Il giornalista, pur conoscendo l’importanza delle modalità comunicative legate allo spettacolo e la loro capacità di attrazione, è consapevole che la sua attività si colloca su di un piano diverso. L’informazione non è spettacolo, anche se può far uso di forme che sono proprie dello spettacolo. La corretta informazione «non deve essere condizionata dalle logiche dello spettacolo o da quelle dell’intrattenimento”.

2) Essere capaci di discernere. In una società in cui tutto è diventato comunicazione «il giornalista è chiamato a scegliere le notizie importanti da quelle inutili, e a rendere ragione dei criteri di valutazione che lo hanno indotto a prendere determinate decisioni».

3) Essere corresponsabili con il proprio gruppo. Il principio chiede di riflettere non solamente sulla propria, ma anche «sulla responsabilità collegiale della redazione, che sceglie, seleziona, ordina e gerarchizza le notizie».

4) Giustificare le proprie interpretazioni. Il giornalista deve sempre essere in grado di dar ragione pubblicamente dei criteri della sua interpretazione della realtà, «il riferimento a un’ideologia o a una credenza non sono mai giustificazioni valide per manipolare o giustificare le notizie».

5) Privilegiare i dati oggettivi sulle interpretazioni soggettive. Per poter essere credibile «davanti ai lettori, all’editore e a se stesso, il giornalista quando racconta la “sua” verità è chiamato a rispettare le informazioni oggettive in suo possesso».

6) Conservare la libertà di pensiero sulle pressioni dei poteri forti. Per salvaguardare l’autonomia della professione e il diritto alla libera espressione delle proprie opinioni, sono necessarie alleanze tra «le categorie professionali dei comunicatori e dei giornalisti, per arginare il rapporto nei confronti dei cosiddetti «poteri forti» e delle direzioni delle Relazioni Esterne che distribuiscono i budget pubblicitari e gestiscono gli uffici stampa inquinando le fonti dell’informazione».

7) Coniugare competenza, tecnica e creatività;

8) Verificare nella propria quotidianità la fedeltà ai princìpi in cui si crede. La coerenza tra princìpi e vita si misura e la si verifica nella quotidianità, «solo così – afferma il Manifesto – il mestiere del giornalista può mantenere dignità e spessore».

9) Tutelare la propria autonomia. Difendere l’autonomia del giornalismo come condizione essenziale «dell’esercizio e della libertà di pensiero, dei compiti e della missione che sono propri della sua attività professionale».

10) Coltivare la propria formazione umana e spirituale. Investire in formazione e mantenere «una stretta alleanza tra l’ambito della professione giornalistica e l’ambito della ricerca e dell’insegnamento in materia di comunicazione».

Affinché questi princìpi possano generare comportamenti coerenti e credibili, il documento richiama alla collaborazione con l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, con l’Ordine Nazionale dei Giornalisti, con la Federazione della Stampa e con le associazioni professionali dei pubblicitari e dei relatori pubblici, per gestire insieme programmi formativi coerenti ai princìpi esposti.

Fondamentale è poi la promozione di questi princìpi con quei cittadini, associati in forme di cittadinanza attiva, che considerano il mondo dell’informazione determinante per il mantenimento della nostra democrazia.

Concluderei con un richiamo all’attualità italiana. Anche in questi giorni sono aperte le polemiche sui rapporti tra informazione e politica, mi riferisco alla legge anti intercettazioni. Anche se non condivido gli atteggiamenti di chi grida al regime, non credo ci siano dubbi sul fatto che nella classe politica sono presenti, spero non in modo maggioritario e spero che la legge venga ulteriormente migliorata, idee e tendenze quanto meno pericolosamente superficiali sulla libertà di informazione e sui rapporti con la stampa. Quindi l’allarme è legittimo.

D’altra parte – e cito ancora il cardinale Tettamanzi – “la gente – forse – è stanca di leggere e vedere le questioni di attualità presentate sempre nella chiave dello scontro, delle polemiche, dello scandalo, della paura, dell’allarme, che in realtà esistono solo su quelle pagine o in quei servizi radio-televisivi. Scontri, polemiche, scandali, paure e allarmi che prendono forma perché artatamente creati dai mezzi di comunicazione, che assumono consistenza perché all’allarme segue la dichiarazione, alla dichiarazione segue la replica, la replica è rilanciata dalla smentita…”.

Anche le questioni legittime, i problemi veri rischiano la banalizzazione. L’informazione non può essere il teatrino della politica. I giornali, ma soprattutto la televisione e la radio, non possono essere il suo palcoscenico. La libera gestione di organi mediali che fanno riferimento al mondo cattolico è di grande aiuto in questa operazione di resistenza al degrado, anche nelle famiglie, ma non dobbiamo neppure chiuderci, come cattolici, soltanto in un nostro guscio protettivo: occorre promuovere la presenza dei cattolici anche nei media laici.

Poiché tutti i dati ci dicono che, pur nella crisi dei vecchi sistemi “pesanti” di informazione, e nella crescita veloce di Internet come strumento primario del domani, oggi e forse ancora per lungo tempo la televisione generalista è e resterà al centro del sistema mediale, sia per i suoi numeri, sia per la sua capacità di tutto assimilare, le hard e le soft news, la politica alta e il gossip, restando così fornitore di contenuti e elemento ordinatore di tutti i consumi di comunicazione; per tutte queste e altre ragioni dobbiamo combattere il suo tracollo qualitativo, il suo arretramento, il suo gioioso suicidio pubblico. Il servizio anche pubblico di radio, di televisione e dei nuovi media, la gestione anche pubblica delle reti di comunicazione, dei servizi in rete della pubblica amministrazione, la garanzia del servizio universale di accesso alla rete restano esigenze ineludibili nel mondo contemporaneo. Non confondiamo il bisogno di servizio pubblico con le deludenti performance dell’azienda RAI. Anche come giornalisti credo che competenza e consapevolezza in ordine a questi problemi costituiscano oggi un vero e proprio problema morale. (intervento al convegno “Mass media ed educazione: un’alleanza per il nostro tempo” promosso dall’Ucsi Cagliari )