19 Giugno 2011
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SCUOLA DI ALTA FORMAZIONE UCSI A FIUGGI. MARICA SPALLETTA ( LA DEONTOLOGIA E L’ETICA PER UNA PROFESSIONE RESPONSABILE): IL GIORNALISMO ITALIANO SEMBRA AVER DIMENTICATO LA SUA CENTRALITA’

RIPORTIAMO LA RELAZIONE DELLA DOTT.SSA MARICA SPALLETTA, DELL'UNIVERSITA' DEGLI STUDI GUGLIELMO MARCONI DI ROMA «Anche di fronte alla grande miseria delle masse, che pesa sull'acuta coscienza sociale della nuova generazione, dobbiamo confessare sinceramente che su di noi pesa ancora di più la coscienza della nostra responsabilità davanti alla storia». MAX WEBER Consentitemi di iniziare queste mie brevi considerazioni con un ringraziamento, tanto doveroso quanto sentito: un ringraziamento all'Ucsi, e in particolare al suo Presidente, il prof. Andrea Melodia, per avermi coinvolta in questa bellissima iniziativa. Personalmente, penso che sia molto significativo che, a parlare di etica e di deontologia, sia stato invitato un giovane ricercatore perché, nel dibattito pubblico italiano, questi sono temi che, per la loro importanza, sono solitamente affidati a professori di ben altro "rango" universitario, oppure a professionisti di lungo corso e unanimemente stimati dalla comunità professionale. Chiamare un giovane ricercatore a discutere su questi temi è invece, a mio modesto avviso, un segnale importante dell'impegno che l'Ucsi, da tantissimi anni, mette nella formazione delle future generazioni, e questo è un fatto di cui vi deve essere dato giusto merito, perché non sono in molti, nel nostro Paese, a investire in maniera così costante e convinta sui giovani.Ciò detto, vengo al tema che mi è stato assegnato. Un tema che, diciamocelo, non è dei più semplici perché, nella società contemporanea, non c'è nulla di più complicato che parlare di etica: la nostra è infatti una società in continua trasformazione e nella quale, talvolta, si corre il rischio di perdere il senso dell'orientamento; una società attraversata da profonde contraddizioni e segnata da molteplici e diversi conflitti; una società in cui si tende a pensare l'altro non più come un possibile avversario, ma come il nemico.

Una società che, come ebbe ad affermare alcuni anni orsono Paolo Scandaletti, è «mediamente ricca, ma eticamente assai povera»(1) : sono passati quattro anni da allora e, se qualche perplessità può emergere in relazione alla prima parte della proposizione – perché la crisi economica ha reso molti di noi certamente meno ricchi! -, non penso ci siano invece dubbi in merito alla seconda parte. Siamo, infatti, ogni giorno di più, eticamente più poveri, e la cosa a mio avviso più grave è la sensazione di un generale disinteresse rispetto a questi problemi. Su quest’ultimo aspetto mi propongo di ritornare più avanti nel corso della mia riflessione.
Parlare di etica è dunque complicato, ma assolutamente necessario se l’obiettivo è quello di leggere i cambiamenti in atto in questa nostra società, provare a capirli, infine imparare – per quanto possibile – a governarli, così da non essere a nostra volta dominati da essi. Da
Nota:1) P. Scandaletti, Cos’è indispensabile per avere un’informazione migliore?, intervento al convegno organizzato dal Dipartimento di Scienze storiche e socio-politiche della Luiss Guido Carli sul tema de “L’oggettività dell’informazione”, svoltosi a Roma il 6 febbraio 2007; ora in P. Peverini, M. Spalletta (a cura di), L’oggettività dell’informazione nella galassia elettronica, Rubbettino, Soveria Mannelli 2008, pp. 7-12.
questo punto di vista, mi fa molto piacere rimarcare come ci sia un filo rosso che lega la considerazione di Scandaletti che ricordavo poc’anzi con molte delle riflessioni che appartengono alla tradizione scientifica nella quale ho avuto l’onore di formarmi. Cinque anni fa – era la primavera del 2006 – molti di noi erano infatti alla Luiss Guido Carli per la presentazione di Etica e deontologie dei comunicatori(2) , il libro di Paolo Scandaletti che, tra i primi in Italia, si proponeva di affrontare il problema dell’etica della comunicazione non solo in chiave teorica, filosofica, ma attraverso quella lente di ingrandimento in cui i saperi accademici si incontrano, si fondono col vissuto professionale. Tra gli autorevoli discussant che partecipavano alla presentazione c’era Massimo Baldini, all’epoca direttore del Centro di ricerche sulla comunicazione e coordinatore del corso di laurea specialistica in “Comunicazione politica, economica ed istituzionale” della Luiss, che dedicò il proprio intervento al tema della rinnovata centralità dell’etica nella società contemporanea: trent’anni fa, egli infatti affermò, l’approccio più affascinante da studiare e più utile da praticare per un giovane studioso che avesse voglia di confrontarsi con la società, desideroso di capirne i meccanismi e di sconfessarne gli stereotipi, era senza dubbio quello epistemologico; oggi, quell’approccio è invece rappresentato dall’etica.Non nego che questa considerazione allora mi sorprese un po’, soprattutto perché essa sembrava in parte discostarsi da quel percorso scientifico di cui il prof. Baldini è sempre stato fine interprete. Utilizzo il verbo “sembrare” perché in realtà, come ben ci ricorda Dario Antiseri(3) , tra epistemologia ed etica non c’è affatto contrapposizione: le due camminano invece di pari passo, fianco a fianco, perché «epistemologici e nel contempo etici sono i principi della fallibilità, della discussione razionale, dell’approssimazione alla verità», così come «epistemologiche e nel contempo etiche sono le idee dell’onestà intellettuale e della tolleranza»: in una parola, quei principi e quelle idee si cui si fonda la società aperta di popperiana memoria.Parlare di etica è dunque di per sé complicato, ma lo diventa ancor di più quando il contesto di riferimento è rappresentato da quella galassia poliedrica e complessa nata e consolidatasi attorno ai media: così tanto rischioso che chi prova ad avventurarsi su questo sentiero corre spesso il rischio di essere compatito o, peggio ancora, di assurgere a oggetto di scherno. Come si può infatti associare l’ideale nobile dell’etica a un contesto, come quello appunto della comunicazione, che passa per essere lontano anni luce da quelli che per tradizione sono i canoni etici su cui si fonda il vivere civile? Come si può parlare di etica con riferimento a strumenti di relazione (quali i media sono) che sembrano avere una congenita capacità di assumere comportamenti che, nel sentire comune, sono spesso percepiti come tutt’altro che etici? Come si può definire “etico” l’agire della pubblicità, regno per eccellenza dell’esagerazione o, come sostengono taluni, della degenerazione? del lobbying, storicamente considerato un “affare per intrallazzatori”? o, da ultimo, dei media digitali, straordinari strumenti di partecipazione sociale che tuttavia spesso tendono a mostrare il peggio di sé?Anche in questo caso, parlare di etica è dunque complicato ma – se possibile – ancor più necessario. Ed è, ancora una volta, nelle parole di Baldini che a mio avviso si trova una valida giustificazione a questa esigenza: in una società – egli infatti affermò sempre nella citata occasione della presentazione del libro di Scandaletti – in cui «non si può non comunicare», ma in cui al tempo stesso la comunicazione efficace è «meno frequente della felicità, più
Nota:2) P. Scandaletti, Etica e deontologie dei comunicatori, Luiss University Press, Roma 2005, 3) Da ultimo, nella prefazione al mio libro Comunicare responsabilmente. Etica e deontologie dell’informazione e della comunicazione, Rubbettino, Soveria Mannelli 2010, pp. 7-10.
fragile della bellezza», si corre infatti costantemente il rischio di parlare e scrivere senza comunicare nulla. O, peggio ancora, di comunicare violando quelle regole, scritte e non scritte, che sono il presupposto su cui si fonda la moderna società civile e democratica. Ed è proprio per evitare che avvenga ciò che occorre restituire centralità alla dimensione etica, soprattutto in un settore, come quello della comunicazione che, in un ancora assai diffuso sentire comune (4) , purtroppo tende a essere considerato come tempio di occulte persuasioni piuttosto che reale strumento di crescita sociale e di democrazia.
Parlare di etica diventa infine una sorta di mission impossible quando la riflessione va a focalizzarsi sul giornalismo, ossia un settore che, nel nostro Paese, oggi più che mai sembra aver smarrito la consapevolezza del proprio ruolo sociale, e con essa l’intuizione del contributo fondamentale che l’etica può offrire ai giornalisti perché essi possano essere a loro volta percepiti come gli interpreti credibili di tale ruolo.Parlare di etica del giornalismo è dunque per molti osservatori assai complicato, per taluni del tutto fuori moda, per altri forse improduttivo, per altri ancora addirittura nocivo. Al contrario, per come la vedo io e per come – fortunatamente! – la vede la scuola in cui mi onoro di essermi formata, non solo è possibile, ma è anzi necessario, doveroso per una professione che può e deve recuperare prima e riaffermare poi il proprio ruolo sociale: per la sua stessa sopravvivenza e per la sopravvivenza della stessa democrazia. Perché, come ben osservava Gianfranco Bettetini quindici anni fa, ma con un ragionamento tutt’oggi pienamente valido, senza democrazia non c’è giornalismo, ma senza giornalismo non c’è democrazia (5) .
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Parliamo dunque di etica del giornalismo e parliamone iniziando col chiederci perché il giornalismo italiano (o almeno una parte consistente di esso) sembra aver dimenticato la sua centralità: nelle parole certamente, ma soprattutto nei fatti, in quelle pratiche giornalistiche che oggi sembrano quanto di più lontano possibile dai valori su cui, per tradizione, si fonda il giornalismo. Quegli stessi valori che, a loro volta, sono alla base di ogni società democratica.
Per fare questo, una premessa è necessaria, e ha a che fare con le criticità che oggi, da più parti, vengono indicate come cause della crisi in cui versa il giornalismo italiano. Cause che, a mio avviso, occorre studiare e capire, perché senza la coscienza e la conoscenza del passato e del presente non si può neppure lontanamente immaginare il futuro , meno che mai munirsi degli strumenti utili per viverlo al meglio. Ma, altresì, cause sulle quali occorre smettere di rimuginare in chiave meramente negativa: parliamo dunque delle difficoltà del presente, ma facciamolo con quello stesso sguardo propositivo che anima Mediapolis, ultima opera di quell’acuto e profondo studioso dei media che è stato Roger Silverstone: trecento pagine in cui la descrizione dei mali del presente serve esclusivamente da spunto da cui partire per guardare (positivamente, seppur in maniera critica) al futuro (6) .La premessa da cui partiamo è dunque semplice: il giornalismo italiano vive oggi una profonda crisi, di cui hanno percezione sia la letteratura scientifica sia il pubblico. Una crisi di cui, al contrario, i giornalisti italiani non sempre sembrerebbero avere la stessa percezione.
Nota: 4) E questo ce lo conferma il ragguardevole numero di pubblicazioni scientifiche che, ancora oggi, affollano gli scaffali delle nostre librerie: riedizioni di alcuni “classici” del pensiero apocalittico o, cosa questa assai più frequente, opere inedite. (5)G. Bettetini, “L’etica e il giornalismo”, in «Problemi dell’informazione», n. 2, giugno 1997, pp. 247-253. (6) R. Silverstone (2007), Mediapolis. La responsabilità dei media nella civiltà globale, trad. di E.D. Midolo, Vita & Pensiero, Milano 2009.
Sul versante della letteratura, negli ultimi anni sociologi e politologi, economisti e giuristi, filosofi e storici (ma l’elenco potrebbe continuare a iosa) hanno a più riprese dubitato della capacità del giornalismo italiano di assolvere a quella funzione sociale che la tradizione attribuisce al giornalismo dalla fine del XIX secolo: strumento essenziale per il formarsi di un’opinione pubblica cosciente e, alla bisogna, critica nei confronti dei poteri, a prescindere dalla loro natura politica o economica, sociale e culturale. Approcci diversi che, indagando il fenomeno da differenti prospettive, hanno tuttavia trovato un punto di incontro in una comune e condivisa visione critica, in cui sono finiti egualmente coinvolti il sistema dell’informazione nel suo complesso (inteso come l’insieme degli assetti editoriali e redazionali), il prodotto giornalistico (ossia le notizie), infine coloro che dell’informazione sono gli attori per eccellenza (dunque i giornalisti). Ognuna di queste categorie di studiosi ha naturalmente proposto la propria ricetta per cercare di migliorare la situazione, contribuendo così a mettere in luce l’ulteriore difficoltà a trovare soluzioni valide per tutta la complessa e poliedrica galassia dell’informazione: una galassia in continua espansione, dove all’informazione tradizionale tende oggi ad affiancarsi in maniera sempre più prepotente quell’ampio settore che, nato e cresciuto sul web, tutto appare, fuorché mainstream. All’estrema eterogeneità delle motivazioni che, a detta di tutti, hanno contribuito alla nascita prima e allo sviluppo poi dell’attuale crisi, fa invece da contraltare una sostanziale uniformità allorquando agli stessi studiosi viene chiesto di definire questo stato di crisi: ad avviso comune, infatti, si tratta di un problema di credibilità (7) . Una credibilità che – secondo i più – per vari e diversi motivi il giornalismo italiano avrebbe smarrito; una credibilità che – sostengono altri – esso forse non ha mai realmente conquistato.
La percezione dello stato di crisi del giornalismo italiano è altresì presente anche nel pubblico, e questo – in particolare – è un dato che deve far riflettere, soprattutto in un Paese, come l’Italia, dove spesso si tende ad avere un’opinione assai negativa della spirito critico con cui l’opinione pubblica osserva prima e giudica poi l’operato dei media, e dell’informazione in particolare. Le molte e accurate ricerche che, negli ultimi anni, sono andate a indagare il grado di fiducia che il pubblico italiano è disposto ad accordare al sistema dell’informazione, mettono infatti in luce una situazione di grave crisi: il pubblico italiano non si fida infatti del sistema, ma prima di tutto non si fida dei giornalisti, che non percepisce come interpreti credibili di un ruolo sociale che, al contrario, il pubblico ha ben chiaro: il dato che, personalmente, più mi sorprende quando leggo i risultati di queste ricerche, non sta infatti tanto nella scarsa fiducia che il pubblico dichiara di nutrire, quanto piuttosto nella consapevolezza che esso invece dimostra circa ciò che il giornalismo potrebbe e dovrebbe essere, e che invece colpevolmente (o dolosamente) non è.
Molto più complesso, infine, è il discorso relativo ai giornalisti, perché qui il grado di consapevolezza della crisi e la capacità di rapportare tale crisi a un problema di credibilità non sempre sono così radicate e condivise. Da una ricerca che ho condotto insieme con il collega Lorenzo Ugolini – e i cui risultati sono in corso di stampa in un libro che abbiamo
Nota: (7) Da ultimo, è arrivato proprio in questi giorni il monito di Giampaolo Pansa, nome storico del giornalismo italiano: presentando al Tg5 il suo ultimo libro (provocatoriamente intitolato Carta straccia, espressione che richiama immediatamente alla mente un altro volume dello stesso Pansa, ossia quel Carte false che, negli anni Ottanta, ha rappresentato una pietra miliare nel dibattito sull’obiettività dell’informazione), Pansa non ha infatti esitato ad affermare che il problema principale del giornalismo italiano consiste nel fatto di non essere credibile (cfr. G. Pansa, Carta straccia. Il potere inutile dei giornalisti italiani, Rizzoli, Milano 2011).
deciso provocatoriamente di intitolare Gli (in)credibili (8) – emerge infatti come i giornalisti italiani tendano a porsi dinanzi a questo problema con un atteggiamento che, se non sconfina ancora nella creduloneria, certamente è espressione di una diffusa incredulità: in altre parole, i giornalisti sembrano non solo avere poca percezione della scarsa fiducia che il pubblico nutre nei loro riguardi, ma mostrano anche una certa meraviglia quando qualcuno si prende il disturbo di farlo loro notare (9) .Giornalisti in parte esclusi, tutte le altre componenti della società civile sembrano invece avere percezione della crisi, che esse tendono perlopiù a definire come “crisi di credibilità” (10) . Una crisi che si determina per ragioni assai varie e diverse, ma che io penso possano essere ben ordinate nella seguente tassonomia, che le distingue e le associa a seconda che esse attengano:
1) alla capacità del giornalismo di assolvere il proprio ruolo sociale: come già ricordavamo in precedenza, solo in rari casi il giornalismo italiano è stato realmente percepito come fattore essenziale e irrinunciabile per la vita democratica; la società italiana, la democrazia italiana si sono dunque evolute senza il fondamentale apporto dei fenomeni giornalistici, in un clima di opinione – se non apocalittico – certamente indifferente nei confronti dell’informazione;
2) agli assetti editoriali: il problema dell’editoria impura, la commistione tra informazione e pubblicità, i rapporti patologici con la politica e l’economia sono tutti fattori che minano alla base la credibilità del sistema, perché ne mettono in discussione l’indipendenza e la conseguenze imparzialità: è difficile, cioè, che un sistema possa tutelare la propria autonomia quando esso è economicamente dipendente da quei poteri di cui dovrebbe essere invece il controllore;
3) agli operatori: costretti a lavorare in un sistema che poco ha salvaguardato la loro professionalità, i giornalisti italiani non hanno tuttavia fatto abbastanza per affrancarsi da questa situazione. Al contrario, essi si sono distinti sullo scenario mondiale per il loro essere poco indipendenti, talvolta succubi, spesso autoreferenziali;
4) al messaggio: in un sistema in cui si assiste a una patologica commistione tra il sistema dell’informazione e quei sistemi (quello politico in primis, evidentemente) di cui il giornalismo dovrebbe invece essere il watchdog, a essere alterati sono anche i normali processi di newsmaking, per cui tende a diventare notizia non ciò che interessa il pubblico, ma ciò che viene dettato dall’agenda della politica;
5) alla ricerca: in un’epoca in cui il web rende accessibili una quantità enorme di fonti (non sempre controllate e/o controllabili, ma comunque numerose), il giornalismo in genere, e quello italiano in particolare, si contraddistingue per la sua dipendenza quasi patologica dalle fonti primarie, come peraltro conferma la sostanziale marginalità – nel panorama nazionale – del genere giornalistico
Nota: (8) M. Spalletta, Gli (in)credibili. I giornalisti italiani e il problema della credibilità, prefazione di Paolo Mancini, appendice di Lorenzo Ugolini, Rubbettino, Soveria Mannelli, in corso di stampa.(9) Va anche sottolineato come questo sia un atteggiamento che tende a essere diffuso soprattutto tra i giornalisti più giovani, e che al contrario si ritrova molto di meno tra i giornalisti di lungo corso. (10) Resta il dubbio su quello che pensa il mondo della politica che, da una parte, sembra non nutrire molta fiducia nel giornalismo italiano (come conferma la decisione di sospendere trasmissioni di approfondimento politico in vista delle elezioni amministrative del 2010), dall’altra sembra ritenere ancora il giornalismo come un fattore importante di dialogo con i cittadini-elettori (se non altro perchè, a causa della sua congenita fragilità, il sistema giornalistico può essere facilmente trasformato, da strumento di informazione sulla politica, a strumento di comunicazione politica).
dell’inchiesta. Va altresì sottolineato come questa dipendenza risulti tanto più grave quando a essere inquinate sono queste stesse fonti (rispetto alle quali il dovere di verifica risulta attenuato);
6) alla forma: i giornalisti italiani condividono un vizio comune a molti altri colleghi stranieri: quello della sciatteria, che si manifesta a livello di errori ortografici e grammaticali, inesattezze, ritocchi alle immagini, ecc.; il problema è che, in un giornalismo che tende a essere assai povero sul versante dei contenuti, gli “errori” che intervengono sul versante della forma risultano oltremodo amplificati.A queste sette possibili motivazioni se ne aggiungono, a mio avviso, altre due, tra loro intimamente legate, e che chiamano in causa esplicitamente il tema di questo intervento: la crisi delle regole e dei valori.
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Personalmente – ma da questo punto di vista mi sento molto confortata sia da alcuni importanti contributi che ho avuto modo di leggere sia da alcune risposte date dai giornalisti che abbiamo intervistato nell’ambito della ricerca cui accennavo in precedenza – penso che una delle cause che maggiormente hanno contribuito alla nascita prima e alla diffusione poi dell’attuale crisi sia legata alla crisi delle regole che disciplinano il sistema dell’informazione e, prima ancora, alla crisi dei valori su cui lo stesso dovrebbe fondarsi.Partiamo da quest’ultimo aspetto e, anche in questo caso, proviamo ad affidarci a una tassonomia per mettere ordine tra le idee (11):
1) manca, ancora oggi in Italia, una reale e condivisa cultura della comunicazione: manca in parte presso l’opinione pubblica, manca certamente – come a breve vedremo – presso il legislatore. Ma, e questa è la cosa assai più grave, la sensazione è che essa manchi anche nei centri tradizionalmente deputati alla riflessione scientifica e alla formazione, ossia nelle università. Da questo punto di vista, è assai emblematico quanto emerso nella ricerca che, tra il 2006 e il 2008, Massimo Baldini e Paolo Scandaletti hanno condotto sulle professioni della comunicazione: ricerca che trattava anche il problema della formazione (12) . Il dato che emerge da quella ricerca è infatti alquanto «desolante», per usare le parole dei due direttori: in primo luogo, perché il sistema universitario italiano, nel corso degli anni, ha sempre più separato il momento della ricerca da quello della didattica, con la conseguenza che sono nati una miriade di corsi di laurea in Scienze della comunicazione anche in sedi universitarie in cui la ricerca su questi temi era del tutto assente: si insegnava, dunque, la comunicazione (e nello specifico il giornalismo), ma senza che vi fosse una solida ricerca alle spalle. In secondo luogo perché la frammentazione dei percorsi formativi introdotta dal meccanismo del 3+2 ha generalmente portato a una frammentazione dei piani di studio, cui si è sposata una netta predominanza degli insegnamenti dedicati alle tecniche piuttosto che alle teorie. Citando un’espressione molto appropriata di
Nota: (11) Va da sé che, come qualsiasi tentativo di classificazione, anche quello che viene qui proposto è del tutto perfettibile, e – anzi – è proprio dai giornalisti che può e deve venire un contributo importante alla discussione in merito. (12) I risultati di quella ricerca sono pubblicati nei seguenti volumi, entrambi usciti a cura di M. Baldini e P. Scandaletti: Le professioni dei comunicatori in Italia. Offerta formativa, associazioni, mercato, Ucsi-UniSob, Roma-Napoli 2007; e Università e professioni dei comunicatori in Europa. Criticità, ritardi, problemi irrisolti, Ucsi-UniSob, Roma-Napoli 2008.
Andrea Melodia (13) , che ricordo di aver letto alcuni anni fa sulle pagine di «Desk», in Italia si insegna tanto come comunicare, ma molto poco cosa comunicare. Infine, e questo è un dato emerso con chiarezza degli ultimi due anni, le ultime riforme del sistema universitario hanno ulteriormente complicato e aggravato lo scenario, perché la sacrosanta (e auspicabile) riduzione degli insegnamenti, nelle singole università si è tuttavia tradotta nell’accantonamento di molte materie considerate troppo “teoriche” soprattutto a livello di corsi di laurea magistrale. Tra queste ultime rientra senz’altro l’etica dell’informazione (14) cui oggi, in molte sedi universitarie, non viene riconosciuto neppure un posto tra le discipline opzionali;
2) manca una reale e condivisa cultura della responsabilità: nella maggioranza dei casi, i giornalisti italiani sembrano infatti ispirare il proprio agire a un’etica che, parafrasando Max Weber (15) , è assai simile a quella tipica del religioso e del rivoluzionario: un’etica fondata sulle convinzioni, e che non tiene conto delle conseguenze del proprio agire, perché responsabile di esse «non è chi agisce, bensì il mondo, la stupidità degli altri uomini oppure la volontà di Dio che li creò così». Al contrario, proprio per il ruolo sociale che il giornalista è chiamato a svolgere, la sua etica non può che essere molto più vicina a quella che Weber chiama «etica della responsabilità»: un’etica che impone di modellare il proprio agire in ragione delle conseguenze che da esso possono derivare, nella misura in cui esse potevano essere previste. Ma io, richiamandomi agli insegnamenti di Dario Antiseri (16) e a quanto di recente ribadito anche da Adriano Fabris (17) , mi permetto di andare oltre e di affermare che, nella complessità sociale in cui il giornalista si trova a operare, la sua non può essere una responsabilità circoscritta alle sole conseguenze prevedibili, ma anche a quelle imprevedibili, alle conseguenze intenzionali, ma anche alle inintenzionali che derivano da azioni umane intenzionali. Quella stessa responsabilità che, peraltro, l’Ucsi ha a chiare lettere affermato nel Manifesto per un’etica dell’informazione: raro esempio, nel panorama dei codici deontologici italiani, di documento che è espressione di un preciso progetto culturale, per richiamare la bella espressione utilizzata ieri sera da Gianfranco Zizola in conclusione del suo intervento. Mi sia consentito infine di aggiungere come, accanto a una crisi della responsabilità che investe i giornalisti, ce n’è una altrettanto evidente che emerge a livello del pubblico: non basta infatti dire che non si ha fiducia nei giornalisti, bensì occorre che anche il pubblico traduca l’etica del dire in etica del fare, perché – oggi più che mai – la responsabilità deve essere un bene, un valore condiviso non solo nella parole, ma nei fatti;
3) manca una reale e condivisa cultura della professione: nel panorama internazionale i giornalisti italiani si distinguono infatti per il loro essere non solo poco avvezzi e interessati alla ricerca dell’obiettività, ma soprattutto orgogliosi della propria faziosità. Questo deriva senz’altro dalle condizioni strutturali del sistema giornalistico italiano, dal suo essersi sviluppato in condizioni di dipendenza
Nota: (13)A. Melodia, “Percorso e accesso alla professione dei comunicatori”, in «Desk», n. 3, 2006, pp. 37-38. (14) O, più in generale, l’etica della comunicazione e/o dei media. (15) M. Weber (1919), La politica come professione, in ID., Scritti politici, trad. di A. Cariolato, E. Fongaro, Donzelli, Roma 1998. (16) D. Antiseri, Trattato di metodologia delle scienze sociali, Utet, Torino 1996. (17) A. Fabris, “Per un’etica della comunicazione oggi”, in Etica e comunicazione, numero monografico di «Nuova civiltà delle macchine», a cura di O. Grassi, P. Rotunno, n. 3, 2009, pp. 45-52.
economica dal sistema politico: un fattore, cioè che, secondo Daniel C. Hallin e Paolo Mancini (18), distingue in maniera netta e inequivocabile il modello giornalistico pluralista-polarizzato (cui l’Italia appartiene) dal modello liberale che caratterizza invece gli Stati Uniti e, in genere, i paesi anglosassoni. Ma c’è un altro fattore che distingue i due modelli ed è rappresentato dal diverso grado di professionalità. A un elevatissimo grado di professionalizzazione del modello liberale (che si traduce in un’attenzione marcata per il momento della formazione, e in condizioni di esercizio che, pur esulando da qualsiasi riconoscimento formale, hanno però portato all’affermazione di un forte spirito di classe) corrisponde, nel modello cui appartiene l’Italia, una professionalizzazione invece assai bassa: il sistema delle scuole di giornalismo si è infatti affermato con grave ritardo e soprattutto, permane ancora oggi il privilegio concesso da Mussolini agli editori di «formarsi i giornalisti in casa» (19) ; ci sono rigide condizioni all’accesso alla professione, che tuttavia hanno contribuito solo in minima parte alla formazione di una coscienza professionale fondata su valori radicati e condivisi. La conseguenza più evidente è che i giornalisti italiani, più che come gruppo sociale, finiscono per esser percepiti all’esterno come casta;
4) manca una reale e condivisa cultura del servizio, o meglio, manca una cultura del servizio al cittadino: nel momento in cui il cittadino non è percepito come l’unico, irrinunciabile “mandante” (20) dell’informazione, appare naturale, scontato, ovvio accontentarsi di offrirgli un’informazione che è poco accurata, spesso imprecisa o incompleta, in molti casi sciatta nella forma o ancor più volutamente oscura nel linguaggio; un’informazione che molto dice (e in taluni casi neppure questo) ma che raramente spiega; un’informazione che si limita a dare voce a chi ha già voce, ma che si guarda bene dal dare voce a chi voce non ha.
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Cultura della comunicazione, della responsabilità, della professione e del servizio: quattro situazioni di crisi che, a mio avviso, non emergono solo sul versante dei valori, ma che si riflettono anche sul versante delle regole:
1)abbiamo infatti un sistema iper-regolamentato, che però non risolve minimamente il problema primario della dipendenza (in taluni casi della subordinazione) del sistema dell’informazione dal sistema politico. Da questo punto di vista, è emblematico il meccanismo introdotto dalla legge n. 150 del 2000 in tema di comunicazione pubblica: essa stabilisce infatti che a svolgere attività di ufficio stampa debba essere personale iscritto all’Ordine dei giornalisti, ma non scioglie il nodo del rapporto tra capo ufficio stampa e portavoce (prevedendo, per esempio, l’incompatibilità tra i due ruoli), con la conseguenza che – nel vissuto delle amministrazioni – la maggior parte dell’attività rivolta ai media si declina in termini di comunicazione politica, con l’ulteriore conseguenza dell’inquinamento a monte di quella che è oggi una delle principali fonti primarie dell’attività giornalistica;
Nota: (18) D.C. Hallin, P. Mancini P. (2004), Modelli di giornalismo. Mass media e politica nelle democrazie occidentali, trad. it. di S. Marini, Laterza, Roma-Bari 2004.
(19) L’espressione non è mia, ma di Massimo Baldini e Paolo Scandaletti (Università e profesisoni dei comunicatori, cit., p. 19).
(20) Utilizzo il termine “mandante” nell’accezione proposta da Goffman (Forme del parlare, trad. di F. Orletti, il Mulino, Bologna 1987, ed. or. 1981), ossia come colui per conto del quale l’animatore e/o l’autore (che possono o meno coincidere) comunicano.
2) abbiamo un sistema iper-regolamentato che, dinanzi alle difficoltà che emergono sul versante dell’individuazione e della condivisione dei valori, pretende di risolvere in chiave giuridica problemi che spesso, invece, sono di natura etica. Una conferma significativa della difficoltà a operare in tal senso ci viene invece proprio dal codice che, nel panorama della comunicazione, ha la più forte matrice normativa: il Codice di autodisciplina della comunicazione commerciale. Esso, infatti, riesce perfettamente a sbrigliare le questioni più prettamente giuridiche (pensiamo per esempio agli artt. 13-14-15 dedicati alla tutela della concorrenza) e, rispetto all’applicazione di queste norme, il consenso è sostanzialmente generale; per contro, quando le norme giuridiche vanno toccare le questioni di carattere etico (la dignità umana, il rispetto della convinzioni religiose, la violenza, l’indecenza, il senso del pudore, lo sfruttamento della superstizione e della paura, ecc.) il codice presenta delle evidenti difficoltà, come peraltro confermano le molte polemiche che hanno accompagnato talune decisioni del Giurì (vedi i casi legati a Oliverio Toscani);
3) abbiamo in sistema iper-regolamentato, che però non tutela realmente i giornalisti, o almeno quelli che svolgono la professione con accuracy e fairness: la scarsa applicazione dei codici tende infatti ad appiattire il livello verso il basso, senza dunque valorizzare quei casi di best practices che invece andrebbero portati innanzi all’opinione pubblica;
4) soprattutto, abbiamo un sistema iper-regolamentato che, tuttavia, sembra essere pensato a uso e consumo della casta piuttosto che come servizio al cittadino, come strumento pensato e predisposto a suo vantaggio. Ce lo conferma, peraltro, la scarsa pubblicità che viene data alle seppur rare e occasionali sentenze di condanna nei confronti dei giornalisti che hanno violato le regole della deontologia professionale: questa scarsa pubblicità, questa tendenza al “segreto”, privano infatti a monte il pubblico di un elemento fondamentale, irrinunciabile nel momento in cui esso deve scegliere dove andare a informarsi.
Crisi dei valori, crisi delle regole: in una parola crisi della deontologia professionale che, nel nostro Paese, si limita dare ordine alla professione (senza peraltro neppure riuscirvi del tutto), quando invece essa dovrebbe essere il “luogo” privilegiato in cui si traducono in regole quei valori che danno senso a una professione.
Su questo argomento, evidentemente, ci sarebbe molto da dire, ma non è questa la sede più opportuna per farlo. Ancora una volta, vale tuttavia quanto ricordavo in precedenza: è difficile avere dei codici deontologici efficienti ed efficaci se, a monte, non c’è una cultura della deontologia, che a sua volta riflette una radicata e condivisa cultura dell’etica.
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Concludo queste mie riflessioni (che non hanno certo la pretesa di risolvere i problemi del giornalismo italiano né di aggiungere ulteriori verità assolute a un settore che di dogmi ne presenta già tanti, ma che si propongono semplicemente offrire un contributo critico alla discussione) con quella che, a mio avviso, è la sfida che, su questi temi, l’Ucsi può e deve raccogliere. Una sfida che possono e devono raccogliere soprattutto i giovani giornalisti che si riconoscono nei valori e nella tradizione di questa associazione.
Parlando da cittadino-lettore-utente, mi piacerebbe dunque molto se da parte vostra, giornalisti dell’Ucsi, venisse un impegno ancor più forte a:

1) non aver paura del vostro essere relativamente “pochi”, rispetto alla grande quantità di coloro che operano nella vostra professione: la quantità serve a poco, se a monte non c’è la qualità;
2) proporvi costantemente presso il pubblico e presso la comunità professionale come interpreti credibili del vostro ruolo sociale: l’etica professionale non si costruisce sulle grandi battaglie, ma nella vita di tutti giorni;
3) farvi parte attiva, stimolare il dibattito pubblico su questi temi: saperi accademici e vissuto professionale non hanno senso, se non procedono fianco a fianco, in un continuo, costante dialogo;
4) mantenere vivo quel progetto culturale che, da sempre, vi accompagna, ma rinnovandolo ogni giorno alla luce delle trasformazioni sociali: essere attenti a cogliere i cambiamenti è la qualità cui un giornalista non dovrebbe mai rinunciare;
5) battersi per l’affermazione di una cultura della responsabilità tra tutti i colleghi: qualcuno deve pur cominciare, perché non voi?
A questo elenco manca ancora la più importante delle sfide, quella che i giornalisti italiani, ma in genere tutti i giornalisti nel mondo, non possono concedersi il lusso di non accettare, a meno di non voler mettere a serio rischio la loro stessa sopravvivenza: la sfida per la difesa del ruolo sociale della vostra professione. Una sfida che, secondo me, è perfettamente sintetizzata nella bellissime parole con cui Massimo Baldini (nel libro che ho la fortuna di vedere nella sua fase di gestazione e che mi piace pensare essere un po’ il suo testamento intellettuale) descrive il rapporto tra il giornalista e le notizie. Parole che, mi auguro, possano essere di buon auspicio per tutti voi, giornalisti, e per chi come me – pur affascinata dalle prospettive aperte dai media digitali – non riesce proprio a immaginarsi una società e una democrazia senza giornalismo: «il giornalista non è né l’umile schiavo né il tirannico padrone delle notizie (o dei fatti). Il rapporto tra il giornalista e le notizie si svolge su un piano di parità, di scambio reciproco. Il giornalista senza la notizia è inutile, le notizie senza il giornalista sono morte e prive di significato» . (21)
Nota: 21) M. Baldini, Popper, Ottone e Scalfari. Il problema dell’oggettività nel giornalismo, Luiss University Press, Roma 2009, p. 109.