Come già raccomandava la Gaudium et Spes (n. 4) “Bisogna conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, le sue attese, le sue aspirazioni e il suo carattere spesso drammatico. Per svolgere questo compito è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo così che, in modo adatto a ogni generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche”. Cogliere le aspirazioni profonde del nostro tempo, anche dietro le sue “ossessioni” e le traduzioni riduttive, anziché normalizzare l’esistente sotto l’alibi del “diritto di cronaca”, o, peggio, farsi manovali della “fabbrica delle notizie” ad uso e consumo di interessi di parte, è il compito ermeneutico ed educativo che spetta oggi al giornalista. Perché è da Ermes, il messaggero degli dei che portava le notizie, che deriva “ermeneutica”: in fondo solo chi conosce perché ha la possibilità di spostarsi, vedere, interrogare, è in grado di interpretare e raccontare. Il giornalista è l’ermeneuta dell’attualità, che ne fa emergere i significati non immediati e che dà luce alle realtà poco visibili; così come l’educatore, secondo Michel De Certeau, è “l’ermeneuta del senso nascosto”. Come scrive il Card. Bagnasco nell’introduzione agli Orientamenti Pastorali, “Non c’è nulla, nella nostra azione, che non abbia una significativa valenza educativa”. Forse oggi va riscritto in chiave educativa l’assioma comunicativo di Watzlawick: se è vero che “non si può non comunicare”, e che per il solo fatto che siamo corporei (con una postura, un’espressione, una scioltezza o rigidità…) comunichiamo qualcosa, è ancor più vero che ogni nostra azione compiuta di fronte ad altri è educativa (o diseducativa). Questa consapevolezza deve richiamarci alle nostre responsabilità. Senza questa tensione alla verità, alla complessità e pluralità del reale e al significato educativo della propria professione il giornalista rischia non solo di svolgere male il proprio ruolo, ma di prendere degli abbagli clamorosi, incapace di distinguere tra la realtà e le sue tante immagini falsificate (come è accaduto pochi giorni fa con le false immagini del cadavere di Bin Laden). Prima di tutto, dunque, occorre la pazienza di ascoltare il reale e leggerne in controluce i bisogni. Ne indichiamo alcuni dei più ricorrenti: L’ossessione per la libertà e la perdita di autorità: in realtà quella che dilaga sui media e nel contesto culturale contemporaneo è un’idea riduttiva di libertà, come assenza di costrizioni per poter essere aperti ad ogni possibilità. Ma questa è un’idea di libertà irrealistica (che non considera i limiti individuali e i condizionamenti sociali), individualistica (come se si potesse essere liberi da soli, mentre è sempre l’altro che ci libera, prima di tutto dalla prigione di noi stessi), astratta (intesa come puro gioco delle possibilità, come poter fare tutto che alla fine non consente di fare niente). Come si legge negli O.P., e come il Papa ha più volte ricordato, “Solo l’incontro con il ‘tu’ e con il ‘noi’ apre l’io a se stesso” (O.P. 9).
In nome della libertà si rifiuta anche l’autorità. Ma “la perdita dell’autorità è identica alla perdita della stabilità e della solidità del mondo” (come scriveva H. Arendt). Senza contare, poi, l’acritica sudditanza alle varie “autorità” del momento (dalla star di turno al calciatore famoso al guru della moda). La perdita del senso del tempo e la “svendita” della tradizione. Sembra che oggi esista solo il presente: l’istantaneità dell’informazione e l’ossessione dell’attualità rendono subito obsoleto il passato anche recente, spogliandoci della capacità di contestualizzare, ricordare, confrontare; ci immergiamo in un presente assoluto e saturo di stimoli, senza più la capacità di tollerare i tempi vuoti dell’attesa. Come scriveva la Arendt, “Noi siamo in pericolo di oblio, e tale oblio significherebbe umanamente che noi ci priviamo di una dimensione, la dimensione della profondità dell’esistenza umana”. La svendita del sacro e la sacralizzazione degli idoli: in nome della libertà rifiutiamo anche il sacro, ma in realtà esso non scompare, in un mondo dove anzi “tutto è dio tranne Dio stesso” (Varillon). La tecnica e il consumo sono i nuovi spazi di risacralizzazione, dove è evidente il tentativo di costruzione di un infinito (solo) orizzontale.
Nella sacralizzazione del consumo, ad esempio l’esperto è il nuovo sacerdote; i templi sono i centri commerciali, i codici di comportamento sono le mode, i santi sono i divi, il calendario liturgico è sostituito da quello dei saldi, delle offerte speciali, dei last minute, delle nuove festività profane (Santa Claus, S. Valentino, Halloween). Anche i giornalisti di grido, gli opinionisti consacrati dai media rischiano di diventare i nuovi sacerdoti che celebrano liturgie di realtà a uso e consumo dell’audience. E così assistiamo al passaggio dal simbolo all’idolo: il simbolo apre, al di là di se stesso, la relazione con qualcosa di assente che si situa su di un piano diverso della realtà, su un oltre che è anche ‘altro’. L’idolo, invece, non invita ad altro da sé, è un’immagine chiusa su se stessa, aperta su niente: un’immagine-show.
Oggi “Il contrario della fede non è l’ateismo, ma l’idolatria” (D. Bonhoeffer). Un’altra questione cruciale, che esprime un bisogno che va ascoltato ma non puramente assecondato, è la svolta tattile della cultura contemporanea. Grazie all’onnipresenza dei media, oggi siamo immersi in un bagno sensoriale costante, in una sollecitazione continua, con un effetto “immersivo” di perdita della distanza, della distinzione-valutazione e della critica. Il rischio è “la tirannia del dato di fatto”: come scrive un filosofo contemporaneo, Jean-Luc Nancy, “Vero è ciò che mi tocca”. Rischiamo di scambiare l’intensità con la verità. Ciò che ci colpisce, ci emoziona, diventa per questo “vero”. L’informazione gioca molto questa carta, estremamente pericolosa. Anche perché la separatezza tra pathos e logos, tra una emotività radicalizzata e una funzionalità strumentale rompe e impoverisce, con una falsa alternativa, l’unità e l’integrità della persona umana.
2. Il giornalista oggi: un ‘nuovo contesto esistenziale’ con cui fare i conti
I media oggi non sono più degli “strumenti”. Hanno infatti perso i confini tra di loro e i confini con l’ambiente; ne fanno parte, sono essi stessi ambienti. Si tratta ormai di “un nuovo contesto esistenziale” all’interno del quale prende forma “la percezione di noi stessi, degli altri, del mondo” (OP, 51). Un contesto a cui non possiamo sottrarci, come già riconosceva McLuhan “Non possiamo sfuggire a questo continuo abbraccio delle nostre tecnologie quotidiane, a meno che non sfuggiamo alle tecnologie stesse e ci ritiriamo in una caverna come eremiti” (McLuhan, Intervista a Playboy).
La rete oggi è soprattutto ambiente in cui ci si immerge, e lo si fa secondo una modalità relazionale “orizzontale”, dove il principio di autorità non esiste e tutto è equivalente. Inoltre, la rete – il world-wide-web – è un campo totale non solo privo di un centro, ma anche di un “fuori”, che traduce nel potentissimo codice binario del digitale qualsiasi cosa, e che quindi può contenere tutto “dentro”, promuovendo un “cerchio magico” di immanenza totale. Quali prospettive si presentano in questo nuovo contesto per l’azione, o meglio la relazione educativa?
Emergono innanzitutto dentro la rete alcuni bisogni che vanno decodificati perché sono il punto di ancoraggio di ogni azione educativa: Il bisogno di identità: cioè relazioni senza pre-giudizi. Lo sguardo di Cristo che apre ad un nuovo inizio; Il bisogno di riconoscimento: “non c’è niente di peggio di colui che è assolutamente libero in un mondo in cui nessuno si accorge di lui”. Anche qui il Vangelo ci fa incontrare uno sguardo che non confonde i volti, anche se le facce sono tutte uguali; Il bisogno di comunità: nella società liquida si sono sfaldati i tradizionali riferimenti territoriali. Ma ciò che da di un gruppo una comunità non è la semplice contiguità fisica, ma la condivisione di un significato; Il bisogno di autorità: la perdita dell’asimmetria produce un vuoto educativo. Va ritrovata la differenza tra giovane e adulto che si gioca sulla credibilità e sull’autorevolezza, che non sono più automatiche. Ma questi bisogni non vanno solo assecondati, consolati, messi a tacere con soluzioni preconfezionate. Piuttosto, essi interpellano profondamente il ruolo dei professionisti della comunicazione.
3. Il ruolo dei giornalisti cattolici
Nel contesto sinteticamente descritto, sia dal punto di vista culturale che tecnologico (e i due aspetti sono profondamente intrecciati), il giornalista cattolico ha una grande responsabilità.
Intanto ha il compito di difendere la pluralità del reale dal “letto di Procuste” delle routines produttive: i cosiddetti criteri di notiziabilità , spesso discutibili, esasperano e ingigantiscono realtà spesso marginali, o insignificanti, o che tali dovrebbero essere, mentre tacciono di altre ben più importanti per capire quanto sta accadendo nel mondo: sensazionalismo, spettacolarizzazione, sollecitazione emotiva caratterizzano ormai pesantemente l’operare dei media, diventando non solo opinabili criteri di selezione, ma ancor peggio criteri di produzione e costruzione di non-notizie. Poi, deve attivamente contrastare una serie di rischi: il rischio dell’insignificante che diventa evento, a fronte del silenzio su eventi che non raggiungono la soglia della visibilità perché non toccano, nell’immediato, interessi di alcun tipo; il rischio delle “rapprentazioni mutilate”: anche quando si parla di alcune realtà, lo si fa con un angolo di visuale talmente stretto, quando non volontariamente riduttivo, che l’effetto che si produce rischia di essere la deformazione e la disinformazione; il rischio della strumentalizzazione: si parla della realtà, e delle sue facce complesse, molteplici e contraddittorie, non per far conoscere quella realtà, ma in modo da appoggiare certe visioni del mondo e dei fatti, legate a specifici interessi. Questo è un rischio cui la Chiesa è fortemente soggetta.
La responsabilità implica poi la parresìa: parlare di ciò che si è conosciuto come vero, per quanto scomodo e non conforme ai gusti dominanti; parlare in prima persona, assumendosi la responsabilità del proprio dire, dato che la realtà è complessa e la verità non può mai essere afferrata nella sua interezza. Essere, in altre parole, un testimone. La parresia, che è da sempre legata alla critica (e anche all’autocritica, e al mettere a rischio i propri privilegi, e persino la propria vita, e che quindi si configura come un’azione morale) è qualcosa di ben diverso dalla cattiva parresia cui ci hanno abituato i media, che consiste nel dire, senza preoccuparsi delle conseguenze, tutto ciò che passa per la testa, in un misto di ignoranza e ipocrisia (hypocrites, nel teatro greco, era chi recitava una parte simulando qualcosa per ottenere vantaggi personali) .
Il giornalista cattolico oggi ha la straordinaria possibilità di utilizzare la rete universale della chiesa, che ha i suoi “sensori” attivi in tutto il mondo, là dove le cose succedono e le persone affrontano i problemi reali, in sinergia con la rete digitale. E ha la grande responsabilità di conservare, come un bene prezioso per tutti, credenti e non credenti, l’apertura a una trascendenza che ci libera e l’uso di un linguaggio che ci unisca. Per evitare il rischio della massificazione, della solitudine globale che H. Arendt aveva individuato chiaramente: “Perchè una società di massa non è nient’altro che questa specie di vita organizzata che si stabilisce automaticamente tra gli esseri umani quando essi conservano dei rapporti tra loro, ma hanno perduto il mondo prima comune a tutti” . Introdurre un principio trascendente (la fede) dentro un cerchio di immanenza totale quale è oggi il mondo della rete significa dunque recare un contributo originale che giova al mondo di oggi che rischia l’appiattimento. Lo aveva intuito non senza una certa dose di nostalgia E. Bloch che dal suo punto di vista aveva osservato laicamente: “Senza le strade interiori dello spirito non si può camminare eretti e con dignità sulle strade esteriori del mondo”. (CEI)

