«Vogliamo comprendere come determinate esperienze giornalistiche ed editoriali, al pari di singole figure professionali, abbiano agito o si siano sviluppate in una condizione di relativa o assoluta privazione di libertà», scrivono gli organizzatori.
In determinate situazioni «l’esercizio del giornalismo e della stampa è sembrato emergere come espressione più pura dell’insopprimibile bisogno umano di informazione e comunicazione. In tali contesti la circolazione, diffusione e la lettura della stampa autorizzata o clandestina, il ricorso a una intermittente, faticosa e rudimentale pratica giornalistica, il ruolo di moralizzazione e di educazione ricoperto da giornalisti detenuti più o meno celebri nei confronti dei compagni di prigionia o all’esterno delle istituzioni detentive, sono risultati coscienti e ripetuti esempi di resistenza collettiva e individuale o strumenti di riabilitazione e risocializzazione».
I lavori, dei quali è prevista la pubblicazione in volume, vengono conclusi dal presidente della Fondazione, Vittorio Roidi.

