Questi enti/soggetti già ci sono e si chiamano appunto giornali e giornalisti. Che tornano utili proprio quando si vanno costruendo i nuovi palazzi di cristrallo, tanto affascinanti per la loro lucentezza quanto a rischio per la fragilità delle basi e delle rare strutture portanti. Avranno bisogno dell’acciaio e del cemento della credibilità, dei contenuti, della creatività; offerte non solo dai giornalisti, ma anche dagli editori, dalla pubblicità, dai dirigenti editoriali e del marketing, dai comunicatori.
Così, alle tecnologie ed informatiche sempre più sofisticate verrà indispensabile l’antropolgia. Le professioni della comunicazione e le sigle associative che le esprimono, per sopravvivere avranno convenienza a parlare non soltanto di soldi ma anche delle persone e dei valori della civile convivenza. A scapito ovviamente delle troppo frequenti miopie e delle eccessive furbizie, delle rendite di posizione. E’ concesso scrivere qui la parola più appropriata che giustamente adoperano quei due autori*? Etica dell’informazione, che giusto dal ribaltone delle certezze pregresse riceve “uno scossone salutare”.
Nella ricerca e definizione dei “nuovi modelli di business” c’è dunque l’occasione per disintossicare i media, fargli fare un appropriato “tagliando”, riscoprire antiche obnubilate vocazioni di servizio alla gente, dichiarando e praticando lo stare dalla sua parte. Riaprire gli occhi sul potere, sui poteri più cresciuti e forti, che spesso si fanno anche più insidiosi di quelli dei partiti e dei governi. A tutti questi conviene lo stordimento permanente che viene dall’ affollamento dei messaggi. E a noi rammentare invece che “farsi imboccare è peggio che farsi spiare”. (editoriale Desk 1/2010)
*Si sarà capito che il riferimento è allo splendido libro di Massimo Gaggi e Marco Bardazzi L’ultima notizia ed. Rizzoli

