La sentenza della Corte d’Appello sul caso Regeni è un tassello importantissimo nella ricerca di una verità ferita, ma necessaria. Violenze inaudite e ingiustificate si sono abbattute su Giulio, ma al centro della nostra attenzione e del nostro impegno deve rimanere la dignità inviolabile della persona umana. La sentenza di Roma riconosce che nessuno Stato, nessun apparato di sicurezza e nessuna “ragion di Stato” può disporre impunemente della vita e della libertà di un cittadino. La tortura è un crimine abominevole che lacera la coscienza dell’umanità.
Guardiamo a questo verdetto con il realismo evangelico e giudiziario: non è la parola fine, né restituisce del tutto la pienezza della verità ai genitori, Paola e Claudio, la cui tenacia è stata un presidio di civiltà. Tuttavia, in un mondo in cui spesso i deboli soccombono e i potenti calpestano i diritti, questa pronuncia rompe il cono d’ombra dell’impunità totale, ricordando che la menzogna e l’arbitrio non hanno l’ultima parola.
Spesso la politica estera e gli interessi commerciali spingono i governi a voltarsi dall’altra parte, a riallacciare i rapporti diplomatici dimenticando il sangue versato. Questo va detto.
Il compito dei giornalisti
A noi giornalisti, anche se con fatica, spetta di interrogare la coscienza della politica e della diplomazia italiana ed europea su tutto questo. Non si può barattare la vita umana e la giustizia per convenienze economiche o accordi geopolitici. La ricerca della verità sui crimini di Stato non è un orpello ideologico, ma il banco di prova della salute etica di una democrazia sulla quale avremo modo di riflettere alla Scuola di Assisi 2026. La solidarietà con chi soffre e la difesa dei diritti umani calpestati devono rimanere la bussola irrinunciabile della cooperazione tra i popoli.
Fin dai primi giorni in cui la notizia del sequestro e poi ritrovamento del corpo di Giulio Regeni è risuonata nel nostro territorio, da Fiumicello, come cittadini, come figlie e figli, come genitori e come professionisti dell’informazione, l’Ucsi Friuli Venezia Giulia, attraverso piccoli gesti, presenza discreta e piccole iniziative (in molti ricorderanno le magliette gialle della ciclostaffetta “IN BICI PER GIULIO”, indossate dal Consiglio Nazionale ad Assisi in occasione dell’edizione del gennaio 2021 della Scuola), ha desiderato essere vicina alla famiglia, a Paola, a Claudio e a Irene, anche attraverso il lavoro di singoli professioniste e professionisti che hanno dato voce alla vicenda di questa famiglia attraverso le proprie penne e con le proprie firme.
Prima di mettere mano a penne e tastiere, dobbiamo tenderle perché la testimonianza di un impegno su giustizia e verità sono il respiro della misericordia e hanno il sapore della ricerca della pace. La vera pacificazione non si ottiene con l’amnesia o con il silenzio complice. Invocare giustizia per Giulio non è spirito di vendetta, ma un atto d’amore verso la verità e un dovere morale affinché simili atrocità non si ripetano mai più nei confronti di nessuno.

