28 Ottobre 2019
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Un manuale per rompere l’abitudine dei riti cattolici (utile anche ai giornalisti che li raccontano)

Lo scrittore Alberto Porro, con simpatia, mette in guardia i cristiani da gesti e riti che rischiano di diventare ripetitivi e svuotarsi di senso, elaborando un manuale con dodici consigli per difendersi da indifferenza e egoismo. Può essere uno strumento utile anche per i giornalisti. Potrebbe aiutare ad interpretare meglio certe situazioni.

Ermanno Giuca

recensione di Ermanno Giuca

Noi cattolici crediamo veramente nei riti che perpetuiamo? Quando la Domenica partecipiamo a Messa ci vibra davvero il cuore o tendiamo a recitare un semplice copione? Abbiamo mai provato a fare qualcosa di nuovo che ci faccia riflettere sui gesti che compiamo?

Sono alcune delle domande che si è posto Alberto Porro, scrittore ma soprattutto semplice parrocchiano. Nel suo ultimo libro “Come sopravvivere alla Chiesa Cattolica e non perdere la fede” (Bompiani, 2019) ha elaborato 12 consigli per affrontare in modo diverso alcuni riti che scandiscono la vita di ogni cristiano (più o meno praticante).

Andare a Messa la Domenica, sposarsi in Chiesa, battezzare i figli, mandarli al catechismo, fare la carità e via dicendo, per Porro, si sono trasformarti in situazioni pericolose: il rischio è la ripetitività, l’abitudine, l’indifferenza, l’egoismo.

Basti pensare allo scambio della pace «Un’operazione che dura circa due secondi e mezzo – dice Porro – in cui si stringe la mano di una vecchietta che magari, finita la messa, non si rivedrà più. Il pericolo è pensare che quei due secondi e mezzo ti abbiano riconciliato con la comunità». Allora perché, dopo la stretta di mano, non incalzare la signora con altre domande: “come si chiama signora? Dove abita? Lei ha figli, siamo per caso vicini di casa?”. «Magari le prime volte vi prenderanno per matti ma in poco tempo tutti sapranno qualcosa in più degli altri».

Con un pizzico di ironia, lo scrittore vuole invitare a “difenderci” da quelle situazioni in cui preferiamo essere passivi e non partecipi di ciò che – da credenti – stiamo vivendo. Come il gesto di carità che il più delle volte si riduce con l’inserire le monete nel cestino delle offerte (gesto importante per contribuire alle spese ma che non può finire lì). «Il pericolo qui, è che dei poveri debbano occuparsi solo gli specialisti (Caritas, centri di ascolto, associazioni). “Io non sono uno specialista quindi metto 5 euro a settimana ed è finita lì”. Come laici dovremmo darci una mossa e iniziare a capire che i poveri siamo noi. Abbiamo mai chiesto al parroco se ci sono persone in difficoltà in comunità e che bisogni hanno? Abbiamo chiacchierato almeno una volta con chi chiede l’elemosina fuori dalla Chiesa? Sforziamoci di dare un nome e un volto a questi poveri e di farli conoscere alla comunità».

Alcuni consigli sono, poi, rivolti anche a quei credenti che partecipano poco alla vita di comunità ma che in certi passaggi della vita sono “costretti” a tornare in Parrocchia: il corso di preparazione al matrimonio, per esempio. “L’importante è finire tutto il prima possibile e ottenere il bollino: non parlare, non interrogare chi parla, non argomentare. Qui il pericolo è essere creduloni e di bere tutto quello che vi viene detto. Il modo migliore per difendersi da un corso per fidanzati è intervenire, fare domande, mettersi in gioco. Chiedere al parroco: “Ci sono altre famiglie cristiane in parrocchia con le quali ci possiamo confrontare? Esiste davvero una comunità che non ci lascerà soli?”. Insomma fidanzati, alzate la mano!».

Nel caso qualche liturgista storcesse un po’ il naso, Porro in apertura del suo manuale avverte che «le tattiche consigliate non garantiscono il risultato sperato», ma certamente con il sorriso e la simpatia incoraggia noi cattolici ad essere un po’ più coraggiosi in ciò che viviamo. «Provate a fare qualcosa di nuovo, di diverso e qualcosa succederà».