Gwen Ifill, newyorkese, 59 anni, figlia di emigrati dalle Barbados, «che hanno scelto di essere americani», laureata al Simmons College di Boston, ha iniziato la sua carriera da giornalista nell’81, approdando nell’84 al Washington Post, poi al New York Times e alla Nbc: «I suoi programmi per la Pbs (ndr, come «Washington Week in Review» e «NewsHour») riportano le notizie eque per l’interesse del pubblico e riflettono standard alti di etica e professionalità.
«Giornalisti seri come Ifill aiutano i cittadini a capire dove sta il giusto», ha detto il rappresentante dell’Ambasciatore americano a Roma Jeff Galvin. «Calma, compostezza ed equilibrio di Ifill devono essere di esempio per chi lavora nel mondo dell’informazione», ha aggiunto Maria Letizia Santangelo, rappresentante del Ministero degli Affari Esteri che ha riconosciuto nel premio la «veste autentica e sana del giornalismo».
Nel suo discorso, la premiata si è detta «travolta» per l’onore di ricevere un riconoscimento che le viene dato «per una cosa che adoro fare e ho sempre desiderato fare da quando avevo 9 anni. Per me è veramente fantastico».
INTERVISTA
Che emozione c’è nel ricevere l’Urbino Press Award?
«Sono colpita, sono travolta: sono in una bellissima città, un bel luogo, fra gente stupenda che mi premiato per una cosa che adoro fare e ho sempre desiderato fare da quando avevo 9 anni. Per me è veramente fantastico».
Che cos’è la politica per lei?
«Amo la politica, è una cosa molto importante e mi piacciono i politici perché sono professionisti di un’arte: la politica riguarda la vita delle persone, la politica è sapere se il tuo bambino potrà mangiare o se i tuoi genitori potranno godere della loro vecchiaia. Devi seguire quello che fanno i politici, loro hanno delle responsabilità, devono lavorare per rendere la vita migliore, devi essere interessato alla politica perché alla fine coinvolge tutto».
Che importanza ha fare domande per un giornalista?
«Il problema non è tanto fare le domande, perché queste le faremo, il problema è ottenere le risposte da coloro ai quali facciamo le domande, perché a volte non le danno. Un giornalista deve fare domande, anche se non si ottengono risposte: le nostre telecamere non possono girare l’obiettivo quando ci sono le città in fiamme, quando i dimostranti ricevono colpi di pistola o i politici cadono nell’avidità non dobbiamo girare lo sguardo, le sollevazioni possono essere utili per i leader. Noi dobbiamo esigere risposte per avere chiarezza e trasparenza. Nell’informazione, le notizie sono sempre informazioni, ma non tutte le informazioni sono notizie: molti credono che la cosa più importante della giornata sia quella che leggono quando aprono il browser e non tutti colo che sono davanti a una telecamera sono giornalisti. Abbiamo visto video che hanno raccontano una verità, un punto di vista: il giornalismo poi deve richiedere qualcosa di più se l’obiettivo è la verità. Per questo il giornalismo serio ancora è importante, c’è nobiltà nel raccontare storie non raccontate e nel gettare luce, piuttosto che foga, nel raccontare storie già raccontato troppe volte. Nel mio programma su Pbs affrontiamo le notizie con una premessa semplice: crediamo che voi potete decidere cosa pensare se noi vi diamo le informazioni su cui lavorare; noi speriamo che voi non sappiate cosa pensa il giornalista».
Da cosa nasce la sua passione per il giornalismo?
«Io ho ereditato l’interesse continuo per il mondo dai miei genitori, che sono venuti dalle Barbados e hanno scelto di essere americani ed erano patrioti: leggevano molti giornali, vedevano tutti i telegiornali. Ci hanno esposto tutti i giorni a quello che accadeva nelle nostre vite personali e quello che accadeva attorno e come questo aveva impatto su di noi: il giornalismo è l’unione di tutto quello. Io sono fortunata ad essere una giornalista: non vivo in Cina, in Zimbabwe, dove ti fanno chiudere il giornale o la tv se critichi il Governo, io non vivo dove scrivere la verità ti può portare alla morte. Fred Friendly, presidente delle Pbs News, credeva nella necessità di scavare e raccontare bene le storie e diceva che il nostro lavoro non è convincere qualcuno, ma aprire le menti».
Come è riuscita a mantenere imparzialità nei dibattiti politici tra i candidati alla presidenza per gli Stati Uniti?
«E’ stato facilissimo perché devi avere un approccio molto aperto, non devi avere già una presa di posizione, altrimenti non risponderebbero mai alle tue domande perché ti considererebbero di parte fin dall’inizio».
Nella sua carriera, ha mai subito pressioni da politici o personaggi influenti?
«Certo e li ho ignorati: succede spesso ma la mia strategia è ignorare completamente perché il loro lavoro è cercare di presentarti la realtà dal loro punto di vista secondo quello loro vogliono farti credere, il mio lavoro di giornalista è raccontare la realtà dal punto di vista più obiettivo, andando avanti con le mie domande».
Qual è la regola più importante per un giornalista?
«Scrivi ogni giorno, tiene una mente aperta, tieni sempre presente che quello che fai non ha niente a che fare con te, lo fai per qualcun altro». (QN)

