Oltre al saluto, permettetemi qualche osservazione sullo stato della professione.Se è vero come è vero che il nostro paese deve affrontare una stagione di riforme, la professione giornalistica non può essere esclusa dalle riforme. Perché l’informazione è contigua alla democrazia, difendendo qualità e autonomia dell’informazione si difendono anche qualità e autonomia della politica, e già questo basterebbe. E anche perché l’informazione è un settore di attività così fortemente aggredito dalla rivoluzione digitale, da lasciarci, come giornalisti e anche come editori – ciascuno ha le sue responsabilità – letteralmente in un mare di guai. Dunque la riforma è anche interesse di noi giornalisti.
In quale direzione? Anzitutto, una riforma culturale: accettando il fatto che la notizia in sé è un prodotto che ha perso molto valore e che è destinato a perderne ancora. Perché c’è sovraccarico informativo, perché tutti più o meno sono in grado di produrre notizie, e perché è diventato quasi impossibile difendersi dal copia e incolla. Dunque giornalisti e editori dovranno prima o poi rinunciare a vendere semplici notizie e offrire invece servizi complessi, di carattere informativo, sempre più avanzati, di qualità, costruiti a misura delle esigenze specifiche della loro comunità di riferimento.
Noi giornalisti dobbiamo acquisire nuove competenze e collaborare con altre figure professionali. Solo così il nostro lavoro potrà essere riconosciuto, anche economicamente. Facendo questo, dobbiamo però mantenere molto saldo quello che dovrebbe essere il nostro specifico giuramento di Ippocrate, che sintetizzerei così: nessuno possiede la verità, o almeno è in grado di comunicare la verità, ma nessuno è autorizzato a manipolare coscientemente o a banalizzare la verità.
Dobbiamo quindi adeguarci a un principio etico che sovrintende tutte le nostre norme deontologiche. Dobbiamo accettare il fatto di appartenere a una comunità professionale alquanto screditata, che la opinione pubblica accomuna alla classe politica: e impegnarci dunque a ricostruire la nostra autonomia e il nostro onore professionale.
Quei benedetti appuntamenti della formazione permanente, che troppo spesso affrontiamo come strazi burocratici, possono trasformarsi invece in occasioni per acquisire nuove competenze. Devo dire che noi dell’UCSI ci stiamo impegnando nella formazione – questo sarà il quinto anno della nostra Scuola di Fiuggi, e di corsi riconosciuti dagli Ordini ne abbiamo organizzati in molte regioni italiane – e molto spesso i colleghi ci esprimono la loro soddisfazione.
Non entro naturalmente nelle scelte sindacali. Però credo di dover dire che la nostra categoria deve affrontare un processo di semplificazione e responsabilizzazione della sua rappresentanza, se vuole affrontare le nuove sfide. La presenza di veri e propri dualismi istituzionalizzati, come quello tra Ordine e Sindacato, o quello tra professionisti e pubblicisti, o tra contrattualizzati e precari, o anche la conservazione di un ruolo di rappresentanza molto forte per i pensionati, categoria cui appartengo… queste cose mi sembrano vecchi retaggi e inutili appesantimenti, e indeboliscono la rappresentanza complessiva. Capisco le difficoltà, ma credo che questi problemi vadano affrontati.
Infine una parola sul servizio pubblico radiotelevisivo, dal quale provengo, e che è così largamente rappresentato nella Romana. Sapete tutti delle scadenze importanti e imminenti: rinnovo del consiglio RAI, con l’auspicabile rinnovo della governance; rinnovo della concessione, con auspicabile rinnovo del mandato e trasformazione della RAI in una media company a 360 gradi. Il servizio pubblico non può essere più esercitato in regime di concorrenza con l’attività commerciale, deve essere invece finalizzato a sostenere e rafforzare la qualità dell’offerta nel suo insieme, e non solo di quella informativa. Dunque ha bisogno di profonde trasformazioni.
Mi spiace vedere come una timida, credo anche concettualmente sbagliata, ipotesi di riforma, che prevede l’accorpamento di alcune testate, passaggio che ritengo ineludibile per ridare senso a un servizio pubblico non lottizzato, abbia incontrato un incredibile voto del Parlamento che, all’unanimità, ha deciso sul proprio diritto a esercitare la lottizzazione.
E’ curioso quanto è successo: mentre in un’aula volavano gli schiaffi, in un’altra tutti, ma proprio tutti, si sono messi d’accordo sui propri diritti di casta politica. Con una decisione che è del tutto funzionale a una RAI che continui a fare un racconto della politica come scontro perpetuo. Credo che molti parlamentari non si siano resi conto di quanto stavano facendo.
Tutto questo è stato favorito dall’intervento di lobby giornalistiche, che ritengo si siano mosse a difesa di privilegi acquisiti. Se fosse così, non è la pluralità delle idee che si difende, ma il pluralismo lottizzato delle poltrone.
E se fosse così, non si onora l’idea di giornalismo come servizio al pubblico, che è l’idea alla quale tutti dovremmo invece dare sostegno, ovunque lavoriamo.
E’ questa idea di “giornalismo come servizio” che vi auguro di realizzare. (MELODIA)

