11 Giugno 2014
Share

WORLD NEWSPAPER CONGRESS A TORINO:4 DIRETTORI A CONFRONTO, APRIRSI ALLE CONTAMINAZIONI

cala-kvBH-U103014590474974bD-568x320LaStampa.itDall’Italia agli Stati Uniti, dal Kenya alla Gran Bretagna: insieme con il giornalismo cambia anche il ruolo del direttore, incalzato dalla crisi economica in cui versano i grandi gruppi, dalla rapidità dei social network, dalle resistenze di un settore che fatica più di altri a cavalcare le novità. Eppure i partecipanti al panel “Editor’s evolution”, all’interno dei lavori sul summit mondiale della Wan-Ifra, l’associazione mondiale degli editori di giornali, sono concordi: l’editor in chief non è una specie in via d’estinzione, a patto che sappia guidare i giornali sul sentiero dell’innovazione.
Una innovazione che, secondo il direttore de La Stampa Mario Calabresi, è simile a quella vissuta dalla musica. «Ognuno di noi ricorda ancora la sequenza esatta delle canzoni dei dischi che amato», dice e cita Born in the Usa di Bruce Springsteen. Ecco, lo stesso vale per i quotidiani. «Chi abbia frequentato i giornali per tutta la vita conosce la sequenza delle sezioni a memoria, se vuole andare allo sport, alla pagina delle opinioni o alle previsioni del tempo lo ha sempre potuto fare ad occhi chiusi». Nell’era del digitale non è più così. «Sempre più persone cercano una notizia o una storia e non una gerarchia di notizie». Poi, le mischiano come succede con le playlist musicali. La ricetta? «Dobbiamo essere capaci di trasformare il contenuto per adattarlo ad ogni piattaforma». Carta stampata, piattaforme digitali, video, infografiche. Senza dimenticare le risorse: «Gli archivi da questo punto di vista possono diventare risorse preziosissime ». Nessuna paura di contaminarsi. «Anche la carta può essere usata come laboratorio di innovazione, per dare vita a idee capaci di farsi notare e di catturare un lettore sempre più distratto e distante». L’importante è che in redazione si faccia ricorso alle potenzialità «digital» di rielaborare analisi e dati. 
Un tentativo di andare oltre il quotidiano tradizionale è l’ideazione di numeri speciali. La Stampa, ricorda Calabresi, ha iniziato nel 2009, con un numero dedicato all’Africa. «Da quel momento abbiamo cominciato a fare numeri speciali ogni due mesi: dalla libertà di stampa all’ambiente. La nostra ultima edizione con interviste a Bill Gates e Michelle Obama è uscita giovedì scorso». In mezzo, il progetto Europa, in collaborazione con grandi quotidiani europei. «L’idea che sta alla base di questo lavoro è quella di creare un evento. Il nostro concerto».
Il grande mix di alto e basso, che affianca cultura e gossip, non basta più, conferma Thomas Patterson, docente all’università di Harvard. «Aver scommesso sulle soft news, quelle troppo leggere, è stata una scelta miope. I lettori forti nel corso degli anni se ne sono andati, e quelli marginali non sono stati assorbiti. Il pubblico si sta segmentando, ci sono sempre più persone che vogliono una informazione capace di soddisfare, davvero, i loro interessi». 
La rincorsa a Buzzfeed, il portale re dei contenuti bizzarri che rimbalzano tra le pagine dei social network, rischia di essere controproducente, spiega Jason Seiken del Telegraph, che chiede una scossa. «Nelle redazioni tradizionali c’è un deficit di conoscenza, troppi giornalisti hanno una ignoranza digitale inaccettabile a livello tecnico». Dunque il cambiamento deve interessare anche loro. Joseph Olindo, kenyano, direttore di Nation Media Group, l’ha capito. «In 30 anni ho visto cambiare il nostro ruolo da controllori onnipotenti a negoziatori tattici», spiega. Nell’Africa che corre, gli editori puri non esistono. «Siamo sotto pressione: dobbiamo essere manager, proteggere quello che abbiamo». Senza paura, ma con molta cautela. «Il governo usa la violenza». Eppure, dice, non si possono fare passi indietro: «Siamo noi i leader del cambiamento».  (LASTAMPA)