18 Maggio 2026
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Il mercato dei video biblici creati dall’AI e la sfida per una fede autentica

L’illusione del sacro digitale

l'illusione del sacro digitale

Francesco Pira

È uno degli effetti del “capitalismo dell’attenzione”: ciò che funziona non è ciò che è vero, ma ciò che trattiene lo sguardo. E in questo orizzonte il giornalismo ha un ruolo ancora più decisivo. Non basta raccontare ciò che accade: occorre verificare, interpretare, distinguere il documento dalla sua imitazione. L’informazione oggi deve farsi argine critico, capace di smascherare ciò che gli algoritmi rendono verosimile. Il giornalista diventa custode della complessità.

Siamo immersi in un’epoca in cui anche l’immaginario religioso viene risucchiato nella logica degli algoritmi, remixato, reso virale e riconfezionato come prodotto emotivo. La spiritualità, che per secoli ha trovato nella parola, nel silenzio e nell’arte un canale di comunicazione profondo, oggi si ritrova inglobata nell’estetica fugace delle piattaforme digitali, tra sintesi visive, narrazioni semplificate e una produzione globale che mescola fede, mercato e intelligenza artificiale.

Mi ha colpito, in questo senso, l’articolo pubblicato sul “Corriere della Sera” e firmato da Eugenio Spagnuolo, dal titolo “Il mercato (milionario) dei video biblici generati con l’intelligenza artificiale che appassionano i fedeli: ‘Anche Gesù ne riderebbe’”. Un’inchiesta lucida che mostra come l’intersezione tra algoritmi, devozione e piattaforme social stia creando un nuovo ecosistema comunicativo, affascinante e disturbante allo stesso tempo.

Cresce la dimensione del ‘sacro digitale’

L’articolo osserva come sui social stia crescendo un fenomeno tanto inatteso quanto redditizio: “Gesù con l’iPhone, i discepoli che si inseguono in scenari che sembrano usciti da un film Pixar e una voce robotica che recita le Scritture”. Una narrazione estetizzata e artificiale che si allontana da qualsiasi profondità teologica per aderire al linguaggio dell’intrattenimento digitale.

La febbre dei contenuti cresce, e Spagnuolo descrive così l’esplosione del fenomeno: “Su TikTok, YouTube, Instagram e Facebook proliferano da qualche tempo clip generate dall’intelligenza artificiale che rielaborano storie della Bibbia. Lo stile è inconfondibile: estetica traballante, narrazioni semplificate al midollo, emozioni esagerate”.

Il punto chiave, però, non è soltanto la produzione: è il mercato che si è sviluppato attorno a queste clip. Il giornalista evidenzia come “la lavorazione dei filmati è appaltata fuori, come ha rivelato un’inchiesta di The Verge. la piattaforma dove tutto si assembla è Fiverr, il marketplace di servizi freelance che lo scorso autunno si è dichiarato azienda ‘AI-first’ licenziando 250 dipendenti”, con una concentrazione significativa di freelance in Africa e nel Sud‑Est asiatico. Una sorta di catena globale del sacro artificiale, dove competenze tecniche, algoritmi generativi e committenze religiose si intrecciano in un flusso continuo di contenuti.

La reazione del pubblico

Il processo creativo viene raccontato nel dettaglio: “Si parte da ChatGpt per generare idee e trasformarle in dialoghi tra personaggi biblici, poi lo stesso strumento costruisce una sceneggiatura divisa per scene. La sceneggiatura passa a ElevenLabs per la narrazione audio e i sottotitoli. Le indicazioni di regia vengono aggiunte sempre via ChatGpt, i fotogrammi vengono generati invece con Grok e il tutto viene, infine, montato in CapCut”.  Una produzione industriale, quasi seriale, che rende il sacro un prodotto assemblabile.

Ma l’aspetto più sorprendente riguarda la ricezione del pubblico. Spagnuolo scrive: “Le sezioni a margine dei video a tema biblico realizzati con l’AI sono piene di commenti entusiasti e lodi per la diffusione del messaggio cristiano”.

Una fede espressa attraverso estetiche artificiali, dove “qualcuno arriva a scrivere che ‘anche Gesù riderebbe di questi video’”.

Canali come AI Bible dimostrano infatti che questo nuovo modo di raccontare le Scritture “ha costruito community ampie e fedeli e, soprattutto, monetizzabili”.

Questo fenomeno rivela una trasformazione culturale significativa. Come ricordano studiosi come Luciano Floridi, viviamo in un’“infosfera” dove non esiste più una distinzione netta tra digitale e reale: siamo immersi in flussi continui di dati, immagini, stimoli.

L’AI slop biblico — questo sacro reso liquido, semplificato, addolcito al punto da somigliare a un cartone animato — rappresenta una nuova forma di intrattenimento spirituale che rischia di ridurre il messaggio religioso a un oggetto estetico, privato di contesto, ricchezza e cura interpretativa.

È uno degli effetti del “capitalismo dell’attenzione”: ciò che funziona non è ciò che è vero, ma ciò che trattiene lo sguardo.

Il ruolo decisivo dei giornalisti

E in questo orizzonte il giornalismo ha un ruolo ancora più decisivo. Non basta raccontare ciò che accade: occorre verificare, interpretare, distinguere il documento dalla sua imitazione. L’informazione oggi deve farsi argine critico, capace di smascherare ciò che gli algoritmi rendono verosimile. Il giornalista diventa custode della complessità, della continuità delle fonti: un ruolo che richiede rigore ma anche un’etica della visione, per impedire che il sacro venga ridotto a una semplice rappresentazione e che la fede diventi un prodotto algoritmico.

Come sociologo dei processi culturali e comunicativi, vedo un rischio evidente: la spiritualità trasformata in clip, la fede ridotta a format, il messaggio evangelico filtrato da sistemi di raccomandazione che decidono cosa vale e cosa sparisce.

Nonostante tutto, ogni rivoluzione tecnologica porta con sé rischi, ma anche nuovi orizzonti. L’intelligenza artificiale, se orientata con responsabilità, può essere uno strumento straordinario per diffondere cultura, conoscenza e valori spirituali.

La sfida è culturale ed sociale: formare occhi critici, distinguere il simbolico dal simulato, il sacro dall’effetto speciale.

La fede autentica non ha bisogno di animazioni scintillanti né di algoritmi creativi. Ha bisogno di verità, di relazione, di pienezza di significato.

È da qui che dobbiamo ripartire: dal restituire senso alle parole e densità alle immagini. Perché se è vero che le macchine possono generare milioni di visualizzazioni, solo le persone possono capire con la mente e con il cuore.