La Commissione europea spinge per vietare i social ai minori di 13 anni (leggi il nostro articolo). Una scelta da fare in autunno, sulla base delle ultime ricerche demoscopiche. Una delle priorità per l’opinione pubblica, infatti, è la sicurezza dei minori sul web.
Il Regno Unito si è mosso prima e ha deciso di estendere il divieto fino ai 16 anni. Ne abbiamo parlato con Adriano Fabris, professore di Filosofia morale all’Università di Pisa e grande esperto di questi temi. Di recente è entrato a far parte della commissione etica dell’Osservatorio sull’IA del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali.
“Sebbene la proibizione non rappresenti la soluzione definitiva, oggi è diventata una necessità inevitabile poiché finora non si è riusciti a regolamentare adeguatamente l’uso dei social”, dice Fabris, che poi sottolinea come le piattaforme abbiano “iniziato a sostituire gli insegnanti nel fornire indicazioni di vita ai giovani”.
La conclusione è che il divieto dei social ai minori diventa “un mezzo necessario per permettere agli adulti di recuperare il proprio ruolo educativo”. In ogni caso, “affinché le leggi siano efficaci, il ruolo fondamentale della scuola nella sensibilizzazione e quello della famiglia nell’educazione rimangono imprescindibili”.
Certo, c’è differenza tra i diversi social. Per questo “è fondamentale insegnare ai giovani a comprendere le caratteristiche, i limiti e le modalità manipolatorie delle diverse piattaforme”. Serve insomma una vera “educazione alla cittadinanza digitale”.


