Opinioni

Piccoli editoriali per la condivisione e il confronto

La bellezza della carità per i giornalisti

In un paese del Montefeltro profondo dove le dolci e verdi colline marchigiane diventano più sassose e l’acqua del Candigliano è ancora azzurra e trasparente, mio nonno – cantoniere e contadino –esercitava la carità inconsapevolmente. Ce l’aveva dentro. I prodotti del suo orto – pomodori bislunghi, peperoni un po’ troppo piccanti e cetrioli XXL – erano a disposizione degli ospiti: un parente in visita, un conoscente affacciatosi nella piccola proprietà, l’amico di sempre, il raccoglitore di pelli di coniglio o un perfetto sconosciuto.

Le troppe forme di violenza

Il mondo intorno a noi continua a trasformarsi velocemente. Ci troviamo a dovere fronteggiare una realtà molto complessa ed in rapida evoluzione (le tensioni internazionali, la crisi economica, l’immigrazione, la diminuzione delle risorse mondiali). Questo rende urgente individuare quali azioni possano aumentare il livello di consapevolezza di tutti, in modo da assumere la responsabilità di essere parte della società e partecipare in modo attivo e positivo al necessario mutamento. A preoccupare sono le numerose forme di violenza.
La pandemia che ci ha colti di sorpresa ha, senza dubbio, acuito le differenze economiche e sociali. Tutti pensavamo che questa esperienza avrebbe migliorato le nostre vite, ma di fatto non è stato così.

I mass media ci mostrano quotidianamente numerosi episodi di violenza e prevaricazione. Cattiverie che non trovano risposte e viaggiano attraverso i social. Assassini che comunicano le loro stragi e agiscono senza pietà. Criminali che pubblicano le loro azioni sul web senza alcun timore.
I social ci stanno abituando ad assistere a tante forme di violenza e di odio che ci allontano dai valori dell'altruismo e della carità. Penso agli hater, odiatori seriali, e alle tante devianze della rete.
Una fragilità sociale che viene evidenziata in tanti settori e di cui l’iper-comunicazione ci mostra, quasi quotidianamente, i suoi tanti volti e le estreme conseguenze.

L’aumento della violenza
Il ricercatore Enzo Risso ha scritto un articolo, pubblicato su “Il Domani”, in cui ha riportato alcuni dati che dimostrano come la nostra società sia diventata più violenta. Nel 2021 Ipsos Global Advisor aveva condotto una ricerca sul tema della criminalità e della violenza che si trovava al quinto posto nella scala delle preoccupazioni dei cittadini dei 28 paesi monitorati.
La situazione è cambiata dal 2021 al 2024. Oggi è al secondo posto dopo l'inflazione. «In Svezia è addirittura il primo fattore (61 per cento) e supera il tema della povertà (20 per cento), dell'inflazione (17 per cento) e del lavoro (14 per cento). Il peso di criminalità e violenza è alto anche negli Usa (33 per cento). Una preoccupazione superata solo dalla spinta inflattiva (46 per cento), mentre povertà (21 per cento) e lavoro (17 per cento) vengono in secondo piano». Le percentuali rimangono alte anche in Gran Bretagna e in Germania. «L'agenda delle preoccupazioni in Italia mette al secondo posto la povertà (27 per cento), al terzo l'inflazione (26 per cento) e al quarto la violenza (23 per cento). Il dato non deve ingannare. Nel 2021 il tema di violenza e criminalità nel nostro Paese era al 17 per cento, oggi è salito di ben sei punti. Negli ultimi dodici mesi il 27 per cento degli italiani denuncia la crescita dei tassi di violenza nel proprio quartiere».
Inoltre, «in Italia al primo posto troviamo il vandalismo (55 per cento), seguito da furti di auto (48 per cento) e in appartamento (43 per cento), consumo di stupefacenti (43 per cento), spaccio di droghe (38 per cento), ma soprattutto dalla violenza sulle donne (30 per cento) e dalle gang (28 per cento)». I numeri non cambiano nel resto d'Europa, anzi si attestano percentuali più alte.
Risso sottolinea come «la crescita delle disuguaglianze porta con sé non solo l'aumento delle povertà e del malessere sociale, ma anche della violenza e della criminalità».

I giovani, il genere, la violenza
I dati del ricercatore Enzo Risso trovano conferma in un’indagine condotta dall'Osservatorio Indifesa 2024 e realizzata da Terre des Hommes, insieme a OneDay e alla community di ScuolaZoo  , che ha coinvolto oltre 4.000 ragazzi e ragazze tra i 14 e i 26 anni. «Il 65% dei giovani dichiara di essere stato vittima di violenza e tra questi il 63% ha subito atti di bullismo e il 19% di cyber bullismo». E ancora: «La percentuale di chi ha subìto una violenza, sia fisica che psicologica, sale al 70% se si considerano le risposte delle ragazze e all’83% tra chi si definisce non binario e scende al 56% tra i maschi. Anche le tipologie di violenza subite sono diverse tra i generi, a eccezione delle violenze psicologiche e verbali che colpiscono in egual misura maschi e femmine (71% in generale e per le femmine; 69% per i maschi)».
Come se non bastasse, tra i dati più preoccupanti c’è il bullismo che risulta «un fenomeno più maschile (M 68% e F 60%); al contrario, il cyberbullismo sembra colpire di più le ragazze (F 21% e M 16%). Non stupisce invece che tra gli atti di violenza più segnalati dalle ragazze ci sia il catcalling, ovvero commenti di carattere sessuale non graditi ricevuti da estranei in luoghi pubblici, al 61% (per i maschi solo al 6%, in generale al 40%) e le molestie sessuali al 30% (al 7 per i maschi, 23% in generale). Tutte le tipologie segnano percentuali più alte tra chi si definisce non binario: violenze psicologiche o verbali e bullismo (80%), catcalling (66%), molestie sessuali (36%), cyberbullismo (27%)».
Quel che è peggio riguarda il fatto che «il bullismo e cyberbullismo, così come le violenze psicologiche e verbali, prendono di mira soprattutto l’aspetto fisico (79%). A seguire l’orientamento sessuale (15%), la condizione economica (11%), l’origine etnica e geografica (10.5%), l’identità di genere (9%), la disabilità (5%) e la religione (4%)».
Le conseguenze, sottolinea l'Osservatorio Indifesa, sono: la perdita di autostima, sicurezza e fiducia negli altri (75% dei giovani).
Inoltre, «il 47% afferma di soffrire di ansia sociale e attacchi di panico come prodotto di queste violenze tra pari e che il 45% segnali isolamento e allontanamento dai coetanei. Gli altri effetti negativi sono: difficoltà di concentrazione e basso rendimento scolastico (28%), depressione (28%), paura e rifiuto della scuola (24%), disturbi alimentari (24%), autolesionismo (20%)» .

Dalla cultura dell’Io a quella del Noi
Ci troviamo ad affrontare una vera e propria sfida. Una battaglia che dobbiamo vincere, per aiutare le nuove generazioni a raggiungere la piena consapevolezza civica.
Cosa possiamo fare? Servono, per arginare queste derive e questa violenza, nuovi processi educativi, affinché i nostri ragazzi comprendano come vivere nella società e nella vita reale. Bisogna lavorare tantissimo sui genitori e realizzare delle scuole per formarli e allo stesso tempo serve costruire per i ragazzi un percorso di educazione ai sentimenti e al rispetto per gli altri, supportandoli nei loro dubbi e nelle loro paure.
Poniamo attenzione alle parole dense di significato di Papa Francesco: «Abbiamo bisogno di passare dalla cultura dell’'io' alla cultura del “noi”» e di mettere «la persona al centro».
Uomini, donne e bambini non sono numeri e la vita di tutti ha un valore inestimabile. I giovani devono rendersi conto di quanto sia preziosa la vita. Tutti siamo membri della stessa famiglia umana e occorre puntare alla tolleranza e alla cura dell'altro.

Dalle profondità alle grandi altezze. E viceversa.

 

Sono passati 7 giorni da quella domenica così speciale per Trieste, una settimana speciale. Nella quale tra spostamenti di location e conferme sono giunti in visita il presidente Sergio Mattarella e Papa Francesco rispettivamente per aprire e per chiudere la 50a Settimana Sociale dei Cattolici in Italia con, ad accoglierli, oltre 1000 delegati delle diocesi italiane e i volontari triestini.

Il ritratto ideale del giornalista (dopo le giornate di Trieste)

Attraversando senza troppa decisione i saloni che a Trieste hanno radunato oltre mille delegate e delegati di diocesi, movimenti e associazioni per la cinquantesima ‘Settimana sociale’ dei cattolici in Italia, un ascoltatore attento avrebbe potuto cogliere una parola risuonare come un mantra nei tavoli di confronto che hanno lavorato per tre giorni sui temi della democrazia e della partecipazione: “formazione”.