Rivista DESK online

Direttore: Vania De Luca   -    Redazione: Via in Lucina 16/a - 00186 Roma - 06/45508876 - desk@ucsi.it

Sul prossimo numero di DESK 1 2018

 

Raccontare la giustizia, di Vania De Luca

giornalisti«La sapienza dei saggi ha definito la giustizia come la volontà di riconoscere a ciascuno ciò che gli è dovuto, mentre gli antichi profeti l’hanno considerata come il fondamento della pace vera e duratura». Queste parole pronunciate da papa Francesco davanti alle autorità civili del Myanmar, il 28 novembre scorso, in un contesto molto diverso dal nostro, offrono uno spunto calzante anche per noi, per gli scopi che ci siamo prefissi per questo primo numero di Desk del 2018 su Raccontare la Giustizia, che segue i numeri dedicati al racconto giornalistico dei temi Lavoro e Migrazioni e precede quello che vorremmo dedicare al Raccontare la Città, da diverse angolature.

 

Riparare le relazioni rotte, di p. Francesco Occhetta

L’esperienza di essere toccati dalla giustizia, dai suoi limiti, dai costi e dal dolore che essa provoca, cambia anche l’approccio al racconto. Cambiano le parole, il tono di voce, la scelta delle immagini. Tutto questo, però, non basta.Il ruolo pubblico del giornalismo è chiamato a una riflessione culturale ancora più alta: in quale modo è possibile garantire la certezza della pena insieme alla certezza della rieducazione?

 

La dignità nella giustizia, intervista a Giovanni Maria Flick, presidente emerito della corte costituzionale, di Roberta Leone

giornalisti«Fondamento della dignità, anche nel mondo globalizzato, è il rispetto reciproco, quell’equilibrio tra i princìpi di eguaglianza e di diversità cui la Costituzione si riferisce quando parla di “pari dignità sociale” dei cittadini, ricordando che è compito della Repubblica – cioè di tutti noi – rimuovere gli ostacoli di fatto che limitano l’eguaglianza e impediscono il pieno sviluppo della personalità e la effettiva partecipazione alla organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

 

Magistratura e informazione. Un equilibrio difficile di Biagio Politano

La crescente importanza assunta nell’attuale contesto culturale e sociale dall’informazione che riguarda l’esercizio della giurisdizione, e di quella penale in particolare, merita valutazione attenta. Il tema però deve esser circoscritto, così come l’uso delle parole: appare doveroso escludere ogni rilievo al concetto di “Giustizia” (con lettera maiuscola), che ha ben altro spessore e ben altri limiti.

 

La medicina dell’informazione, intervista a Carlo Verna, presidente dell’ordine nazionale dei giornalisti, di Vania De Luca

I giudici esistono da sempre. A voler riconoscere al massimo l’anzianità del giornalismo, invece, si parte dal XVI secolo, ma questo non ne diminuisce il peso rispetto all’altro potere di controllo, che talvolta soffre la presenza dell’informazione. I giornalisti sono soggetti come tutti i cittadini alla legge, ma anche la magistratura deve accettare in base all’articolo 21 della Costituzione le critiche dell’informazione. Troppe querele di giudici e pubblici ministeri verso i giornalisti e alcuni colleghi segnalano anche entità di risarcimenti eccessivi.

 

La giustizia nel racconto dei giornalisti, di Marica Spalletta

giornalismo onlineDAL PUNTO DI VISTA DEI PROFESSIONISTI DELL’INFORMAZIONE - Nel corso dell’ultimo decennio, complice quel processo di ibridazione che ha investito i fenomeni giornalistici nel loro complesso, il racconto giornalistico è profondamente mutato, e questa trasformazione ha riguardato tutto il processo di selezione, gerarchizzazione e interpretazione delle notizie, mettendo in discussione la tradizionale distinzione delle notizie in generi –, per non dire delle modalità di fruizione – , per cui si assiste oggi a un consumo di notizie sempre più occasionale, nel senso che è cresciuta a dismisura la possibilità di imbattersi in determinate tipologie di argomenti anche all’interno di contesti non necessariamente giornalistici.

 

La cronaca giudiziaria tra mercato e politica. Il caso Ilaria Capua, di Lorenzo Ugolini

RICERCA REALIZZAATA PER DESK - Nel momento in cui ci si approccia all’analisi delle principali peculiarità e criticità del giornalismo che si occupa di cronaca giudiziaria e, per esteso, di giustizia, è quasi inevitabile che venga in mente un modo di dire frequentemente associato alle critiche al mondo dell’informazione: “Sbatti il mostro in prima pagina”. Quest’espressione, mutuata da un film di Marco Bellocchio del 1972 incentrato sugli effetti deleteri di un rapporto troppo stretto tra forze politiche, forze dell’ordine e giornalisti, mette in evidenza un punto centrale e ricorrente che si rimprovera ai giornalisti: quello di privilegiare uno scoop a tutto, finanche alla verità.

 

Vite oltre le sbarre, di Daniela De Robert

carceriSono i luoghi più bui, quelli meno visibili, meno raggiungibili e meno conosciuti che hanno bisogno di essere raccontati. Sono quelli fuori dal cono d’ombra dell’informazione, oscurati e silenziati. Quelli che papa Francesco ha definito le “periferie”. Anche l’informazione ha le sue “periferie”. Non solo quelle geografiche, di alcune aree del mondo che faticano a trovare spazio nei nostri media, anche quando la notizia c’è, come nel caso delle tante guerre “dimenticate”. Nelle periferie dell’informazione ci sono certamente i luoghi di privazione della libertà: le carceri, gli istituti penali per minori, i CPR (gli ex CiE), gli hotspot, ma anche i trattamenti sanitari obbligatori, le comunità che accolgono adulti e minori in esecuzione penale.

 

La cognizione del dolore e il perdono responsabile nel “legno storto” della giustizia, di Donatella Trotta

Quali sono i confini tra vittima e carnefice? E quelli tra desiderio di giustizia e sentimento di vendetta o rivalsa? La violenza più atroce (che può strapparti senza un perché un genitore, un figlio, un coniuge) e l’odio sono davvero ineluttabili? o possono essere sanati educando al bene attraverso il male? Attraverso Don Tonino Palmese si indaga l'esperienze delle vittime.

 

Legalizzazione della vendetta o riparazione e riconciliazione?, di Giuliana Martirani

È possibile una risposta a reati e violazioni dei Diritti Umani che non sia legalizzazione della vendetta e che sostituisca il focus sul fatto passato con la visione del ben-essere delle persone future e delle comunità future?

Così come «il rimedio all’imprevedibilità della sorte e alla caotica incertezza del futuro è la facoltà di fare e mantenere promesse» (Hannah Arendt), contro l’irrimediabilità delle offese e il peso del passato l’unico antidoto può essere la riconciliazione attraverso il perdono e la giustizia riparativa.

 

guerreGuerre e genocidi: i tribunali speciali, di Giuseppe Caffulli

Sul versante dell’informazione, servono sforzi per evitare che l’orologio della storia faccia dei passi indietro. Se è vero che tutto è perfettibile e che alcuni nodi circa una reale e onesta terzietà vanno sciolti, è pur vero che, dopo Norimberga (e dopo il Tribunale speciale sulla ex-Jugoslavia) occorre coltivare la consapevolezza che gli autori di crimini di guerra, contro l’umanità e genocidio – ovunque siano – non godono dell’immunità e tanto meno dell’impunità. In questa necessaria crescita di conoscenza, consapevolezza e fiducia nella giustizia, giornalisti e operatori della comunicazione possono giocare un ruolo di non poco conto.

 

Rosario Livatino. Uomo giusto, giudice fedele, di Marilisa Della Monica

Di lui sappiamo poco. E, quel poco, proviene dai pochi che lo conobbero nel corso della sua vita. Pochissime le amicizie che si protrassero negli anni, ed anche ai genitori, come del resto accade nella maggior parte delle famiglie, la vita di quel ragazzo, con tutte le sue fragilità, debolezze e complessità, si palesò dopo la sua morte. Nella solitudine quotidiana, nella incomprensione che generavano molti dei suoi comportamenti, nell’imperscrutabilità del suo essere uomo e uomo riservato e discreto, credente e consapevole del ruolo gravoso di amministrare la giustizia.

 

La mediazione: un altro modo di risolvere i conflitti, di Paola Moreschini

L’attenzione della società e dei mezzi di comunicazione è rivolta soprattutto ai fatti che rivestono rilievo penale, perché fanno più notizia e suscitano maggiore interesse e curiosità nei destinatari dei messaggi. Tuttavia è il settore della giustizia civile quello in cui si manifesta una maggiore e più diffusa conflittualità. Un tipo di conflittualità che spesso, però, resta sommersa perché non viene portata davanti ad alcun giudice o a qualsiasi altro soggetto che può aiutare a trovare soluzioni.

 

L’usura. Quello che non si dice, di Michela Di Trani

usuraL’usura è alla periferia del mondo mass mediale. La comunicazione è spesso assente o superficiale e imprecisa. La maggior parte delle testate giornalistiche non tratta il tema in tutta la sua complessità: l’attenzione si limita per lo più allo sbattere in prima pagina i casi di arresti di bande di usurai. Ma l’usura non è solo cronaca giudiziaria, è economia, politica economica, ha che fare con la dignità e il benessere della persona, e quindi con la stabilità economica e sociale del Paese. L’indebitamento patologico delle famiglie italiane frena la ripresa economica. argomenti che non emergono dai racconti giornalistici.

 

FullSizeRender1Interessa ancora la verità?, di Guido Mocellin

Nel messaggio per la 52a Giornata Mondiale delle comunicazioni sociali “La verità vi farà liberi (Gv 8,32). Fake news e giornalismo di pace” la raccomandazione a «riconoscere il male che si insinua in una comunicazione che non crea comunione», a «togliere il veleno dai nostri giudizi» e a «parlare degli altri come di fratelli e sorelle» è ribadita nella chiusura del Messaggio per la giornata delle comunicazioni sociali del 2018, all’interno del suo aspetto di maggior novità: il fatto che Francesco offra, a sostegno delle sue attese verso i giornalisti e l’intero sistema dei media posto a confronto con le fake news, una preghiera, di ispirazione francescana, «alla Verità in persona».

 

Per un giornalismo di pace, di Paola Springhetti

Nella parte finale del messaggio per la 52a Giornata Mondiale delle comunicazioni sociali “La verità vi farà liberi (Gv 8,32). Fake news e giornalismo di pace”, papa Francesco invita a promuovere il giornalismo di pace, specificando che con questa espressione non intende «un giornalismo “buonista”, che neghi l’esistenza di problemi gravi e assuma toni sdolcinati», ma, al contrario, vuole indicare «un giornalismo senza infingimenti, ostile alle falsità, a slogan ad effetto e a dichiarazioni roboanti; un giornalismo fatto da persone per le persone, e che si comprende come servizio a tutte le persone, specialmente a quelle – sono al mondo la maggioranza – che non hanno voce; un giornalismo che non bruci le notizie, ma che si impegni nella ricerca delle cause reali dei conflitti, per favorirne la comprensione dalle radici e il superamento attraverso l’avviamento di processi virtuosi; un giornalismo impegnato a indicare soluzioni alternative alle escalation del clamore e della violenza verbale».

 

Bambini e mass media: il forum di Bari, di Maria Luisa Sgobba

forum bambini e massmediaIl Forum bambini e mass media non vuol scrivere nuove regole, non vuol scrivere nuovi codici di comportamento da adottare, ce ne sono già tanti, ma misurarsi sulla prassi quotidiana, sulle scelte che si compiono. Troppo spesso accade che percorsi di assoluto rilievo ed esperienze educative che potrebbero tracciare preziose linee guida restino sconosciuti, chiusi nei confini del fertile orto in cui sono nati. invece c’è bisogno di scambiare quelle esperienze, di rivitalizzarle, perché generino efficaci rimandi in altre, differenti realtà. in sintesi, c’è bisogno oggi più che mai di fare rete. il confronto tra le parti in gioco rende tutti più consapevoli dell’importanza del ruolo svolto e della necessità di dar valore all’esperienza dell’altro.

Sul prossimo numero di DESK 3/4 2017

Raccontare le migrazioni

di Vania De Luca

sconfinamentiQuesto numero di Desk, dedicato al tema delle migrazioni, arriva dopo quello sul lavoro. Tra i due c’è una relazione, una sorta di continuità, sia perché entrambi sono nati in collaborazione con la Rai, alla quale anche in questo numero dedichiamo un nostro dossier, sia perché il criterio che abbiamo seguito nel pensare e articolare i rispettivi indici risponde a un analogo, duplice obiettivo: da un lato fornire un’analisi critica del modo con cui la stampa, la radio, la televisione e il web si occupano dei grandi processi sociali del nostro tempo, dall’altro offrire ai colleghi giornalisti delle griglie di interpretazione di fenomeni complessi nei quali tutti siamo, a diverso titolo, coinvolti, giornalisti compresi.

 

In mezzo a ciò che accade. Raccontare le migrazioni come Servizio pubblico

Vania De Luca intervista la presidente Rai Monica Maggioni

Refugees JournalistsCosa è stato il Servizio pubblico nell’immediato dopoguerra, quando la Rai fu il luogo di costruzione di una possibile identità collettiva? Stiamo vivendo un’epoca che mette in discussione i grandi paradigmi dell’esistere, non solo, e non tanto, sul piano individuale quanto sul piano relazionale e dell’essere collettività. In questo contesto va affrontato il tema delle migrazioni. Il Servizio pubblico deve stare lì in mezzo, raccontando da cronisti quello che accade ma cercando anche di capirne il senso profondo: dove si può intervenire, quali strumenti di comprensione del fenomeno si possono fornire; chiedendosi come, dove e a chi, sentendosi parte di un percorso. La Rai può aiutare i cittadini a non sentirsi aggrediti. Ogni volta che si parla di immigrazione il rischio di vedersi bollati di buonismo dagli urlatori professionali è alto. Il tema però non è essere buoni o cattivi, ma essere o meno nella realtà. Questo è il mondo che ci è dato di vivere, e questi codici di realtà dobbiamo capire e dobbiamo saper gestire. Questo è il ruolo del Servizio pubblico.

 

Il prossimo. L’orizzonte del volto e delle comunità per l’integrazione

di Francesco Occhetta

Stuppini2Il tema dell’immigrazione fa riemergere nella cultura la domanda delle domande: «Chi è il mio prossimo?». È questa la stella polare dell’Occidente, che ha scelto di difendere e proteggere la dignità delle persone. Occorre farlo perché gradualmente stanno affiorando sentimenti di intolleranza profonda che, come piccole fiammelle, potrebbero devastare interi boschi. La conoscenza e la relazione si incontrano attraversando le regioni culturali, geografiche, sociali, intellettuali in cui si percepisce di riconoscersi nell’altro. Insomma, le differenze che creano paura e sconcerto sono anche il luogo della ricchezza: «La non identità è il modo in cui si elabora la comunione» tra diversi, che potrebbero essere anche in conflitto quando occorre, invece, integrarsi. Tutto questo parte da un incontro, dal bisogno di riconoscere il prossimo e di farsi riconoscere come prossimo. Sia a livello personale sia a livello politico.

 

Tutti i colori del mondo

Luigi Bartone incontra il fotografo Mohamed Keita

FOTO1Quanto pesa un dettaglio in una scena, che valore ha un uomo nel mondo. Ci sono domande, cifrate negli scatti di Mohamed Keita, che inchiodano a un’attribuzione di senso come all’esperienza di un principio di solidarietà.

Un uomo attraversa la strada e il suo volto non lo vedi, fatalmente coperto dal tabellone orario dei bus. Di un altro vedi i piedi in primo piano, il contesto è tutto da immaginare. Sia che prenda un dettaglio e lo ipersignifichi o che viceversa lo nasconda fin quasi al silenzio, Keita chiede a un altro sguardo di costruire con lui.

 

La Santa Sede davanti ai flussi migratori

Vittorio Alberti intervista padre Fabio Baggio

flussi migratori 1L’epoca in cui viviamo è caratterizzata da una mobilità umana senza precedenti: si stima la presenza di 232 milioni di migranti internazionali e di 740 milioni di migranti interni nel mondo. Le principali destinazioni sono gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita, la Germania, la Federazione Russa, gli Emirati Arabi Uniti, il Regno Unito, la Francia, il Canada, la Spagna e l’Australia. Tra i corridoi migratori nel mondo primeggia sicuramente quello Messico-Stati Uniti, rappresentato da un flusso di 13 milioni di migranti (2013). Il secondo è quello Russia-Ucraina, seguito da Bangladesh-India e da Ucraina-Russia. Inoltre, la migrazione Sud-Sud è più ingente di quella Sud-Nord, esse rappresentano infatti rispettivamente il 38% e il 34% del totale. La geografia dei flussi migratori sta cambiando, in linea con i cambiamenti nell’economia mondiale.

 

Immigrati: i volti, le cifre, i modelli di integrazione        

di Luca Alteri, Paolo De Nardis

mappa flussi migratoriGli stranieri residenti ufficialmente in Italia sono aumentati di 12mila unità, ma gli italiani che si sono trasferiti all’estero hanno conosciuto un incremento di oltre 200mila soggetti, tanto che, se l’Italia incide oggi per il 4% sul totale delle migrazioni mondiali (oltre dieci milioni di “movimenti”), di questa percentuale la metà è costituita dai flussi “in uscita” – cioè dagli italiani trasferitisi all’estero – e cinque milioni circa dagli stranieri residenti sul territorio nazionale. Chi sono questi individui? Quali sono i loro obiettivi, giunti da noi?

 

Lo sguardo della Rai

di Rosa Maria Serrao

migrazioni storicheÈ possibile un’altra informazione oltre certa cronaca sull’immigrazione? è la domanda che abbiamo posto ad alcuni colleghi del Servizio pubblico che per diverse testate giornalistiche seguono gli eventi migratori e che per storia professionale e umana hanno incarnato l’essenza del giornalismo di qualità, che è oggi quel giornalismo consapevole della complessità dei fatti, delle interconnessioni sempre più fitte, che si pone alla ricerca della verità e delle possibili connessioni tra quanto accade, che ha trovato nella ricerca, nell’analisi e nel “racconto” gli strumenti per comprendere le dinamiche del fenomeno migratorio.

 

La Rai e l’immigrazione: un palinsesto civile per raccontare la complessità

di Giovanni Parapini

immigrati sbarchi 675L’immigrazione è oggi una delle sfide tra le più importanti. La Rai vi dedica un vero e proprio “palinsesto civile” fatto di informazione, approfondimento, film, documentari e iniziative in grado di dare voce e visibilità a tutti gli aspetti di questo fenomeno. Le incognite e le “good news” dell’integrazione, l’universo della solidarietà, l’apporto allo sviluppo, le criticità della convivenza. E, soprattutto, il dramma e le speranze di chi lascia la propria terra in cerca di salvezza o di fortuna, sfidando il mare, i confini, le persecuzioni, i trafficanti.

 

Gli occhi dei bambini negli occhi del cronista    

di Angela Caponnetto

gr bambini migranti 1216Il racconto onesto del cronista che si occupa di questi temi è fondamentale in questo mondo che sta cambiando velocemente. Ma solo se il reporter ci metterà i piedi, le mani, la testa e il cuore la narrazione uscirà dalla retorica e dal distacco, che non possono creare empatia in chi legge o ascolta. Ovviamente questo, per chi fa il nostro mestiere, ha un prezzo: perché chi ha deciso di raccontarlo riflettendosi in quegli occhi, una volta intrapreso il percorso non potrà più tornare indietro.

 

Nei panni degli altri            

di Matteo Spicuglia

migranti e bambini 011In un mondo complesso, un giornalista ha un unico compito: deve semplicemente rientrare in se stesso, cercare una notizia, comunicarla al mondo, senza aggiungere altro. Un giornalista così non ha doppi fini, non conosce le doppie misure, è schietto. Accetta di non essere onnisciente, di avere bisogno dei consigli e dell’aiuto degli altri. Non parla difficile, perché sa che nuvole alte non hanno mai fatto pioggia. Non fa differenze, perché capi di Stato e piccoli sono la stessa cosa, deve avere un’onestà intellettuale assoluta, provare a far tacere pregiudizi e retropensieri, rifiutare di ingabbiare la realtà nei filtri della sua cultura.

Un giornalista così sa di avere tra le mani mezzi potenti e fragili insieme, una credibilità da rinnovare ogni giorno con impegno, con il sacrificio. Accetta la complessità della realtà, ma è disposto a non dormire di notte per renderla più accessibile. Al tempo stesso, sa che c’è un limite alla semplificazione, che le sfumature esistono e riguardano soprattutto l’animo umano.

 

Sulle rotte dei migranti

intervista a Ilario Piagnerelli

60350227 asylum seekers COMMENT xlarge trans NvBQzQNjv4BqpVlberWd9EgFPZtcLiMQf0Rf Wk3V23H2268P XkPxcLa polemica del momento riguarda la parola “migranti”: ci accusano di averla sostituita al vecchio “immigrati”. Secondo un certo complottismo, contribuiremmo con le scelte lessicali ad avallare l’“invasione”. In realtà si è iniziato a dire “migranti” quando è stato chiaro che la maggior parte di loro usava l’Italia come mero Paese di transito verso il nord Europa. Per alcuni partiti questa crisi è stata la manna dal cielo: episodi di criminalità e degrado non mancano mai, com’è normale. Basta raccontare solo quelli e cavalcarli, risvegliando l’atavica paura del diverso. Il nostro dovere è ricordare che stiamo parlando di persone, nomi, volti, singole storie. Come singolo e personale è l’esame delle richieste d’asilo cui i migranti si sottopongono all’arrivo.

 

Il racconto dell’esodo         

Rosa Maria Serrao intervista Amedeo Ricucci

migrantiserbiaIl meccanismo dell’informazione ha delle storture che sono sempre più preoccupanti soprattutto nell’era digitale. Un’era in cui le notizie non arrivano più dalla macchina dell’informazione ma dai social, o direttamente dai citizen journalist, dai cittadini. Al sistema informativo viene richiesto di più. Il sistema informativo, se vuole sopravvivere e superare anche la crisi che attanaglia l’editoria, in Europa come negli altri continenti, deve poter dare di più. Questo “di più” non può che essere la capacità di contestualizzare le notizie, di approfondirle, di fornire racconti.

 

Il piccolo miracolo de I Migrati      

di Angelo Figorilli

i migratiRaccontare la complessità di un fenomeno che coinvolge milioni di persone, di storie, di destini, di vite, raccontarlo tenendo assieme la razionalità dei numeri e le emozioni che provoca non è facile, registrare i sentimenti che suscita, delinearne il contesto senza cedere alla facile tentazione di drammatizzare, di soffiare sul fuoco della paura per il diverso e lo straniero, ancora di più.

 

 

 

 

Aiutiamoci a casa nostra. Il caso Calabria            

di Loredana Cornero

Riace convivenza 740x493Oggi, quando si parla di sbarchi e di migranti si parla del nostro Mediterraneo, del nostro sud, della Sicilia, di Lampedusa, di Pozzallo, ma anche degli approdi calabresi come Crotone o Reggio Calabria. Sulle coste della Calabria, dal 2011 alla fine del 2016 ci sono stati 707 sbarchi e 31.450 sono state le persone che hanno raggiunto gli approdi. E mentre in Italia negli ultimi cinque anni i migranti sono aumentati del 189,4%, in Calabria sono cresciuti del 1.517,8%. Si tratta di una crescita particolarmente elevata, che rivela le grandi difficoltà che il sistema di accoglienza della regione ha dovuto affrontare. Il caso più esemplare è quello del comune di Riace, in provincia di Reggio Calabria, che ha saputo far fronte ai problemi di spopolamento della popolazione locale rivitalizzando il centro storico e trasformandolo in una meta turistica.

 

Papa Francesco, i migranti e la comunicazione

di Enzo Romeo

papaMIGRANTIPapa Francesco ci ha riportato all’essenzialità del messaggio evangelico. Su questa base il Pontefice argentino invita ad analizzare i fenomeni che segnano il nostro tempo, compreso quello delle migrazioni. Il capitolo 25 di Matteo è chiarissimo: «Ero forestiero e mi avete ospitato… ».

 

Portarsi dentro l’altro, portarsi l’altro dentro. Le migrazioni alla luce del Vangelo  

Roberta Leone intervista don Massimo Naro

Dalai Lama TaorminaTra il 16 e il 18 settembre scorsi, anche il Dalai Lama, in visita a Messina e a Palermo, ha affermato che la Sicilia e i siciliani sono la terra e il popolo dell’accoglienza. La Sicilia è stata davvero un crogiuolo di civiltà e di popolazioni differenti, che spesso si sono scontrate per assicurarsene il controllo, peraltro strategico, data la posizione dell’Isola al centro del Mediterraneo. Ciò che ne è sortito, nel corso dei secoli, è una specie di meticciato, non solo etnico ma anche psicologico: quasi un habitus mentale che induce i siciliani a riconoscersi, più o meno consapevolmente, in coloro che ancora oggi cercano un approdo sicuro proprio sulla loro terra.

 

Dall’Africa a Castelvolturno           

di Valerio Petrarca

castelvolturnoNelle società “ospitanti” si ha una sola parola, “migrazione”, abbinata a qualche altra sotto-classificazione (“migrazione economica”, “migrazione politica”), per nominare un processo la cui complessità e varietà è impossibile da esagerare. Non casualmente prevalgono, anche negli studi sui migranti, due generi estremi di discorsi: le storie di vita, dove emerge la persona per nome e per cognome nell’irripetibilità e nell’irriducibilità di ogni singola esistenza individuale, e le statistiche, che forniscono numeri e tendenze necessariamente insensibili alle infinite esperienze vissute, di cui il processo si nutre.

 

«I get you». Buone pratiche per il contrasto del razzismo e della xenofobia 

di Chiara Peri

hqdefault«I Get You» significa in inglese “ti capisco, so come ti senti”: è questo il titolo di una campagna promossa dall’ufficio europeo del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati (JRS) in nove Paesi europei per raccontare un’Europa accogliente, aperta, positiva e molto distante da quella che viene comunicata in politica. I Get You raccoglie e analizza esperienze innovative che vedono cittadini e migranti impegnati insieme in iniziative di accoglienza, socializzazione e valorizzazione della diversità.

 

Per una cultura dell’incontro        

Alberto Lazzarini intervista mons. Gian Carlo Perego

62 10 0111La migrazione, ci insegna la storia migratoria dei popoli, è difficile in un primo momento governarla da fuori, ma la si governa da dentro un Paese. In questi quattro anni, dal 2014 abbiamo visto passare in Italia 600.000 persone. La maggior parte di queste, oltre 400.000, sono sbarcate in Italia e subito hanno continuato il cammino verso i Paesi europei e meno di 200.000 sono oggi in Italia. Il numero è addirittura meno della metà di coloro che arrivavano irregolarmente nel nostro Paese negli anni ’90 e che fino alla sanatoria – di destra e di sinistra – rimanevano irregolari. Il problema vero oggi, come ieri, è fare in modo che da subito i migranti possano regolarmente inserirsi nel contesto di vita del Paese. Ieri questo significava fare incontrare domanda e offerta di lavoro, vincere i caporalati e gli sfruttatori.

 

La scuola per l’inte(g)razione       

di Vinicio Ongini

scuolaLa parola “intercultura” viene usata sempre più spesso: nei documenti ministeriali, nei libri di pedagogia, nei progetti educativi delle scuole, delle associazioni, delle organizzazioni non governative e, da alcuni anni, anche in alcuni programmi di formazione aziendale, nella comunicazione di agenzie turistiche. Come tutte le parole molto diffuse rischia di diventare scontata, oppure banale o logora. Con quel prefisso, “inter”, diventato a volte tic linguistico, passepartout per tutte le situazioni: interfaccia, interscambio, interdipendente, interazione, internazionale, Inter squadra di calcio.

 

Bambini della nostalgia, bambini invisibili         

di Donatella Trotta

bambini migranti2I bambini venuti d’altrove in Italia sono una sfida. Anche comunicativa. In senso lato. In un Paese come il nostro, storicamente segnato da un destino di massiccia emigrazione - interna e verso l’estero - le loro storie di immigrazione sono infatti un fenomeno relativamente nuovo. Ma ineludibile, se si considera solo il fatto che da nord a sud vive circa un milione di bambine e bambini provenienti da 180 Paesi del mondo: in media, il 10,6% dei minorenni residenti, come ci ricorda con dovizia di dati anche l’ultimo Atlante dell’infanzia a rischio 2016. Bambini e supereroi.

 

IL LIBRO. Passaggi migranti           

di Benedetta Grendene

passaggi“Passaggi migranti” offre una narrazione alternativa in risposta a quanti nell’opinione pubblica alimentano il terrore di essere invasi da un fenomeno come l’immigrazione che, secondo Mons. Bruno Forte, «è un dono perché porta nuova linfa nella vita del nostro Paese, della nostra cultura e della nostra capacità di forza lavoro». È certamente una sfida leggere la realtà delle migrazioni come fatto sociale e autentica «boccata d’ossigeno» per la nostra economia in declino.

 

 

 

 

Persecuzione e migrazione dei cristiani in Medio Oriente: quale informazione       

di Giuseppe Caffulli

6015038742 3b8e42947a o 640x360Fino a qualche anno fa, la situazione dei cristiani in Medio Oriente era avvolta da un pesante cono d’ombra, quando non dal silenzio. Viene spontaneo chiedersene la ragione.

Chi si occupa da anni di documentare e denunciare violenze, intimidazioni, uccisioni, violazioni sistematiche dei diritti umani perpetrate contro i cristiani nei Paesi dove sono minoranza, conosce bene quanto sia difficile raggiungere un pubblico più ampio dei ristretti gruppi interessati a questi temi.

 

La chiesa in frontiera         

Marilisa Della Monica intervista don Domenico Zambito

chiesa«Dopo i tempi in cui sui media imperavano termini come invasione ed emergenza, ora la comunicazione si articola con espressioni meno generiche e non più fraudolente e fuorvianti. Ma il discorso pubblico emotivo e umorale, di pancia dice qualcuno, è emigrato sui social. In rete ormai predomina il rifiuto preconcetto, così, a prescindere, tanto per rivitalizzare la vicenda della “colonna infame” (sic)». Don Domenico Zambito, parroco a Lampedusa dal settembre del 2013 all’ottobre del 2016, ha fatto dell’accoglienza la cifra del suo servizio.

 

Migrazioni e multiculturalità. Parole chiave per l’informazione          

di Guido Mocellin

multiculturalismo 1«I migranti non sono un pericolo, sono in pericolo». Pronunciata nel 2016, questa frase è solo una delle tante attraverso le quali papa Francesco, facendo perno sui viaggi a Lampedusa (2013) e a Lesbo (2016), ha dato e continua a dare un contributo decisivo alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica in tema di migrazioni. Se ne fanno forti numerosi vescovi, diventati più sicuri nel prendere a loro volta la parola o nel promuovere iniziative di accoglienza.

 

L’informazione che crea conflitto 

di Paola Springhetti

6015038742 3b8e42947a o 640x360Che fine hanno fatto gli albanesi? Dove sono oggi? Nessuno ne parla più: segno evidente che sono dove sono gli italiani, in mezzo a loro, possiamo azzardare a dire come loro. Eppure, l’allarmismo attorno al tema dell’immigrazione nei decenni non si è fermato, appuntandosi di volta in volta sui polacchi, sui rumeni, ed ora su chi arriva attraversando il Mediterraneo.

 

14° RAPPORTO UCSI-CENSIS. I media e il nuovo immaginario collettivo       

di Antonello Riccelli

censisIl mondo ormai sta nel palmo di una mano, quello schermo piccolo (eppure sempre più grande) è la nostra antenna e il nostro megafono, è il lavoro e il divertimento, l’enciclopedia e il giornale, la radio e la tv, è una finestra sempre aperta su tutto ciò che ci circonda.

La progressiva crescita dei media digitali, che lo stesso smartphone concentra e simboleggia, ha già prodotto un effetto rilevante, quello di determinare un nuovo e inedito “immaginario collettivo” nel quale i fattori chiave sono ribaltati rispetto al passato, se ne affermano di nuovi e si accentua il solco tra le generazioni.

Editoriale 1 2017

Comunicare speranza e fiducia, di Vania De Luca

Il messaggio per la 51esima giornata delle comunicazioni sociali invita a comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo, a incoraggiare tutti quelli che, «sia nell’ambito professionale sia nelle relazioni personali, ogni giorno “macinano” tante informazioni per offrire un pane fragrante e buono a coloro che si alimentano dei frutti della loro comunicazione». Tutti sono esortati a «una comunicazione costruttiva che, nel rifiutare i pregiudizi verso l’altro, favorisca una cultura dell’incontro, grazie alla quale si possa imparare a guardare la realtà con consapevole fiducia». Non è facile, in tempi in cui le “brutte notizie” sono più forti, più rumorose, più evidenti, più numerose, hanno come sempre l'apertura dei giornali e dei Tg. La comunicazione costruttiva diventa, così, di stimolo a fare due cose: innanzitutto a cercare buone notizie, buone pratiche, personaggi, storie ed esperienze positive da divulgare e mettere in circolo; in secondo luogo a cercare un senso, una direzione, un insegnamento, una possibile soluzione che possa venire fuori da quel mare di negatività che chi macina informazione ogni giorno si trova inevitabilmente a dover affrontare.
Non è facile - continua il messaggio - «spezzare il circolo vizioso dell’angoscia e arginare la spirale della paura» in mezzo a una realtà e, di conseguenza, a un mare di notizie, fatti di «guerre, terrorismo, scandali e ogni tipo di fallimento nelle vicende umane». È facile cadere nella spettacolarizzazione del dolore o anestetizzare la coscienza così come, all’opposto, scivolare nella disperazione, ma è anche possibile cercare quella strada alternativa che, senza «concedere al male un ruolo da protagonista», si metta alla ricerca di possibili soluzioni, «ispirando un approccio propositivo e responsabile nelle persone a cui si comunica la notizia».
 
Guardare la realtà con gli occhiali giusti
La realtà da osservare e raccontare è in una relazione molto stretta con lo sguardo di chi guarda, con gli “occhiali” con cui si sceglie di guardare. Scrive il papa che «cambiando le lenti, anche la realtà appare diversa». A volte abbiamo uno sguardo selettivo, che vede alcune cose e non ne vede altre, che pure abbiamo davanti. Altre volte, pur essendo nello stesso luogo vediamo cose diverse, perché diverso è il punto di vista, perché la capacità di leggere la realtà attraverso lo sguardo è conseguenza del proprio orizzonte culturale e valoriale, di un modo di pensare, di sentire, perfino di cercare. Credo sia utile, per dei comunicatori, interrogarsi su ciò che si ha davanti ma contemporaneamente anche sugli occhi con cui si guarda e, di conseguenza, si racconta. Com’è il proprio sguardo? Superficiale, parziale, indifferente, condizionato, interessato, oppure al contrario attento, partecipe, libero, solidale, sensibile alle esigenze dei più deboli piuttosto che alle lusinghe dei poteri?
È una sfida enorme sentire che «ogni nuovo dramma che accade nella storia del mondo diventa anche scenario di una possibile buona notizia, dal momento che l’amore riesce sempre a trovare la strada della prossimità e a suscitare cuori capaci di commuoversi, volti capaci di non abbattersi, mani pronte a costruire».
Guardare la realtà con “l'occhiale della buona notizia”, come il papa invita a fare, non significa usare lenti deformanti, e neppure tenere gli occhi aperti o chiusi a seconda delle circostanze, ma spinge piuttosto a cercare quell'oltre, quel di più, quella profondità che possa accendere (o evitare che si spenga) una lucina di speranza sempre e comunque, che aiuti a guardare avanti anche quando sembra che tutto sia perduto.
 
Il caso dell’informazione nell’emergenza
Le modalità e la qualità della copertura informativa sul terremoto che ha colpito le popolazioni del centro Italia a partire dal 24 agosto 2016, e sulla tragedia dell'hotel Rigopiano, sul Gran Sasso, sommerso e distrutto da migliaia di tonnellate di neve a metà gennaio 2017, offrono più di uno spunto di riflessione.
La macchina dei soccorsi e quella dell’informazione si muovono ormai parallelamente, in maniera integrata, con una maggiore reattività e tempestività rispetto a quanto avveniva in passato. Soccorritori e giornalisti, pur nella specificità e nella differenza dei ruoli e delle funzioni, arrivano spesso insieme nei luoghi dei disastri. Entrambi hanno un occhio allenato a cogliere gli elementi essenziali. I primi per intervenire, i secondi per raccontare. I soccorritori hanno un punto di vista privilegiato. Spesso arrivano per primi in zone consentite solo a loro, e assumono anche il compito di documentare in prima persona e in maniera professionale cosa vedono i loro occhi, con immagini, audio e video, che costituiscono materiale prezioso anche per il racconto dei giornalisti. Le riprese dall’alto dei paesi terremotati e quelle della zona del Rigopiano, mentre i primi soccorritori si facevano strada con gli sci, le abbiamo avute dai Vigili del fuoco, così come gli interni dell’hotel sommerso dalla slavina.
Il racconto in diretta (o comunque in tempi molto rapidi) di quello che avviene mentre avviene, incide sia sullo svolgimento dei fatti sia sulla formazione di un’opinione pubblica che sempre di più si lascia coinvolgere.
 
La forza per affrontare le catastrofi
L'addestramento e la preparazione dei soccorritori, persone eccezionali, avvengono nei tempi di calma per poter dare risultati quando gli eventi, imprevisti, lo richiedono. Le catastrofi sono spesso improvvise, la forza per affrontarle non si improvvisa. Insieme a professionalità, tecnica, addestramento, si è vista anche molta umanità e una grande capacità di lavorare in squadra. Non si lavora in quelle condizioni ininterrottamente per tanto tempo se non si è sorretti da una carica umana e da una forte motivazione. Così è anche il lavoro dei giornalisti “sul campo”. Anche il loro è un lavoro di squadra, e anche la loro professionalità non si improvvisa e non è solo questione di “tecnica”.
Quando i soccorritori sono arrivati al Rigopiano, si sono trovati davanti a un quadro disastroso, in assenza, peraltro, di segni di vita provenienti dall'interno dell'hotel. Ma il modo con cui hanno lavorato, retto dalla speranza di trovare superstiti, è stato una grande lezione, che ha consentito, nell’arco di un paio di giorni, la salvezza di undici persone, anche se purtroppo per altre 29 non c’è stato nulla da fare (l’autopsia avrebbe poi chiarito che erano tutte morte sul colpo o nel giro di qualche ora). Si cerca la vita anche quando le apparenze sono tutte “contro”.
 
Immagini e parole
La documentazione visiva di quanto avviene è parte essenziale del racconto, e il pubblico la cerca sia per un effetto realtà-verità sia per la forza che hanno le immagini, superiore a quella delle parole, anche se alle parole, alla comprensione di ciò che avviene, non bisogna mai rinunciare. L'immagine spesso parla alle emozioni, la parola alla ragione. Il racconto con le immagini in diretta non è privo di rischi. C’è sempre un occhio umano che guida l’occhio artificiale di una telecamera o di una regia, e che deve sapere prontamente quando “staccare” dall’immagine che è meglio non trasmettere.
Tutti hanno voluto vedere e rivedere video e foto del salvataggio della mamma e del bambino, i primi superstiti tirati fuori dall'hotel Rigopiano, così come avevano fatto il giro del mondo le immagini della piccola Giulia, 11 anni, estratta sana e salva dalle macerie di Amatrice molte ore dopo il crollo che l'aveva sepolta. Con loro, con i “salvati”, la gioia e i sorrisi, le pacche sulle spalle, la partecipazione di chi guarda, attraverso i video e la tv, una speranza che si accende. Le immagini, i volti, gli occhi dei protagonisti di queste storie estreme, che sono le storie dei nostri tempi, in cui tutti si possono immedesimare, dicono tante cose che a volte le parole non riescono a dire. E fanno concludere che sono utili le immagini che aiutano a sperare.
Le prime parole di quella mamma messa in salvo sono un esempio di comunicazione “essenziale”: provata, stremata, si è voltata verso la buca da cui era venuta fuori e ha detto solo parole necessarie e utili: “andate da mia figlia, è nella stanza accanto”. Le parole giuste, non una di più, non una di meno. Analogamente, poche parole semplici e densissime sono bastate a suo marito per definire il proprio stato d’animo quando tutta la famiglia si è salvata: «sono un uomo risorto». Lui, che con i suoi cari lì sotto pensava di aver «perso tutto».
 
 
Educare ai diversi strumenti comunicativi
Oggi ci sono strumenti di comunicazione alla portata di tutti. Averne consapevolezza può essere vitale. Per il primo superstite dell'hotel, l'uomo che ha lanciato l'allarme, è stato decisivo il telefonino dotato di WhatsApp. È più che comprensibile che non gli sia venuto in mente di scattare e inviare una foto, mentre aveva moglie e figli sotto una valanga, ma se quell'uomo avesse scattato e inviato una foto di quanto vedeva, probabilmente la macchina dei soccorsi si sarebbe mossa prima. L'amico che ne ha raccolto l'sos, se avesse ricevuto anche una foto da trasmettere a sua volta, non avrebbe dovuto sgolarsi con increduli operatori al telefono, che sulle prime sembravano minimizzare quanto ascoltavano. È dura ma è così. Chi con le immagini lavora, come i fotografi e i giornalisti televisivi, ne conosce il potenziale comunicativo, sa che ci sono cose che si possono anche non dire, perché bastano le immagini. Questa semplice regola, oggi che produrre e trasmettere immagini è a portata di tutti, dovrebbe entrare a far parte della consapevolezza comune. Educare a un uso sobrio e consapevole degli strumenti comunicativi dovrebbe far parte dei programmi di scuola, se anche i cosiddetti “nativi digitali” mancano di una corretta “alfabetizzazione mediatica”, utile sia per fruire in maniera critica dei media online, sia per usare meglio la tecnologia nella vita di ogni giorno.
 
Dentro le notizie
Non è secondaria una riflessione sulla presenza dei giornalisti dentro le notizie, sulla qualità dell'informazione che riescono a esprimere e veicolare. Questa è importante sempre, ma ha delle peculiarità quando si tratta di notizie “catastrofiche”, in cui si fa più evidente la relazione tra professionalità e qualità umana, alla ricerca di un equilibrio possibile tra il distacco e il coinvolgimento, un po' come è per i medici del pronto soccorso, lì in prima linea: coinvolti ma distaccati, una dote dell'umano che si impara sul campo, ed è molto soggettiva.
La presenza dei giornalisti è importante per aiutare a capire cosa accade e perché accade, per ricostruire e denunciare eventuali responsabilità o inadempienze, ma anche per incoraggiare ed evidenziare quello che funziona, e che può essere di esempio.
 
Raccontare il dolore
Il racconto dei giornalisti serve spesso anche per aiutare la collettività a metabolizzare quanto accade, a darvi un senso e una direzione, soprattutto nelle vicende dolorose, in cui ci sono dei sommersi e dei salvati, famiglie divise o che hanno perso tutto, dei “perché” senza risposta, emozioni e sentimenti oltre ai pensieri, traumi difficili da superare.
«Se io racconto il mio dolore, il mio dolore diventa più piccolo», ha detto una giovane ospite della comunità Rondine di Arezzo, dove convivono per un certo periodo di tempo ragazzi provenienti da paesi in conflitto. Nelle loro terre sarebbero potenziali nemici, mentre qui, in un luogo neutrale, riescono a superare contrasti e reciproche diffidenze, dando vita a percorsi di dialogo, di pacificazione e di riconciliazione.
Ci piacerebbe che questo fosse vero anche quando è qualcun altro a raccontare il dolore. Sarebbe bello sentire: «se qualcuno racconta il mio dolore, il mio dolore diventa più piccolo». Non è facile trovare le corde giuste per guardare, ascoltare, capire il dolore degli altri per poi dargli voce, con rispetto e senza banalizzazioni. Non è facile, e nessuno lo insegna, ma anche questo fa parte del bagaglio professionale di un buon giornalista. Scriveva Emilio Rossi ne L’undicesima musa che: «Scopo della comunicazione d’attualità (…) è aiutare a vivere in società, a sentirsi uomo tra gli uomini, cittadino fra i cittadini, consapevoli di essere titolari di diritti e di doveri. È attirare l’attenzione critica su problemi emergenti o comunque meritevoli di interesse. È istituire un controllo sociale (…) denunciare bisogni, soprusi, illegalità, segnalare valori e bellezze o sfregi, diritti e doveri, promuovere programmi, partecipazione, coesione, reciproco rispetto e solidarietà verso i deboli, i “feriti della vita”. Con questi scopi il principio di narratività deve farsi consonante, quanto meno compatibile».
 
Se era una sfida ieri, lo è, a maggior ragione, anche oggi.

Sul prossimo numero di DESK 2 2017

Dedicato a chi vuole approfondire i temi della comunicazione senza fermarsi ai titoli

Libero, creativo, partecipativo e solidale. Il lavoro dei giornalisti e quello da loro raccontato
di Vania De Luca
 
23ac2b1 8eab897È un numero audace, questo nostro Desk sul Raccontare il lavoro, per diversi motivi. Nasce come contributo dell’Ucsi al percorso avviato dalla chiesa in Italia e focalizzato sul tema lavoro, in vista della quarantottesima Settimana sociale dei cattolici a Cagliari, dal 26 al 29 ottobre 2017. Tema che è un’emergenza nazionale, più che un oggetto di analisi o di studi, con la disoccupazione giovanile che supera il 39%,
e che nelle regioni meridionali arriva al 50%, con oltre 20 giovani su 100 che non studiano né lavorano; con un futuro che, in mezzo a cambiamenti profondi, è tutto da inventare, nella consapevolezza che se la sfiducia prende il sopravvento, è un’intera società a risultare perdente.
Ci siamo domandati se questo percorso chieda un nostro contributo specifico e quale questo possa essere, e lo abbiamo individuato in tre direttrici.
 
 
Il principio lavorista. La bussola antropologica del giornalismo
di Francesco Occhetta
nubi montagnaPer raccontare il lavoro, il giornalismo è chiamato a percorrere un viaggio, fatto di parole nuove, professioni diverse, abitudini e stili che stanno cambiando. Certo, va raccontato il viaggio che sta trasformando la professione giornalistica dall’interno, il modello del brodcasting che ha portato allo sharing della comunicazione insieme alle forti disuguaglianze di una professione spesso mal pagata, condizionata da ritmi insostenibili e governata da un Ordine fragile. Ma da raccontare è soprattutto il viaggio che l’intera società italiana sta compiendo per entrare nel nuovo mondo del lavoro, quello della quarta rivoluzione industriale, basata sugli sviluppi dell’intelligenza artificiale e dell’applicazione del digitale nel lavoro. Ogni nuova domanda sociale interpella l’agire giornalistico. Nel tempo delle macchine e dei robot, quale significato assumerà il lavoro per la vita degli uomini? Quali devono essere i (nuovi) diritti e doveri del lavoratore? E ancora: come sconfiggere la disoccupazione e quale formazione garantire ai giovani per prepararli al lavoro del futuro?
 
 
 
Le sfide del lavoro nella società globale
di Leonardo Becchetti
COMPENSOL’osservazione della realtà sociale in cui viviamo richiede sempre un equilibrio tra tre registri: quello della gratitudine, della denuncia e della speranza. Il registro della gratitudine ci suggerisce che viviamo un’epoca straordinaria, nella quale possiamo godere della fatica e dei progressi nelle conoscenze (per definizione non reversibili) di tutte le generazioni che ci hanno preceduto. Nessuna generazione ha mai avuto, grazie alle scoperte del passato in campo medico di cui oggi possiamo godere, la possibilità di vivere così a lungo (l’aspettativa media di vita nel nostro Paese è più di due volte superiore a quella dell’anno dell’unità d’Italia). La tecnologia ci mette inoltre a disposizione possibilità straordinarie, inimmaginabili sino a qualche tempo fa, e la creazione della rete è una rivoluzione così profonda da segnare un confine preciso tra le generazioni che la seguono e quelle che la precedono.
 
 
Homo sapiens e Machina sapiens. Il futuro del lavoro
di Paolo Benanti
media africaniIl mondo del lavoro conosce oggi una nuova frontiera: quella delle interazioni e della coesistenza tra uomini e intelligenze artificiali. Prima di addentrarci ulteriormente nel significato di questa trasformazione dobbiamo considerare un implicito culturale che rischia di sviare la nostra comprensione del tema. Nello sviluppo delle intelligenze artificiali (AI) la divulgazione dei successi ottenuti da queste macchine è sempre stata presentata secondo un modello competitivo rispetto all’uomo.
 
 
Un nuovo modello di welfare per rispondere alle sfide sociali
Rosa Maria Serrao intervista il ministro del Lavoro Giuliano Poletti 
poletti giulianoLa crisi economica e finanziaria, che da anni attanaglia il mondo globalizzato e articola i bisogni della collettività, esige uno sforzo corale nel ripensare strategie di sviluppo e di tutela capaci di andare oltre i modelli conosciuti, per evitare che una parte della società sia lasciata indietro, abbandonata al suo destino. Una nuova concezione di welfare può rispondere fino in fondo alle sfide sociali solo mettendo al centro la persona, nella concretezza delle sue relazioni familiari e sociali, nella sua appartenenza di genere e di generazione. Un welfare è davvero efficace se favorisce un modello di cittadinanza compiuto, teso a promuovere uguaglianza di opportunità, ad incentivare la responsabilità dei soggetti e a investire nella costruzione di una migliore società, superando la logica attenta solo ai vincoli di bilancio. Non è semplice far valere un’etica pubblica condivisa per la promozione della giustizia e dell’inclusione sociale, soprattutto con l’impegno a trasformare le situazioni che generano bisogno e povertà, e sostenere chi mette in gioco le sue potenzialità e i suoi talenti.
 
 
De-ideologizzare il lavoro. Le sfide aperte per i sindacati dei lavoratori
di Marco Bentivogli
SindacatoIn Italia il lavoro rappresenta da sempre un terreno di scontro ideologico, nel quale il merito finisce spesso in secondo piano. Espressioni come “macelleria sociale”, “compromesso al ribasso”, “deportazioni”, “attacco alla democrazia e alla Costituzione” fanno parte di un armamentario retorico da politica a orizzonte quotidiano che ha come unico risultato quello di de-responsabilizzare la classe dirigente, compresa quella sindacale, rispetto alla complessità dei problemi. La conseguenza è la polarizzazione delle posizioni sul nulla, marchio di fabbrica di un Paese che vive perennemente in campagna elettorale. Una politica fondata sull’emotività e non sui valori praticati nei fatti finisce, però, solo per ingrassare l’orda populista, che del resto è abituata a solleticare la pancia del Paese: un gioco, questo, che a lungo andare rischia di mettere in crisi la nostra democrazia.
 
 
Il Lavoro nell'offerta Rai
a cura di Rosa Maria Serrao
rai bluLe problematiche e le politiche del lavoro vanno oggi collocate in uno scenario inedito rispetto al passato, come si è cercato di
documentare in questo numero di Desk, e fanno parte di quelle questioni fondamentali che stanno segnando un cambiamento d’epoca. Il nostro auspicio è che le domande sul lavoro possibile e umano possano incontrare nel Servizio pubblico un luogo non solo di rappresentazione, ma anche di relazione e formazione, di ricerca, di elaborazione, di confronto e scambio, in cui approfondire e cercare soluzioni culturali condivise. Questo, nello spirito di un Servizio pubblico all’altezza della sua storia e della sua migliore tradizione, fondata sulla qualità dell’informazione e dei programmi oltre che sul rapporto di fiducia con i cittadini.
 
 
Comunicare il lavoro. Vent’anni d’informazione per il cittadino
di Costantino Coros
cavallo raiCapire cosa fare per cercare un lavoro, magari quello più adatto alle proprie attitudini e studi. Sapere a chi rivolgersi, centri per l’impiego, agenzie per il lavoro, contattare direttamente le aziende o rispondere agli annunci. Tutte dinamiche in continuo cambiamento, che chiedono di essere comunicate perché i cittadini siano informati con puntualità e chiarezza. In questo campo, esperienze di trasmissioni televisive e radiofoniche, canali web o edizioni in carta stampata, appositamente dedicati, ci sono state ed esistono tuttora.
 
 
Giovani, lavoro, media: la difficile quadratura del cerchio
di Luca Alteri e Paolo De Nardis
testatequotidianiartIn questo lavoro ci siamo concentrati sul rapporto tra i Millennials e il lavoro, certi di come quest’ultimo costituisca ancora la vexata quaestio della società contemporanea, in quanto definisce l’inclusione o l’esclusione di una determinata categoria sociale, fornisce identità e consapevolezza del proprio ruolo, è una palestra di disciplina e di diritti, garantisce autonomia economica rispetto alla famiglia di origine, dovrebbe, infine, assicurare la produzione di ricchezza in favore della nuova famiglia o quantomeno tenere questa al riparo dalla caduta nell’area della povertà. Il lavoro, o meglio il salario, in definitiva è ancora baricentrico nel meccanismo di riproduzione sociale e costituisce un imprescindibile benchmark della condizione giovanile. Lo era ieri, lo è ancora oggi.
 
 
Il lavoro narrato e quello negato. La scommessa dei disoccupati fra testa, mani e cuore
di Donatella Trotta
donneUn nuovo, urgente «patto sociale umano». Che intrecci due dimensioni centrali: la persona e il lavoro. Un patto che nell’attuale sistema capitalistico neoliberista non dimentichi «la natura sociale dell’economia, e dell’impresa» di fronte alle due «sfide epocali» della profezia e dell’innovazione, per il bene comune. Un patto che ricordi l’importanza della dignità femminile (e umana tout court) oltre la dimensione del lavoro. Un patto, ancora, che rammenti anche il senso etimologico della parola “sindacato”: dal greco syn-dike, ovvero “giustizia insieme”. E che riduca le ore di lavoro di chi ha molte stagioni alle spalle, a favore dei giovani: perché è una «società stolta e miope quella che costringe gli anziani a lavorare troppo a lungo e obbliga una intera generazione di giovani a non lavorare, quando dovrebbero farlo per loro e per tutti».
 
 
“Del lavoro delle tue mani”. Il fondamento biblico della dignità del lavoro
Roberta Leone intervista don Luca Mazzinghi
credibilitaDon Luca Mazzinghi, biblista, ordinario di Teologia biblica alla Pontificia Università Gregoriana, è presidente dell’Associazione Biblica Italiana. In questa intervista, l’attualità delle questioni del lavoro e della giustizia sociale nella prospettiva storica e culturale della Bibbia. E la vocazione fondamentale inscritta nel lavoro, tra moderne schiavitù e i nuovi lavori al tempo dell’industria “4.0”.
 
 
Dal dopoguerra ad oggi. Le Acli per il lavoro
di Monica Forni
ACLI LOGOLe ACLI nascono contestualmente alla ricostituzione del sindacalismo democratico nel nostro Paese, al termine della lunga parentesi fascista: poco dopo la decisione dei sindacalisti comunisti, socialisti e cattolici di dare vita ad una confederazione sindacale unitaria – la CGIL-, si sente il bisogno, da parte della Chiesa e della Democrazia Cristiana, di dotare i lavoratori cattolici di un punto di riferimento diverso dal partito, dove trovare quella dimensione formativa e sociale che fino ad allora era mancata.
 
 
Il Terzo settore tra riforma e opinione pubblica
di Paola Springhetti
Manif Pantheon 23 10 12Negli ultimi anni, i media – e con loro una parte dell’opinione pubblica – sono diventati progressivamente più critici nei confronti del mondo del non profit, prendendo di mira di volta in volta una delle tante realtà che lo compongono. C’è stato il tempo delle case famiglia, accusate di togliere i bambini alle famiglie povere per guadagnarci sopra; quello delle cooperative, che dopo “Mafia Capitale” sono diventate tutte corrotte e colluse; quello delle Ong, che dicono di salvare i migranti dalla morte in mare e invece inciuciano con i trafficanti… Anche in questo campo la demagogia la fa da padrona, e il Terzo settore è diventato quello che specula sui poveri, spendendo soldi pubblici che potrebbero essere meglio destinati.
 
 
Alternanza Scuola Lavoro e giornalismo. Un primo bilancio
di Guido Mocellin
alfabetoC’era una volta il giornale scolastico. Alle generazioni più mature viene subito in mente La zanzara: non il programma radiofonico attualmente condotto da Giuseppe Cruciani per Radio 24 ma, appunto, il giornale studentesco del liceo Parini di Milano, dal quale l’altro ha ereditato il nome, protagonista di una delle più clamorose avvisaglie italiane del Sessantotto. Possiamo dire che era – ed è laddove esperienze del genere sono ancora attive, magari online – la forma naturale attraverso la quale quegli studenti della scuola secondaria superiore che nutrivano propensioni e ambizioni giornalistiche iniziavano a misurarsi sul terreno concreto del lavoro di redazione.
 
 
Lavorare con gli altri. Le diverse competenze che integrano il lavoro giornalistico
di Andrea Melodia
internet thNell’era di internet è divenuto evidente che la professione giornalistica deve ricorrere a tecnologie e competenze diversificate. Nelle scuole di giornalismo non si insegna più soltanto l’uso della scrittura tradizionale: il giornalista può essere chiamato, nelle diverse circostanze, a usare la propria voce, a “reggere il video”, a effettuare riprese sonore e visive, a montarle, a trasmetterle, a convertirle nei vari formati, oppure a inserire le notizie, i reportage o le interviste realizzate da sé o da altri in un sito internet, in un blog, in un social network, o in una scaletta di trasmissione, oppure ancora a manipolare grandi quantità di dati per ricavarne informazioni, orientamenti, o magari comportamenti scorretti o criminali… Ma non tutto si può insegnare nelle scuole di giornalismo.
 
 
Ordine dei Giornalisti. La partita si gioca sulla qualità
di Alberto Lazzarini
socialnetwork«La giudico una consiliatura molto positiva, nonostante sia stata estenuante e sofferta in alcuni momenti, oltre che più lunga (di un anno, ndr)». All’indomani dell’ultima seduta del Consiglio nazionale dell'Ordine dei Giornalisti (2013-2017), il presidente Nicola Marini traccia un bilancio dell'attività svolta e individua gli obiettivi salienti del futuro di quella che è “la casa comune” dei giornalisti italiani. Il tutto alla luce - anche - della mini riforma dell'Ordine, recentemente introdotta dal Governo, che ha imposto la drastica riduzione dei componenti del “parlamentino”: da 154 a 60 membri. Con le nuove regole, i 105.000 giornalisti italiani andranno a votare le domeniche 1 ed eventualmente 8 ottobre per il rinnovo del Consiglio nazionale e dei Consigli regionali.
 
 
La Ricerca. Quando la Chiesa social “passa” sulla stampa
di Rita Marchetti, Paolo Mancini, Susanna Pagiotti

twitter stampa

In un’epoca in cui le diete mediali dei cittadini stanno cambiando (Reuters 2017) e le redazioni si interrogano sulle strategie migliori per incrementare gli introiti pubblicitari per il tramite dei social media, Facebook, Twitter e altre piattaforme di social networking sono diventate fonti giornalistiche importanti, alle quali i professionisti della comunicazione attingono per la scrittura dei loro pezzi.
 
 
 
In fretta ma non troppo. I tempi del lavoro giornalistico
di Carlo Verna
ue reteSlow news no news. La velocità è sempre stata frenetica compagna del giornalista. Oggi lo è grandemente di più e sta cambiando con molte insidie il modo di lavorare. Un tempo la partita era solo dal punto di vista della massima tempestività di acquisizione della notizia. Quando, a partire dal XVIII secolo, i direttori dei giornali americani cominciarono a farsi la concorrenza attraverso i fattorini inviati nei porti per recuperare al più presto testi provenienti dalla vecchia Europa, non c’erano ancora la radio e la televisione, il cui avvento ha introdotto il tema delle velocità di pubblicazione ovvero di emissione. Per far prima, mentre stava per arrivare il telegrafo, si ricorse al sistema dei piccioni viaggiatori.
 
 
In Sequocompenso4 300x239ardegna per il lavoro. La 48esima Settimana sociale a Cagliari
di Alessandro Zorco
C’è un filo conduttore che lega la 48ª Settimana sociale dei cattolici in Italia, che si svolgerà a Cagliari dal 26 al 29 ottobre, alla visita di papa Francesco nel capoluogo sardo avvenuta nel settembre di quattro anni fa. Quel filo conduttore è sicuramente il lavoro, merce preziosa in una Sardegna dilaniata da una crisi economica senza precedenti, che investe soprattutto i giovani e li priva della speranza nel futuro. Per questo, per comprendere appieno il significato del grande incontro ecclesiale che il prossimo ottobre scandaglierà a fondo le tematiche del lavoro, bisogna prendere le mosse dalla accorata preghiera spontanea pronunciata dal Pontefice la mattina del 22 settembre 2013, dopo aver riposto i fogli in cui aveva scritto il suo discorso ufficiale.

Forza e debolezza del giornalismo online (1 2017)

Forza e debolezza del giornalismo online, di Elisa Costanzo

Uno studio ancora pionieristico e dal campione contenuto, che però getta luce su una galassia importante tutta da approfondire: il secondo "Rapporto sul giornalismo digitale locale e iperlocale", promosso dal gruppo di lavoro Giornalismi dell'Ordine dei Giornalisti e dall'ANSO, Associazione Nazionale Stampa Online e disponibile all'indirizzo http://www.lsdi.it/2016/rapporto-sul-giornalismo-digitale-locale-iperlocale, ha il merito di voler accendere i riflettori su una realtà poco conosciuta, quale quella delle testate giornalistiche digitali locali.

Sul piatto, il tentativo di fotografare un settore che conta 1300 testate registrate native esclusivamente digitali, non collegate cioè a testate cartacee o emittenti radio tv, e che provano, pur nelle difficoltà economiche, a sostenersi esclusivamente sul lavoro giornalistico. Una realtà viva, dal grande potenziale, gravata da non pochi problemi, che spesso si trova a svolgere funzioni di servizio pubblico pur non essendo sostenuta o adeguatamente riconosciuta dalle istituzioni. Una realtà giovane, visto che il 95% delle testate è stato fondato tra il 2000 e il 2010.

Qualche numero: il 94% delle testate rilevate dal campione dichiara di essere registrato in tribunale e di produrre notizie da fonti dirette, il 76% pubblica articoli sette giorni su sette, il 75% dichiara di effettuare verifiche e controlli dei materiali prodotti, più della metà si occupa di informazione generalista e in oltre il 70% dei casi l'ambito territoriale di riferimento è locale e iperlocale; in particolare, regionale (33%), provinciale (25%) e cittadino (25%). Data l'estrema capillarità geografica, non stupisce il limitato utilizzo delle agenzie di stampa: la notizia viene prodotta direttamente sul campo. E qui si innesca il cortocircuito economico che manda in tilt il sistema: l'86% del campione dichiara un fatturato inferiore ai 100mila euro, ma non va meglio anche per i più forti economicamente: delle 11 aziende, il 14% del campione, che dichiarano un fatturato superiore ai 100mila euro, soltanto 5 riescono a coprire i costi e addirittura una soltanto riesce a fare profitti. Vivere esclusivamente sul giornalismo online resta quindi al momento ancora una chimera. Non a caso, il 53% delle testate non ha dipendenti e solo il 37% ne ha uno. Numerosi i collaboratori, in media 7 per testata.

Numeri interessanti vengono anche dalla forma societaria: oltre la metà del campione dichiara di essersi costituito in associazione oppure come ditta individuale; soltanto il 6% è costituito da cooperative e l'8% da S.p.A.. Il contratto giornalistico nazionale viene applicato soltanto nel 19% del campione, circa la metà è territorio delle partite Iva ma anche ritenute d'acconto e lavoro volontario. Prima fonte di entrate è la pubblicità, che prende la forma del banner nel 95% dei casi, mentre i contributi pubblici si fermano al 6% delle entrate totali.

Pur nella esigua rappresentatività del campione (l'analisi si basa su 79 questionari, il 6% delle 1300 testate totali esistenti), è possibile fare alcune riflessioni a partire dalla ricerca.

Il primo problema comune dichiarato dagli intervistati è la sostenibilità economica: il giornalismo di qualità non sta in piedi esclusivamente con le entrate provenienti dalla pubblicità. Perché le entrate sono limitate (l'online ha prezzi inferiori rispetto a carta, affissioni, tv, ecc) e perché le aziende che offrono pubblicità si mettono spesso in condizione di voler - annoso problema - condizionare le notizie. A questo si aggiunge un problema culturale tuttora irrisolto, che interessa l'utente finale: Internet nasce come rete trasparente e gratuita, accessibile a tutti e democratica per eccellenza, e quindi free, e non a pagamento. Le testate lamentano tutte la mancanza di finanziamenti e di sostegno economico da parte delle istituzioni, la carenza di bandi per l'editoria online soprattutto in ambito locale. Sul territorio le testate svolgono con passione un ruolo di frontiera, un riferimento che crea comunità, e che per la natura del mezzo però non conosce confini: non a caso, testate anche molto circoscritte localmente possono vantare collegamenti e fruitori dall'estero, soprattutto connazionali emigrati, permettendo quindi di mantenere contatti e relazioni con la propria terra d'origine.

In questo senso va sostenuta la proposta dell’Associazione Nazionale Stampa Online di creare un elenco speciale delle testate giornalistiche digitali registrate nei tribunali, mettendo in ordine i dati, facendo sistema e sensibilizzando le istituzioni alla nascita di un osservatorio del comparto digitale. Il fenomeno si presenta infatti molto variegato e poco conosciuto, soprattutto in assenza di dati certificati e riconosciuti sulle testate digitali; dati disponibili, è il caso di dirlo, anche in tempo reale.

Le storie di giornalisti attivi nelle testate, raccolte nella seconda parte del Rapporto, spaziano tra chi dichiara 15mila euro l'anno e ha un seguito di 50-60mila utenti al mese, potendo sfruttare una rete capillare di giornalisti in pensione (alessandriaoggi.it), a chi produce inchieste settimanali di cronaca fiorentina visitate da 4-5mila persone al giorno ma dichiara di essere costituito in associazione e di incassare 5mila euro all'anno (nove.firenze.it, online dal 1997). Il mondo locale dell'online, giovane e vivo, rischia però di perdersi in un mare di volontariato e volontarismo tutto a scapito della qualità dell'informazione e delle potenzialità del mezzo, che permette soprattutto per sua natura di intercettare un pubblico giovane. In questo senso sarebbe auspicabile un maggior coinvolgimento da parte del privato sociale a sostegno della categoria, magari anche attraverso lo strumento del crowfunding, estendibile anche a chi si collega dall'estero. L'informazione di qualità e l'approfondimento paiono non subire crisi a livello di richiesta e di fruizione da parte degli utenti, ma per garantire la tenuta del sistema occorre un maggior impegno da parte delle istituzioni, con bandi e finanziamenti ad hoc, e un coinvolgimento dei privati che non si limiti alle sponsorizzazioni e all'acquisto di spazi pubblicitari. In questo senso, le stesse testate online potrebbero farsi promotrici - in quanto soggetti di servizio pubblico - di progetti di pubblica utilità attorno a contenuti condivisi, per rinsaldare un vincolo tra cittadini e istituzioni in un'ottica di rinnovato bene comune.