Rivista DESK online

Direttore: Vania De Luca   -    Redazione: Via in Lucina 16/a - 00186 Roma - 06/45508876 - desk@ucsi.it

Editoriale 1 2017

Comunicare speranza e fiducia, di Vania De Luca

Il messaggio per la 51esima giornata delle comunicazioni sociali invita a comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo, a incoraggiare tutti quelli che, «sia nell’ambito professionale sia nelle relazioni personali, ogni giorno “macinano” tante informazioni per offrire un pane fragrante e buono a coloro che si alimentano dei frutti della loro comunicazione». Tutti sono esortati a «una comunicazione costruttiva che, nel rifiutare i pregiudizi verso l’altro, favorisca una cultura dell’incontro, grazie alla quale si possa imparare a guardare la realtà con consapevole fiducia». Non è facile, in tempi in cui le “brutte notizie” sono più forti, più rumorose, più evidenti, più numerose, hanno come sempre l'apertura dei giornali e dei Tg. La comunicazione costruttiva diventa, così, di stimolo a fare due cose: innanzitutto a cercare buone notizie, buone pratiche, personaggi, storie ed esperienze positive da divulgare e mettere in circolo; in secondo luogo a cercare un senso, una direzione, un insegnamento, una possibile soluzione che possa venire fuori da quel mare di negatività che chi macina informazione ogni giorno si trova inevitabilmente a dover affrontare.
Non è facile - continua il messaggio - «spezzare il circolo vizioso dell’angoscia e arginare la spirale della paura» in mezzo a una realtà e, di conseguenza, a un mare di notizie, fatti di «guerre, terrorismo, scandali e ogni tipo di fallimento nelle vicende umane». È facile cadere nella spettacolarizzazione del dolore o anestetizzare la coscienza così come, all’opposto, scivolare nella disperazione, ma è anche possibile cercare quella strada alternativa che, senza «concedere al male un ruolo da protagonista», si metta alla ricerca di possibili soluzioni, «ispirando un approccio propositivo e responsabile nelle persone a cui si comunica la notizia».
 
Guardare la realtà con gli occhiali giusti
La realtà da osservare e raccontare è in una relazione molto stretta con lo sguardo di chi guarda, con gli “occhiali” con cui si sceglie di guardare. Scrive il papa che «cambiando le lenti, anche la realtà appare diversa». A volte abbiamo uno sguardo selettivo, che vede alcune cose e non ne vede altre, che pure abbiamo davanti. Altre volte, pur essendo nello stesso luogo vediamo cose diverse, perché diverso è il punto di vista, perché la capacità di leggere la realtà attraverso lo sguardo è conseguenza del proprio orizzonte culturale e valoriale, di un modo di pensare, di sentire, perfino di cercare. Credo sia utile, per dei comunicatori, interrogarsi su ciò che si ha davanti ma contemporaneamente anche sugli occhi con cui si guarda e, di conseguenza, si racconta. Com’è il proprio sguardo? Superficiale, parziale, indifferente, condizionato, interessato, oppure al contrario attento, partecipe, libero, solidale, sensibile alle esigenze dei più deboli piuttosto che alle lusinghe dei poteri?
È una sfida enorme sentire che «ogni nuovo dramma che accade nella storia del mondo diventa anche scenario di una possibile buona notizia, dal momento che l’amore riesce sempre a trovare la strada della prossimità e a suscitare cuori capaci di commuoversi, volti capaci di non abbattersi, mani pronte a costruire».
Guardare la realtà con “l'occhiale della buona notizia”, come il papa invita a fare, non significa usare lenti deformanti, e neppure tenere gli occhi aperti o chiusi a seconda delle circostanze, ma spinge piuttosto a cercare quell'oltre, quel di più, quella profondità che possa accendere (o evitare che si spenga) una lucina di speranza sempre e comunque, che aiuti a guardare avanti anche quando sembra che tutto sia perduto.
 
Il caso dell’informazione nell’emergenza
Le modalità e la qualità della copertura informativa sul terremoto che ha colpito le popolazioni del centro Italia a partire dal 24 agosto 2016, e sulla tragedia dell'hotel Rigopiano, sul Gran Sasso, sommerso e distrutto da migliaia di tonnellate di neve a metà gennaio 2017, offrono più di uno spunto di riflessione.
La macchina dei soccorsi e quella dell’informazione si muovono ormai parallelamente, in maniera integrata, con una maggiore reattività e tempestività rispetto a quanto avveniva in passato. Soccorritori e giornalisti, pur nella specificità e nella differenza dei ruoli e delle funzioni, arrivano spesso insieme nei luoghi dei disastri. Entrambi hanno un occhio allenato a cogliere gli elementi essenziali. I primi per intervenire, i secondi per raccontare. I soccorritori hanno un punto di vista privilegiato. Spesso arrivano per primi in zone consentite solo a loro, e assumono anche il compito di documentare in prima persona e in maniera professionale cosa vedono i loro occhi, con immagini, audio e video, che costituiscono materiale prezioso anche per il racconto dei giornalisti. Le riprese dall’alto dei paesi terremotati e quelle della zona del Rigopiano, mentre i primi soccorritori si facevano strada con gli sci, le abbiamo avute dai Vigili del fuoco, così come gli interni dell’hotel sommerso dalla slavina.
Il racconto in diretta (o comunque in tempi molto rapidi) di quello che avviene mentre avviene, incide sia sullo svolgimento dei fatti sia sulla formazione di un’opinione pubblica che sempre di più si lascia coinvolgere.
 
La forza per affrontare le catastrofi
L'addestramento e la preparazione dei soccorritori, persone eccezionali, avvengono nei tempi di calma per poter dare risultati quando gli eventi, imprevisti, lo richiedono. Le catastrofi sono spesso improvvise, la forza per affrontarle non si improvvisa. Insieme a professionalità, tecnica, addestramento, si è vista anche molta umanità e una grande capacità di lavorare in squadra. Non si lavora in quelle condizioni ininterrottamente per tanto tempo se non si è sorretti da una carica umana e da una forte motivazione. Così è anche il lavoro dei giornalisti “sul campo”. Anche il loro è un lavoro di squadra, e anche la loro professionalità non si improvvisa e non è solo questione di “tecnica”.
Quando i soccorritori sono arrivati al Rigopiano, si sono trovati davanti a un quadro disastroso, in assenza, peraltro, di segni di vita provenienti dall'interno dell'hotel. Ma il modo con cui hanno lavorato, retto dalla speranza di trovare superstiti, è stato una grande lezione, che ha consentito, nell’arco di un paio di giorni, la salvezza di undici persone, anche se purtroppo per altre 29 non c’è stato nulla da fare (l’autopsia avrebbe poi chiarito che erano tutte morte sul colpo o nel giro di qualche ora). Si cerca la vita anche quando le apparenze sono tutte “contro”.
 
Immagini e parole
La documentazione visiva di quanto avviene è parte essenziale del racconto, e il pubblico la cerca sia per un effetto realtà-verità sia per la forza che hanno le immagini, superiore a quella delle parole, anche se alle parole, alla comprensione di ciò che avviene, non bisogna mai rinunciare. L'immagine spesso parla alle emozioni, la parola alla ragione. Il racconto con le immagini in diretta non è privo di rischi. C’è sempre un occhio umano che guida l’occhio artificiale di una telecamera o di una regia, e che deve sapere prontamente quando “staccare” dall’immagine che è meglio non trasmettere.
Tutti hanno voluto vedere e rivedere video e foto del salvataggio della mamma e del bambino, i primi superstiti tirati fuori dall'hotel Rigopiano, così come avevano fatto il giro del mondo le immagini della piccola Giulia, 11 anni, estratta sana e salva dalle macerie di Amatrice molte ore dopo il crollo che l'aveva sepolta. Con loro, con i “salvati”, la gioia e i sorrisi, le pacche sulle spalle, la partecipazione di chi guarda, attraverso i video e la tv, una speranza che si accende. Le immagini, i volti, gli occhi dei protagonisti di queste storie estreme, che sono le storie dei nostri tempi, in cui tutti si possono immedesimare, dicono tante cose che a volte le parole non riescono a dire. E fanno concludere che sono utili le immagini che aiutano a sperare.
Le prime parole di quella mamma messa in salvo sono un esempio di comunicazione “essenziale”: provata, stremata, si è voltata verso la buca da cui era venuta fuori e ha detto solo parole necessarie e utili: “andate da mia figlia, è nella stanza accanto”. Le parole giuste, non una di più, non una di meno. Analogamente, poche parole semplici e densissime sono bastate a suo marito per definire il proprio stato d’animo quando tutta la famiglia si è salvata: «sono un uomo risorto». Lui, che con i suoi cari lì sotto pensava di aver «perso tutto».
 
 
Educare ai diversi strumenti comunicativi
Oggi ci sono strumenti di comunicazione alla portata di tutti. Averne consapevolezza può essere vitale. Per il primo superstite dell'hotel, l'uomo che ha lanciato l'allarme, è stato decisivo il telefonino dotato di WhatsApp. È più che comprensibile che non gli sia venuto in mente di scattare e inviare una foto, mentre aveva moglie e figli sotto una valanga, ma se quell'uomo avesse scattato e inviato una foto di quanto vedeva, probabilmente la macchina dei soccorsi si sarebbe mossa prima. L'amico che ne ha raccolto l'sos, se avesse ricevuto anche una foto da trasmettere a sua volta, non avrebbe dovuto sgolarsi con increduli operatori al telefono, che sulle prime sembravano minimizzare quanto ascoltavano. È dura ma è così. Chi con le immagini lavora, come i fotografi e i giornalisti televisivi, ne conosce il potenziale comunicativo, sa che ci sono cose che si possono anche non dire, perché bastano le immagini. Questa semplice regola, oggi che produrre e trasmettere immagini è a portata di tutti, dovrebbe entrare a far parte della consapevolezza comune. Educare a un uso sobrio e consapevole degli strumenti comunicativi dovrebbe far parte dei programmi di scuola, se anche i cosiddetti “nativi digitali” mancano di una corretta “alfabetizzazione mediatica”, utile sia per fruire in maniera critica dei media online, sia per usare meglio la tecnologia nella vita di ogni giorno.
 
Dentro le notizie
Non è secondaria una riflessione sulla presenza dei giornalisti dentro le notizie, sulla qualità dell'informazione che riescono a esprimere e veicolare. Questa è importante sempre, ma ha delle peculiarità quando si tratta di notizie “catastrofiche”, in cui si fa più evidente la relazione tra professionalità e qualità umana, alla ricerca di un equilibrio possibile tra il distacco e il coinvolgimento, un po' come è per i medici del pronto soccorso, lì in prima linea: coinvolti ma distaccati, una dote dell'umano che si impara sul campo, ed è molto soggettiva.
La presenza dei giornalisti è importante per aiutare a capire cosa accade e perché accade, per ricostruire e denunciare eventuali responsabilità o inadempienze, ma anche per incoraggiare ed evidenziare quello che funziona, e che può essere di esempio.
 
Raccontare il dolore
Il racconto dei giornalisti serve spesso anche per aiutare la collettività a metabolizzare quanto accade, a darvi un senso e una direzione, soprattutto nelle vicende dolorose, in cui ci sono dei sommersi e dei salvati, famiglie divise o che hanno perso tutto, dei “perché” senza risposta, emozioni e sentimenti oltre ai pensieri, traumi difficili da superare.
«Se io racconto il mio dolore, il mio dolore diventa più piccolo», ha detto una giovane ospite della comunità Rondine di Arezzo, dove convivono per un certo periodo di tempo ragazzi provenienti da paesi in conflitto. Nelle loro terre sarebbero potenziali nemici, mentre qui, in un luogo neutrale, riescono a superare contrasti e reciproche diffidenze, dando vita a percorsi di dialogo, di pacificazione e di riconciliazione.
Ci piacerebbe che questo fosse vero anche quando è qualcun altro a raccontare il dolore. Sarebbe bello sentire: «se qualcuno racconta il mio dolore, il mio dolore diventa più piccolo». Non è facile trovare le corde giuste per guardare, ascoltare, capire il dolore degli altri per poi dargli voce, con rispetto e senza banalizzazioni. Non è facile, e nessuno lo insegna, ma anche questo fa parte del bagaglio professionale di un buon giornalista. Scriveva Emilio Rossi ne L’undicesima musa che: «Scopo della comunicazione d’attualità (…) è aiutare a vivere in società, a sentirsi uomo tra gli uomini, cittadino fra i cittadini, consapevoli di essere titolari di diritti e di doveri. È attirare l’attenzione critica su problemi emergenti o comunque meritevoli di interesse. È istituire un controllo sociale (…) denunciare bisogni, soprusi, illegalità, segnalare valori e bellezze o sfregi, diritti e doveri, promuovere programmi, partecipazione, coesione, reciproco rispetto e solidarietà verso i deboli, i “feriti della vita”. Con questi scopi il principio di narratività deve farsi consonante, quanto meno compatibile».
 
Se era una sfida ieri, lo è, a maggior ragione, anche oggi.

Forza e debolezza del giornalismo online (1 2017)

Forza e debolezza del giornalismo online, di Elisa Costanzo

Uno studio ancora pionieristico e dal campione contenuto, che però getta luce su una galassia importante tutta da approfondire: il secondo "Rapporto sul giornalismo digitale locale e iperlocale", promosso dal gruppo di lavoro Giornalismi dell'Ordine dei Giornalisti e dall'ANSO, Associazione Nazionale Stampa Online e disponibile all'indirizzo http://www.lsdi.it/2016/rapporto-sul-giornalismo-digitale-locale-iperlocale, ha il merito di voler accendere i riflettori su una realtà poco conosciuta, quale quella delle testate giornalistiche digitali locali.

Sul piatto, il tentativo di fotografare un settore che conta 1300 testate registrate native esclusivamente digitali, non collegate cioè a testate cartacee o emittenti radio tv, e che provano, pur nelle difficoltà economiche, a sostenersi esclusivamente sul lavoro giornalistico. Una realtà viva, dal grande potenziale, gravata da non pochi problemi, che spesso si trova a svolgere funzioni di servizio pubblico pur non essendo sostenuta o adeguatamente riconosciuta dalle istituzioni. Una realtà giovane, visto che il 95% delle testate è stato fondato tra il 2000 e il 2010.

Qualche numero: il 94% delle testate rilevate dal campione dichiara di essere registrato in tribunale e di produrre notizie da fonti dirette, il 76% pubblica articoli sette giorni su sette, il 75% dichiara di effettuare verifiche e controlli dei materiali prodotti, più della metà si occupa di informazione generalista e in oltre il 70% dei casi l'ambito territoriale di riferimento è locale e iperlocale; in particolare, regionale (33%), provinciale (25%) e cittadino (25%). Data l'estrema capillarità geografica, non stupisce il limitato utilizzo delle agenzie di stampa: la notizia viene prodotta direttamente sul campo. E qui si innesca il cortocircuito economico che manda in tilt il sistema: l'86% del campione dichiara un fatturato inferiore ai 100mila euro, ma non va meglio anche per i più forti economicamente: delle 11 aziende, il 14% del campione, che dichiarano un fatturato superiore ai 100mila euro, soltanto 5 riescono a coprire i costi e addirittura una soltanto riesce a fare profitti. Vivere esclusivamente sul giornalismo online resta quindi al momento ancora una chimera. Non a caso, il 53% delle testate non ha dipendenti e solo il 37% ne ha uno. Numerosi i collaboratori, in media 7 per testata.

Numeri interessanti vengono anche dalla forma societaria: oltre la metà del campione dichiara di essersi costituito in associazione oppure come ditta individuale; soltanto il 6% è costituito da cooperative e l'8% da S.p.A.. Il contratto giornalistico nazionale viene applicato soltanto nel 19% del campione, circa la metà è territorio delle partite Iva ma anche ritenute d'acconto e lavoro volontario. Prima fonte di entrate è la pubblicità, che prende la forma del banner nel 95% dei casi, mentre i contributi pubblici si fermano al 6% delle entrate totali.

Pur nella esigua rappresentatività del campione (l'analisi si basa su 79 questionari, il 6% delle 1300 testate totali esistenti), è possibile fare alcune riflessioni a partire dalla ricerca.

Il primo problema comune dichiarato dagli intervistati è la sostenibilità economica: il giornalismo di qualità non sta in piedi esclusivamente con le entrate provenienti dalla pubblicità. Perché le entrate sono limitate (l'online ha prezzi inferiori rispetto a carta, affissioni, tv, ecc) e perché le aziende che offrono pubblicità si mettono spesso in condizione di voler - annoso problema - condizionare le notizie. A questo si aggiunge un problema culturale tuttora irrisolto, che interessa l'utente finale: Internet nasce come rete trasparente e gratuita, accessibile a tutti e democratica per eccellenza, e quindi free, e non a pagamento. Le testate lamentano tutte la mancanza di finanziamenti e di sostegno economico da parte delle istituzioni, la carenza di bandi per l'editoria online soprattutto in ambito locale. Sul territorio le testate svolgono con passione un ruolo di frontiera, un riferimento che crea comunità, e che per la natura del mezzo però non conosce confini: non a caso, testate anche molto circoscritte localmente possono vantare collegamenti e fruitori dall'estero, soprattutto connazionali emigrati, permettendo quindi di mantenere contatti e relazioni con la propria terra d'origine.

In questo senso va sostenuta la proposta dell’Associazione Nazionale Stampa Online di creare un elenco speciale delle testate giornalistiche digitali registrate nei tribunali, mettendo in ordine i dati, facendo sistema e sensibilizzando le istituzioni alla nascita di un osservatorio del comparto digitale. Il fenomeno si presenta infatti molto variegato e poco conosciuto, soprattutto in assenza di dati certificati e riconosciuti sulle testate digitali; dati disponibili, è il caso di dirlo, anche in tempo reale.

Le storie di giornalisti attivi nelle testate, raccolte nella seconda parte del Rapporto, spaziano tra chi dichiara 15mila euro l'anno e ha un seguito di 50-60mila utenti al mese, potendo sfruttare una rete capillare di giornalisti in pensione (alessandriaoggi.it), a chi produce inchieste settimanali di cronaca fiorentina visitate da 4-5mila persone al giorno ma dichiara di essere costituito in associazione e di incassare 5mila euro all'anno (nove.firenze.it, online dal 1997). Il mondo locale dell'online, giovane e vivo, rischia però di perdersi in un mare di volontariato e volontarismo tutto a scapito della qualità dell'informazione e delle potenzialità del mezzo, che permette soprattutto per sua natura di intercettare un pubblico giovane. In questo senso sarebbe auspicabile un maggior coinvolgimento da parte del privato sociale a sostegno della categoria, magari anche attraverso lo strumento del crowfunding, estendibile anche a chi si collega dall'estero. L'informazione di qualità e l'approfondimento paiono non subire crisi a livello di richiesta e di fruizione da parte degli utenti, ma per garantire la tenuta del sistema occorre un maggior impegno da parte delle istituzioni, con bandi e finanziamenti ad hoc, e un coinvolgimento dei privati che non si limiti alle sponsorizzazioni e all'acquisto di spazi pubblicitari. In questo senso, le stesse testate online potrebbero farsi promotrici - in quanto soggetti di servizio pubblico - di progetti di pubblica utilità attorno a contenuti condivisi, per rinsaldare un vincolo tra cittadini e istituzioni in un'ottica di rinnovato bene comune.

DESK 4/2016 - Tra forza e libertà Impressioni di una professione

È bene ogni tanto fermarsi, e riflettere. Sul senso di quel che siamo e che facciamo. Sul significato del nostro essere e definirci insieme giornalisti e cattolici. Siamo circondati da editori che hanno perso il senso del loro lavoro, che non sanno più cosa dire. E dunque affastellano tutto e il contrario di tutto.
Noi abbiamo la forza e la libertà di chi sa cosa dire, cosa cercare, cosa ascoltare. Occasioni come questa servono a fare un bilancio, a misurare successi ed errori. A confrontare dubbi e progetti.

Sul prossimo numero di DESK 1 2017

Dedicato a chi vuole approfondire i temi della comunicazione senza fermarsi ai titoli

Comunicare speranza e fiducia
di Vania De Luca
 
 
Il giornalismo nel tempo della post verità
di Francesco Occhetta S.I.
post veritaLa cultura della post-verità ha regole note: istigare alla violenza (hate speech), ridicolizzare le voci delle istituzioni, toccare le emozioni e le credenze (più irrazionali) degli utenti, “iniettare” sospetto sui fatti, inventare le “bufale” (fake news). Il terreno fertile dove la post-verità affonda le radici è quello dei social network, capaci di intrappolare i fruitori delle notizie in un “eterno presente” senza memoria. È in mezzo alla valanga quotidiana di dati che attecchisce nell’opinione pubblica la cultura della postverità. Lontana dai fatti. Nutrita da emozioni e da credenze. Con un fine chiaro: alimentare le paure e consolidare le identità. È il linguaggio utilizzato dai populismi, in cui l’idealismo (astratto), una sorta di “spirito puro” di matrice hegeliana — come l’idea di nazione, la purezza del sangue, la nostalgia di un passato epico e utopico —, è superiore a qualsiasi realtà e fatto (concreto).  
 
 
 
 
Puntiamo sull’autonomia per non perdere la partita
di Rosa Maria Serrao
INPGI riforma 400x300La grande novità introdotta dalla Riforma dell’INPGI passa soprattutto attraverso il nuovo sistema di calcolo pensionistico, che cambia da retributivo a contributivo. Significa che se fin’ora la cassa dei giornalisti non si era adeguata all’orientamento previsto dalla riforma Fornero, oggi l’ha dovuto fare e senza tante elargizioni, utilizzando un sistema di calcolo pensionistico che tiene conto dei contributi versati alla Cassa e nulla di più. Per garantire la tanto invocata sostenibilità voluta a garanzia dai Ministeri vigilanti. Intervista a Marina Macelloni, presidente INPGI
 
 
Le criticità e qualche rimedio per il sistema dei media
di Paolo Scandaletti
media sistemI punti critici del sistema dei media in Italia – ben fotografati dai rapporti CENSIS, nati per iniziativa dell’UCSI, che qui vengono riproposti nei risvolti valoriali e specificamente professionali -, dovrebbero essere oggetto di attenzione e d’interesse abituale per ogni osservatore minimamente attento alla nostra società. Guardarli in faccia, anche nei loro effetti peggiori e meno visibili, auspicabilmente in momenti collegiali, per valutare e decidere insieme come reagire e intervenire: questo è un problema dell’intera società, prima ancora che dei professionisti del settore. Anche Desk può essere un’occasione preziosa di dialogo fra gli addetti ai lavori, le voci della società e quanti sono preposti a dettare le regole.
 
 
I giornalisti e la formazione continua
di Edmondo Soave
formazionePraticamente a due settimane dalla chiusura definitiva del primo triennio, il traguardo dei 60 crediti imposti dal regolamento dell’Ordine è stato tagliato appena da 39.765 giornalisti (sempre senza differenziazione di elenchi),6.810 sono lì lì per farcela con un monte crediti che oscilla tra 41 e 60, mentre in coda ad annaspare sono in 9.531 colleghi che, pur registrati in piattaforma, possono vantare un risultato molto modesto, compreso tra 1 e 20 crediti, ben lontani dal target imposto e praticamente già fuori legge e senza possibilità di recupero, perché la normativa impone un numero minimo di crediti di almeno 15 all’anno per tre anni.
 
 
Varcare le nuove frontiere della professione
di Guido Pocobelli Ragosta
giornalistiLa professione è cambiata, la formazione si adegua, le specializzazioni aumentano. Si moltiplicano i compiti e i ruoli del giornalista. Nella carta stampata, con competenze che vanno oltre la scrittura e l’ideazione del giornale. Dalla grafica al desk, oggi un giornalista deve saper fare tutto, coprire l’intero ciclo di produzione (ancor più vero nella radio e nella televisione). Ai giovani reporter vengono chieste competenze non marginali nel montaggio e nella ripresa. Del tutto nuova la figura del giornalista per il web, ancora poco compresa dagli stessi editori, che in gran parte scelgono di fare giornalismo su internet come vetrina di ciò che è possibile leggere nei giornali o vedere e ascoltare nei telegiornali. Con potenzialità inesplorate, competenze che non vengono sfruttate, business finora neanche percepiti.
 
 
La rivoluzione digitale e la sfida di autonomia nei media vaticani
di Andrea Melodia
ViganoLa riforma in atto nei centri di comunicazione del Vaticano, che il Papa ha affidato con il Motu Proprio del 27 g iugno 2015 alla nuova Segreteria per la Comunicazione di cui è Prefetto Mons. Dario Edoardo Viganò, potrebbe costituire un modello generale. Si parte dal principio che le tradizionali autonomie dei media e delle rispettive tecnologie non reggono di fronte alla evidenza della rivoluzione digitale, che almeno in linea teorica “costringe” a riorganizzare la produzione in senso transmediale. Nella pratica, naturalmente, nascono difficoltà. Abbiamo approfondito con Mons. Dario Edoardo Viganò questi temi abbastanza complessi.
 
 
I Global Goals e l’etica globale del giornalismo
di Luciano Larivera S.I.
global goalsIl 25 settembre 2015 l’Assemblea Generale dell’Onu ha lanciato l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Si tratta di un documento politico non approvato per votazione ma per unanime consenso: non avendo valore strettamente legale, non è soggetto a ulteriori ratifiche nazionali. Ma l’Agenda vincola moralmente i 193 Stati che l’hanno sottoscritta (e quindi ogni gruppo sociale e persona del pianeta). L'articolo ne analizza i punti e ricorda che All'Unesco è assegnata la cura del diritto di opinione, di espressione e di informazione, con diverse iniziative per la formazione dei giornalisti.
 
 
Con occhi di poeta
di Vania De Luca
cultura poesiaPoeti e giornalisti giocano le loro partite in campi diversi, neanche comparabili, ma entrambi maneggiano parole, osservano il mondo e disegnano scenari. Alla ricerca di un altro sguardo (o di uno sguardo “altro”) sul nostro linguaggio e sul nostro tempo, abbiamo cercato il punto di vista di due poeti al femminile, Biancamaria Frabotta, che si è appena congedata dall’Università di Roma La Sapienza, dove è stata ordinario di letteratura contemporanea, e Luigia Sorrentino, poeta e giornalista Rai. A loro abbiamo domandato con quali occhi guardano la realtà, se vedono buone notizie, che reazioni hanno di fronte ai fatti riportati dall'informazione.
 
 
Il referendum costituzionale sulla stampa italiana
di Marica Spalletta
Ref costCosa accade quando il giornalismo si trova a dover trattare temi che, nonostante un marcato significato politico, presentano anche una forte connotazione istituzionale? È a questa domanda che si propone di rispondere la ricerca realizzata da un gruppo di studenti del corso di “Comunicazione pubblica” dell’Università degli Studi Link Campus University che, nel periodo compreso tra ottobre e dicembre 2016, hanno esaminato il coverage che quattro diverse testate giornalistiche italiane («Corriere della Sera», «la Repubblica », «Il Giornale», «Il Fatto Quotidiano») hanno riservato al tema del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016.
 
 
Media e potere. I paradossi di Trump e le sfide per l’informazione
di Rosa Maria Serrao
mediaepotereSin dalla campagna elettorale per le presidenziali americane Donald Trump ha usato linguaggi e comportamenti di rottura nei confronti dei giornalisti e più in generale nelle relazioni pubbliche che lo portano a confrontarsi nei dibattiti su temi sociali, politici ed economici piuttosto stringenti. Comportamenti di rottura che recentemente hanno fatto traboccare il vaso quando ha escluso alcuni giornalisti dal briefing quotidiano alla Casa Bianca. Sul sito dell’Ucsi, abbiamo posto l’interrogativo se esiste un legame profondo tra i comportamenti del presidente Trump nei confronti della stampa e quanto emerge dalle ultime analisi sulla comunicazione dei giorni nostri, a cominciare dal rapporto Censis-Ucsi del 2016 che parla di “disintermediazione.” Abbiamo chiesto al sociologo Mario Morcellini cosa ne pensa di questo fenomeno.
 
 
Chi vigila sui #Social
di Paola Springhetti
socialLa libertà di espressione. È un valore fondante che nessuno nega. Ma è un fatto che Internet si è riempito di intolleranza, discorsi di odio, cyberbullismo, propaganda a favore di terroristi e fanatici di ogni sorta. Occorrerebbe
allora avere una definizione univoca di ciò che è censurabile, e quindi di che cosa è l’intolleranza, di dove inizia il cyberbullismo, di quando la vis polemica travalica nella violenza.
 
Il Manifesto #ParoleOstili
logo paroleostiliIl 17 febbraio 2017 è stato presentato a Trieste il Manifesto della comunicazione non ostile, alla cui elaborazione ha partecipato anche l’Ucsi. L’idea ha preso forma in un paio di mesi, partita da un invito via mail di Rosy Russo a una settantina di soggetti diversi, tutti coinvolti a diverso titolo nel mondo della comunicazione, per condividere delle proposte sull’uso delle parole in rete. Il gruppo è cresciuto, e dopo tante idee condivise e molto confronto si è arrivati ai 10 princìpi del manifesto, scelti attraverso 17mila voti online.
 
 
Factchecking. La verifica della notizia
di Roberta Leone
social 1Nei social network, il peso delle questioni narrative non è mai trascurabile. Né è un caso se, quando parliamo degli ultimi virus nefasti della Rete, #fakenews e #alternativefacts, accanto a nomi già patrimonio tradizionale del giornalismo, "notizia, fatti", usiamo aggettivi di solito associati all’elaborazione della fantasia: "falsa, alternativi". le proporzioni (e la costruzione ad arte) del fenomeno post-truth non fanno dei social il territorio off-limits delle falsità. Come in ogni sistema complesso, anche dalla Rete ci viene incontro un principio omeostatico e, in reazione alla menzogna viralizzata, sorgono nuove forme di verifica delle informazioni. Anche nell’ambiente social si tratta di separare, come nel Vangelo, il grano dal loglio.
 
 
 
 
 
 
 
 

DESK 4/2016 - Il punto sulla Rai. La più grande impresa culturale del Paese

DESK 1/2 2016 - A poco più di tre mesi dalla entrata in vigore della “piccola” legge di riforma della RAI voluta dal Governo Renzi, approvata a fine 2015 e in vigore da fine gennaio, vediamo di fare il punto sulla situazione della più grande impresa culturale e di informazione del Paese. L’aggiunta dell’aggettivo “multimediale” alle attività del servizio pubblico, oltre a quelle radiotelevisive, che è introdotta nella legge, costituisce la non scontata innovazione di maggiore rilievo, quella che consente e impone alla RAI di entrare nel mondo digitale dall’ingresso principale. È anche la