morte

  • Anche la morte quest'anno è diversa

    La mia Pasqua è iniziata il sabato che precede le Palme. La mia Pasqua da giornalista ora, mentre racconto.

  • Anche la morte quest'anno è diversa

    La mia Pasqua è iniziata il sabato che precede le Palme. La mia Pasqua da giornalista ora, mentre racconto.

  • Dj Fabo: una questione laica. Molto, ma molto laica.

    C’è un aspetto, nella tragica vicenda di Fabiano Antoniani e della sua fidanzata Valeria, che colpisce in questi giorni e, intuibilmente, dei prossimi: il clamore mediatico. Un clamore che la banalità dei social moltiplica e rafforza con una linea assai chiara: utilizzare un caso umano, la sofferenza di una persona ancora giovane e ricca di vitalità prima di un incidente stradale, per fare da sponda a una richiesta generale - e dunque politica – in favore di una legge che consenta presto, anche in Italia, quello che è possibile in Svizzera e in qualche altro Paese “avanzato” dove “modernità” fa rima con superamento delle fisime, per definizione bigotte, del mondo cattolico o di qualche altro nostalgico rispetto a pensieri vecchi, da rottamare sull’altare dei “diritti”...

  • Il giornalismo davanti alla morte

    Sul modo in cui i mezzi di comunicazione in queste ore raccontano la morte di Fabiano Antoniani, in arte dj Fabo, pubblichiamo uno stralcio della corrispondenza tra padre Paolo Benanti, francescano, e il consulente ecclesiastico dell’Ucsi, padre Francesco Occhetta, gesuita...

  • Il giornalismo davanti alla morte. Il dialogo tra Paolo Benanti e Francesco Occhetta

    Sul modo in cui i mezzi di comunicazione nel febbraio 2017 raccontarono la morte di Fabiano Antoniani, in arte dj Fabo, pubblichiamo nuovamente uno stralcio della corrispondenza tra padre Paolo Benanti, francescano, e il consulente ecclesiastico dell’Ucsi, padre Francesco Occhetta, gesuita. Lo facciamo all'indomani della sentenza della Consulta, particolarmente enfatizzata (purtroppo, ancora una volta) da molte testate (ar)

  • Il giornalista credente e le parole 'diverse' sulla morte

    In questi giorni in cui ricordiamo i nostri cari defunti, vi riproponiamo la riflessione del nostro consulente ecclesiastico Francesco Occhetta, scrittore di Civiltà Cattolica, sul 'racconto giornalistico della morte'. 

    di Francesco Occhetta (2016)

    Ci stiamo abituando a un giornalismo che “informa” ma che non “forma” coscienze libere e capaci di valutare l’accaduto.

  • La nostra quaresima

    “Solo quel che arde
    diviene cenere.
    Sacra è la cenere.
    Tu mi sfiorasti
    e io divenni cenere.
    Il mio io, il mio essere divenne cenere,
    consumato da te.
    Così dice l’amante e il credente.
    Tu mi sfiorasti. Io sono sacro.
    Non io ma la mia cenere è sacra”.

    Ecco la Quaresima nei versi di Pär Lagerkvist. È il tempo che richiama i quarant’anni di Israele nel deserto e guida il credente a prendere conoscenza di sé: non introspezione psicologica ma comprensione della nostra cenere toccata dal fuoco dell’amore di Dio. Nell’attesa di risorgere con Lui.

  • La nostra quaresima - 'Sacra è la cenere'

    “Solo quel che arde
    diviene cenere.
    Sacra è la cenere.
    Tu mi sfiorasti
    e io divenni cenere.
    Il mio io, il mio essere divenne cenere,
    consumato da te.
    Così dice l’amante e il credente.
    Tu mi sfiorasti. Io sono sacro.
    Non io ma la mia cenere è sacra”.

    Ecco la Quaresima nei versi di Pär Lagerkvist. È il tempo che richiama i quarant’anni di Israele nel deserto e guida il credente a prendere conoscenza di sé: non introspezione psicologica ma comprensione della nostra cenere toccata dal fuoco dell’amore di Dio. Nell’attesa di risorgere con Lui.

  • La quaresima dei cristiani. 'Sacra è la cenere'

    “Solo quel che arde
    diviene cenere.
    Sacra è la cenere.
    Tu mi sfiorasti
    e io divenni cenere.
    Il mio io, il mio essere divenne cenere,
    consumato da te.
    Così dice l’amante e il credente.
    Tu mi sfiorasti. Io sono sacro.
    Non io ma la mia cenere è sacra”.

    Ecco la Quaresima nei versi di Pär Lagerkvist. È il tempo che richiama i quarant’anni di Israele nel deserto e guida il credente a prendere conoscenza di sé: non introspezione psicologica ma comprensione della nostra cenere toccata dal fuoco dell’amore di Dio. Nell’attesa di risorgere con Lui.

  • Noi, di fronte alla morte

    Una splendida giornata di sole, con i raggi che si riflettono sulle foto di una ‘città dormiente’, che a sua volta riflette gli umori della vita. Espressioni sorridenti, altre serie, altre un po’enigmatiche.

  • Sacra è la Cenere. La quaresima dei cristiani.

    “Solo quel che arde
    diviene cenere.
    Sacra è la cenere.
    Tu mi sfiorasti
    e io divenni cenere.
    Il mio io, il mio essere divenne cenere,
    consumato da te.
    Così dice l’amante e il credente.
    Tu mi sfiorasti. Io sono sacro.
    Non io ma la mia cenere è sacra”.

    Ecco la Quaresima nei versi di Pär Lagerkvist. È il tempo che richiama i quarant’anni di Israele nel deserto e guida il credente a prendere conoscenza di sé: non introspezione psicologica ma comprensione della nostra cenere toccata dal fuoco dell’amore di Dio. Nell’attesa di risorgere con Lui.

    La Quaresima rimanda anche ai quaranta giorni di Cristo nel deserto, giorni di lotta contro il tentatore. Le tre tentazioni di Gesù nel deserto sono le tentazioni dell'uomo di sempre. «Le grandi tentazioni non sono quelle di cui è preoccupato un certo cristianesimo moralistico, non sono quelle, ad esempio, che riguardano il comportamento sessuale, ma quelle che vanno a demolire la fede» (O. Clément). Potere, avere e apparire: le tentazioni che si ripresentano in mille modi per farci perdere il centro e il senso dell’esistere. Ed è lottando contro questi idoli che il cristiano smette di fare il male e comincia a fare il bene!
    Non è facile, già il libro del Siracide scrive: “Uomo se vuoi servire il Signore preparati alla tentazione”.

    Per i cristiani ricevere le ceneri significa prendere coscienza che il fuoco dell'amore di Dio consuma il peccato ha scritto Enzo Bianchi; “accogliere le ceneri sul capo o nelle mani significa percepire che il peso dei peccati, consumati dalla misericordia di Dio, è poco peso; guardare quelle ceneri significa riconfermare la fede pasquale, la promessa di resurrezione che attende ogni carne”.

    La Chiesa ci invita in Quaresima a digiunare, a fare l’elemosina e a pregare per curare il nostro mondo relazionale. Digiuno per conoscere i bisogni del mio corpo, ascoltarlo e purificarlo. Faccio elemosina per curare il rapporto con gli altri basato sulla fraternità e la condivisione. Prego per unirmi a Dio e ascoltarlo.
    La Quaresima è anche il tempo per pensare alla morte e chiederci: chi sei tu o morte? Sai morte dove ti vinciamo? Tenendoci la mano fra noi. L’amore ti vince e ti distrugge, i gesti del quotidiano amore ti umiliano, costruire pace e giustizia sconfiggono la tua strategia di distruzione.

    In realtà tu fai morire chi vive facendo il male ed è malvagio. Quelli sono morti che camminano senza rendersi conto che li hai conquistati e già vinti: chi uccide, gli usurai che distruggono famiglie, quelli che si arricchiscono sugli altri, chi non vuole ridistribuire le ricchezze, chi non si commuove quando i suoi vicini stanno male. Ma quelli che amano ti hanno già sconfitto, contro loro non puoi nulla. È questa la forza della croce.

    Ogni ricordo è presenza! Non muore nessuno nel cuore. Lo vediamo dovunque, nelle nostre famiglie come nella storia profonda del mondo: chi ha avuto il cuore più limpido ha indicato la strada, chi ha molto pianto ha permesso di vedere più lontano, chi è stato più misericordioso ha aiutato tutti a ricominciare.
    Ne era convinto anche Giobbe che provato dal dolore esclamava: “Io so che il mio redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere! Dopo che questa mia pelle sarà distrutta, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, e i miei occhi lo contempleranno non da straniero”.

    Vivere la Quaresima nella sua profondità significa sentire nel cuore che la morte non può distruggere il corpo che vive sotto la carne. Quello appartiene a Dio.

    L'autore, Francesco Occhetta S.I., è consulente ecclesiastico dell'Ucsi.

  • Saper narrare oltre la morte.

    Ci stiamo abituando a un giornalismo che “informa” ma che non “forma” coscienze libere e capaci di valutare l’accaduto. Le inchieste giornalistiche, considerate nel mondo anglosassone un vero e proprio “contropotere”, sono sempre meno utilizzate; l’eccessivo numero di notizie quotidiane, date una dopo l’altra, fa sì che esse assumano lo stesso peso, come, ad esempio, la notizia della vendita di un giocatore di calcio data subito dopo quella della morte di bambini in guerra; la notizia, una volta battuta dalle agenzie, è riprodotta da giornali, radio e telegiornali allo stesso modo per l’intero arco della giornata. L’ansia dell’arrivare per primi ha aumentato errori, imprecisioni e diminuito il controllo sull’attendibilità delle fonti; l’istantaneità dell’informazione limita la capacità di contestualizzare, ricordare, analizzare e confrontare le notizie tra loro; l’onnipresenza dei media sta abituando a far pensare vero ciò che emoziona, al punto che l’informazione, enfatizzando con il suo linguaggio il pathos (colpire le emozioni dell’ascoltatore), ignora il logos (educare a ragionare).


     

    In definitiva, i tempi rapidi, la fretta nel selezionare tra le tante informazioni quotidiane le poche che diventano “notizia”, l’incapacità di trasformare in insegnamento il senso della notizia, ci può condurre a dubitare se l’informazione che ci viene data sia vera. Poniamo comunque che sia vera. Chiediamoci però perché manca di profondità? Perché oltre la morte non si riesce a dare vita?
    È vero che chi parla all’intelligenza perde, mentre chi parla alle viscere vince? Sono le scene forti a colpire: un morto o un bambino che soffre. Altrimenti, che audience avremo? Ma immagini come quelle dei ribelli siriani ripresi mentre sparano in testa a dei militari catturati possono essere trasmesse con la leggerezza con cui sono finora circolate?
    Alla fine di novembre 2014 ha impressionato il mondo una foto in primo piano, mandata via twitter, di un ragazzino palestinese colpito alla fronte. Non mancano poi cronisti che, in zone di guerra, registrano i rumori dei bombardamenti per farne il paesaggio sonoro dei loro servizi. A farne le spese è l’opinione pubblica.
    L’informazione spettacolo narcotizza, incoraggia la passività e l’indifferenza, provoca fenomeni di abbassamento della scala dei valori di una società civile. Il pubblico assorbe le notizie come ipnotizzato da una fiction. Il singolo cittadino è costretto ad accettare la realtà e la fantasia, anzi a volte a credere che la fantasia sia realtà.
    Su alcuni temi, come quello della morte violenta che entra nelle case attraverso i media, il giornalista credente non può che dire una parola diversa dalle altre. Vengono alla memoria le grandi catastrofi naturali, i corpi martoriati che commentiamo, i temi dell’eutanasia, insomma tutti quelli legati all’etica della vita. Non si tratta di dare altre notizie, ma di dare anche l’altra metà delle notizie che si fermano quasi solamente alla morte.
    Un esempio di buona notizia è stata quella su Carlo Castagna, l’uomo che nella cosiddetta “strage di Erba” del 2006 ha perduto la moglie, la figlia e il nipote, e che ha pubblicamente e ripetutamente perdonato gli assassini dei suoi cari. Comunicare «la vita buona» è una delle sfide del giornalismo per ritrovare la sua più nobile missione, quella di dare voce a chi non l’ha, perché la credibilità si fondi sull’integrità, l’affidabilità e la coerenza del giornalista, che possono essere definite anche come un’alta forma di fedeltà alla democrazia. È “vita buona” la notizia che mette al centro la persona; sotto questo profilo Papa Francesco nell’Evangelii gaudium è lapidario: «Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa» (n. 53).

    Parlare della morte per un giornalista sembra scontato. E invece non lo può essere mai. Perché le notizie che toccano la morte raccolgono un altro confine, quello tra la natura e la cultura. Tutti muoiono, però la natura e gli uomini la interpretano e nella natura produciamo cultura per umanizzare la morte stessa. La morte è natura e cultura insieme.
    In ogni notizia la morte non esiste allo stato puro, la sperimentiamo solo interpretandola e vivendola con gli occhi puntati sulla vita. La morte è davvero l’ultimo male nelle notizie che diamo? A questa domanda siamo chiamati noi a rispondere. Della morte è stato scritto che è “il supremo atto di fiducia nella bontà del reale, nonostante lo scomparire dell’individualità”.
    La religione poi rischia di complicare le cose. Manca un corpo al bilancio dei conti della morte, la somma non torna e l’evento più certo della vita è stato falsificato. È l’amore che vince e distrugge la morte. E se si raccontano i gesti del quotidiano amore questi umiliano la morte, costruiscono pace e giustizia e sconfiggono la sua strategia di distruzione.
    In realtà anche nelle notizie che si danno chi è abitato dalla morte sono i malvagi. Quelli sono morti che camminano senza rendersi conto che la morte li hai conquistati e già vinti: chi uccide, gli usurai che distruggono famiglie, quelli che si arricchiscono sugli altri, chi non vuole ridistribuire le ricchezze, chi non si commuove quando i suoi vicini stanno male. Ma quelli che amano hanno già sconfitto la morte, contro loro non può nulla. È la forza della croce.
    Il giornalismo aiuta a scolpire nel cuore che ogni ricordo è presenza! Non muore nessuno nel cuore. Lo vediamo dovunque, nelle nostre famiglie come nella storia profonda del mondo: chi ha avuto il cuore più limpido ha indicato la strada, chi ha molto pianto ha permesso di vedere più lontano, chi è stato più misericordioso ha aiutato tutti a ricominciare.
    Anche la Chiesa canta durante le lodi mattutine del giorno dedicato alla memoria dei defunti:
    “Mi hai formato dalla terra,
    mi hai rivestito di carne:
    Dio, mio redentore,
    fammi risorgere nell’ultimo giorno”.
    È questa la speranza che non deve mai mancare in ogni servizio fatto da giornalisti che credono.

  • Saper narrare oltre la morte. Perché per un giornalista parlare della morte non può essere mai 'scontato'.

    In questi giorni in cui ricordiamo i nostri cari defunti, vi riproponiamo una bella riflessione di qualche mese fa del nostro consulente ecclesiastico Francesco Occhetta, scrittore di Civiltà Cattolica, sul 'racconto giornalistico della morte'. 

    di Francesco Occhetta

    Ci stiamo abituando a un giornalismo che “informa” ma che non “forma” coscienze libere e capaci di valutare l’accaduto.

  • Saper narrare oltre la morte. Un pensiero per noi giornalisti per il nostro '2 novembre'

    In questi giorni in cui ricordiamo i nostri cari defunti, vi riproponiamo una bella riflessione del nostro consulente ecclesiastico Francesco Occhetta, scrittore di Civiltà Cattolica, sul 'racconto giornalistico della morte'. 

    di Francesco Occhetta (2016)

    Ci stiamo abituando a un giornalismo che “informa” ma che non “forma” coscienze libere e capaci di valutare l’accaduto.

  • Un pensiero per noi giornalisti, per il nostro '2 novembre'

    In questi giorni in cui ricordiamo i nostri cari defunti, vi riproponiamo una bella riflessione del nostro consulente ecclesiastico Francesco Occhetta sul 'racconto giornalistico della morte'. E' stata scritta ben prima di questa terribile emergenza che viviamo, ma costituisce lo stesso un ottimo spunto per pensare.

    di Francesco Occhetta (2016)

    Ci stiamo abituando a un giornalismo che “informa” ma che non “forma” coscienze libere e capaci di valutare l’accaduto.