Il silenzio e quella voglia di mostrarsi solidali

Le scosse sono arrivate improvvise, nettamente percepibili, fra la mattina e il pomeriggio di mercoledì scorso: quattro di magnitudo superiore a 5 gradi, in un’area che ha interessato ampiamente il Centro Italia. Le ho avvertite io stesso con non poca intensità nell’Episcopio di Chieti. Vari contatti telefonici con sacerdoti e laici, sparsi sul vasto territorio dell’Arcidiocesi, oltre che scambi d’informazioni con diverse autorità interessate, mi hanno dato presto il quadro di una paura diffusa, ma anche - grazie a Dio - di danni relativamente pochi a persone e cose...

Le scosse tuttavia non si sono fermate. Nelle primissime ore del mattino, l’ascolto della radio mi ha dato le prime notizie sulla tragedia che si era andata consumando poche ore prima non lontano da Chieti. Una valanga di enormi dimensioni, fatta di neve, terriccio e rocce, ha travolto un albergo, l’Hotel Rigopiano di Farindola, nel cuore del Parco Nazionale del Gran Sasso, a 1.200 metri d’altitudine. La struttura sarebbe stata spostata di oltre dieci metri. Del personale e dei clienti dell’albergo - una trentina, tra cui due bambini - si diceva solo che erano rimasti intrappolati dalla neve e dalle macerie. I primi soccorritori, arrivati sul posto alle 4.40 dopo aver percorso diversi chilometri sugli sci, si sono trovati davanti una scena drammatica: l’albergo era collassato, due sopravvissuti, che si erano salvati perché si trovavano fuori in auto, avevano bisogno di cure immediate. La colonna di veicoli diretta al luogo della tragedia era rimasta bloccata dalla neve a pochissimi chilometri dall’hotel. Un gruppo di Vigili del Fuoco si è calato con l’elicottero sul posto. La prima vittima è stata estratta dalla neve intorno alle 9,30 di giovedì mattina. Il bilancio finale di morti, feriti e dispersi è ancora incerto, destinato a salire. Ho avvertito, allora, un profondo bisogno di silenzio, di preghiera e di azione.

Il bisogno di silenzio mi è sembrato una naturale reazione a quello che in tragedie così grandi ognuno, specialmente chi crede, sperimenta come il silenzio di Dio: alle domande “perché lo hai permesso? perché non hai fermato la violenza della natura e risparmiato il dolore innocente?” non c’è risposta. Non c’è stata neanche quando a porre la domanda fu il Figlio, inchiodato sulle braccia di una croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15,34). L’originale greco del testo aiuta a capire meglio la domanda stessa del Crocifisso: quel “perché?” tradotto alla lettera suona piuttosto come un “a quale scopo?”, e rivela una singolare corrispondenza con un’altra espressione posta dagli Evangelisti sulle labbra di Gesù in Croce: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”.

In tutte e due le frasi ritorna la medesima preposizione di moto a luogo, “eis”: come se l’interrogativo sullo scopo si congiungesse a un affidamento totale, a un abbandono senza condizioni. Lo scopo è nascosto nel cuore di un Dio fedele all’uomo nell’amore! Davanti al silenzio divino nell’ora del dolore incomprensibile la risposta della fede non è un argomentare astratto e presuntuoso, ma un atto di abbandono umile, di resa all’incomprensibile, di affidamento al mistero. Perciò, in chi crede il silenzio del cuore davanti al silenzio di Dio sfocia nella preghiera: è come un’urgenza, un impulso dell’anima ad affidare all’Eterno chi nel tempo è stato così duramente colpito, chi - come le persone nell’albergo di Farindola - da ore desiderate di riposo e recupero fisico e mentale in un’area di singolare bellezza è passato al silenzio della morte, coperto dal gelo delle nevi e dalla violenza della natura, che ha travolto ogni cosa. Uno scrittore francese, il gesuita François Varillon, si chiedeva nel suo libro “La sofferenza di Dio”: “Uccelli che noi colpiamo nell’attimo puro della vostra forza, dove andate a cadere?”. E rispondeva dicendo che si sarebbe rallegrato se qualcuno, “coniugando lo spirito d’infanzia all’intelligenza del simbolo, avesse suggerito che Dio cerca questi uccelli, li trova e tristemente li accarezza” (La souffrance de Dieu, Paris 1975, 20). La preghiera si rivolge a questo Dio di tenerezza e di compassione: proprio così essa invoca al tempo stesso il riposo dei morti fra le braccia del Signore e l’impegno dei vivi a non arrendersi di fronte alla distruzione e alla morte.

Ed è qui che si pone la terza reazione provata di fronte alle tragiche notizie della distruzione dell’Hotel Rigopiano: occorre reagire uniti e andare avanti. Se ci fossero responsabilità umane in quanto è accaduto, esse andranno accertate e punite. Occorre però anche una risposta corale a questa natura violenta che sta sferzando l’Italia: più che mai c’è bisogno di restare uniti, di sviluppare la solidarietà, di volersi tutti partecipi di una rinascita. La gente dei paesi colpiti, la nostra gente ferita dal terremoto, non deve sentirsi sola: è qui che la parola “nazione” assume il suo senso più alto. Occorre nascere e rinascere insieme, sempre di nuovo, specialmente nel tempo delle prove e delle ferite inferte alla vita laboriosa e serena di tanti dalle forze immani e a volte crudeli della natura. Per rispetto dei morti e per amore dei vivi, è necessario essere e volersi solidali: a nessuno è lecito girare la faccia e pensarsi estraneo al dolore altrui.

Ognuno, per quello che può, è chiamato a farsi protagonista con gli altri della vita che continua, del futuro che va preparato per i nostri ragazzi, del presente che esige prossimità e condivisione con le famiglie ferite e gli adulti provati, della vicinanza a chi è gravato dal peso degli anni e più facilmente potrebbe cedere alla tentazione della disperazione e della rinuncia. Il silenzio di Dio diventa allora parola impegnativa per ogni coscienza vigile e attenta: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40). È questa la vera, indilazionabile urgenza dell’ora che stiamo vivendo.

L'autore, Bruno Forte, è giornalista e arcivescovo di Chieti-Vasto

foto AgenSIR

Ultima modifica: Sab 21 Gen 2017